martedì 9 dicembre 2008

Un deja-vu stile Moulin Rouge ma attraente e trainante


La RecenZione




Concha Bonita
scritto e diretto da Alfredo Arias




Spettacolo che da alcune stagioni è diventato un appuntamento fisso per gli affezionati dell’antico Ambra Jovinelli di Roma. Stavolta, però, la novità: se finora si è recitato in lingua originale (lo spagnolo) adesso è giunta la versione italiana. Ma la primadonna, Alejandra Radano, una giovane bruna, bravissima e molto spigliata, è rimasta sudamericana purosangue e parla un impetuoso italiano tempestato di pampas. Dopo lo spettacolo, nei camerini, l’attrice mi ha confessato di essere venuta a Roma dall’Argentina quando debuttò 4 anni fa sullo stesso palcoscenico e, affascinata dal nostro Paese (non è l’unica ad amarlo; sì, finché non si ha un passaporto italiano, resta una nazione da amare con passione!), qui è rimasta.
Adesso l’accoppiata (vincente anche quando perde a tavolino) Piovani-Cerami l’ha praticamente adottata costruendole una traduzione su misura e regalandole la parte della protagonista, quella che nelle precedenti versioni non aveva. Alejandra ama viaggiare, le piace recitare, ed essa stessa ha deciso di girare il mondo guadagnandosi da vivere con il suo mestiere. Dove andrà, là reciterà… Mah! Evidentemente non ha capito che il mondo assomiglia affatto all’Italia, né l’Italia al mondo. Si scotterà o si bagnerà, chi lo sa… Noi, naturalmente, le auguriamo il meglio.
Comunque, lo scotto e il bagno, per sua fortuna, non sono ancora arrivati. Per ora la nostra Italia la protegge e siamo con lei, con il suo entusiasmo, la sua giovinezza, la sua simpatia, la sua avventurosa voglia di vivere senza mettere radici; e siamo anche con il suo tenero Carro di Tespi che si porta nel cuore, un eroico tocco di romanticismo che non guasta nel teatro nostrano.
Tornando allo spettacolo. In molti anni di frequentazione teatrale abbiamo già visto tutto di questo «Concha Bonita», ma la storia ci attrae ugualmente, ha qualcosa di trainante. Concha è una star del varietà di Parigi. Può vivere, ormai, un’esistenza tra il lusso e il superfluo. Può permettersi un modista personale (di simpatiche origini partenopee) e un segretario-amante in una casa hollywoodiana. I suoi abiti sono piume, paillettes e colori: sinonimo di vivacità, felicità, egocentrismo e possibilità di capricci ritagliati a coriandoli. Ma Concha ha un passato da calciatore argentino, emulo di Maradona; insomma Concha era un ragazzo, un bel ragazzo che poi… decise di passare a miglior vita, pardon, a vita migliore, diventando una lei. Evidentemente non soltanto da noi è può conveniente essere donna. Uccide il calciatore per dar vita alla star. Lascia l’Argentina, dimentica i tacchetti per i tacchi a spillo: amanti, ricchi signori, amori passeggeri e travolgenti, successo e bagni di champagne; ecco, però, che spunta una donna... Da questo punto in poi la trama diventa curiosa: il modista napoletano si sente tradito e torna a Napoli; il segretario smette di fare l’amante a vista, e… il resto è un peccato svelarlo.
L’autore, Alfredo Arias, è promosso a pieni voti, costruisce una trama semplice ma piena di grazie. La regia, dello stesso, è rimasta quella originale; e le influenze delle più svariate edizioni de «La cage aux folles» si possono intravedere ovunque, tanto da poter essere una storia rintracciata tra le quinte del Moulin Rouge. Musica e paillettes sono una simbiosi elementare per accalappiare il pubblico, e la scelta di mettere sul palcoscenico l’orchestra – come se stesse a casa di Concha, come se lei avesse a disposizione un’orchestra anche nel suo salone – dà un tocco di eleganza ma anche toglie spazio all’inventiva; o forse, proprio per non cadere nel ripetitivo, l’orchestra diventa riempitivo. E di che musica si tratta? Della musica di Piovani, quella finta seria, buona per ogni stagione, quella dove il tango si mischia con Paolo Conte e dove i sapori di Mozart corrono con Count Basie, mentre Morricone e Rota restano lì pronti a sostenere ogni ottava… il frullato è servito. Qualche anno fa uno chalet di Mergellina proponeva un particolare tipo di frullato al gusto Giasai che rispetto agli altri costava la metà perché era il rimasuglio della sera precedente di tutti i frullati rimasti nelle vaschette; piacque talmente tanto che in un anno il prezzo del Giasai diventò il più caro; e si correva tutti ad assaggiare il Giasai, nonostante tutti già sapessero che si trattava degli avanzi. Così è la musica di Piovani: una musica giasai, prima ancora di ascoltarla, ma piace. Vince gli Oscar sul campo, mentre Morricone prende soltanto quello alla carriera. E così sia, tanto nulla si può cambiare! (fn)

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