giovedì 16 aprile 2009

Rapsodia per Rita Pacilio

La RecenZione



Dio mio, quanti poeti in Italia! La poesia potrebbe sembrare opera pressoché estinta e invece sorprende un sospetto di genere quasi cavalleresco: nell’ultimo anno temo siano più le pubblicazioni poetiche che i cellulari venduti; più i versi scritti che il numero di chiamate da rete mobile. Stupisce però che lo share di una silloge sia così misero; peccato che gli sforzi editoriali per promuovere la poesia siano, in sostanza, devoluti alla protezione della stessa. Detto così sembrerebbe un tristo paradosso. E forse lo è!
Leggendo versi di centinaia di autori sconosciuti, qualcuno appena rinomato, ho apprezzato, anzi sto imparando ad apprezzare, quelli di una nuova amica, rimasta ancora avvolta nelle nebbie del web. Ci siamo ritrovati a comporre insieme giochi di poesie – grazie ai potenti mezzi offerti da internet – senza alcuna difficoltà, instaurando una sorta di complicità “versifera” (parola composta dal verbo versificare e dall’aggettivo lucifera), e quando abbiamo intuito che l’affair stava per prendere una piega pericolosa (luciferina, appunto) ci siamo immediatamente astenuti dal proseguire. Poi mi è capitato di leggerla in assolo: prima raramente, poi più frequentemente.
Rita Pacilio, da Benevento, ha pubblicato per i tipi di LietoColle (2008) Tra sbarre di tulipani. E’ dovere chiarirlo – il mio scritto non vuol essere una recensione al volume, né una promozione, né un’introduzione a se stante. E’ una semplice relazione emotiva alla lettura di alcuni versi dell’autrice. Non ho avuto, infatti, ancora il piacere di leggere l’intera raccolta, ma mi sono soffermato su qualche composizione posta in visione sul sito della casa editrice.
Simbolicamente tra sbarre e tulipani intercorre un accordo assai disarmonico, un rapporto poeticamente ispido perché le sbarre, di norma, serrano, racchiudono nel buio, mentre i tulipani svettano liberi verso un cielo illuminato; inoltre gli steli (che presumibilmente dovrebbero formare la griglia della ipotizzata cella) lascerebbero i petali indecisi di aprirsi all’interno o all’esterno di essa… ma sulla scelta del fiore nessuno può dare una risposta certa; e siccome, con ogni probabilità, nemmeno l’autrice saprebbe risolvere l’enigma, noi lettori non ci poniamo questo dubbio, ma abilmente aggiriamo l’ostacolo, cercando di rintracciare altre spiegazioni. Magari con una nostra interpretazione, anche spavalda.
Personalmente mi sono lasciato coinvolgere da singole parole usate con decisione e precisione, dalla Pacilio, da singoli versi uniti da un comune procace sentimento, che mi hanno rinnovato l’emozione del primo grande amore letterario: la Salomé di Oscar Wilde, opera tra le più sensuali della storia della letteratura. Infatti le poesie lette sono di un’incandescente sensualità. Anche quando si nasconde dietro ombre più sobrie, si coglie l’accenno che ammicca alla voluttà, l’espressione di carnalità. La Pacilio sembra s’impossessi del testo wildiano per rimescolarlo in versi con la sua sensibilità, partendo dall’elemento più seduttivo: la luna. “Com’è bella la luna questa sera”, così comincia il dramma dei sette veli. E la Pacilio risponde come se a parlare fosse proprio Salomé prima ancora di vederla in scena: “Portami via Luna nel tuo deserto”, potrebbe dire la principessa ancora chiusa in stessa: “Sciolgo i capelli nell’altro quarto di luna” che “si rovescia su di me”. Salomé, lo sappiamo, è combattuta: da una parte è pronta a diventare donna in una casa in cui si sente ospite; dall’altra non sa come liberarsi del peso immorale che sua madre le trasmette in ogni istante. Avverte il suo corpo invecchiare già: “Nell’oscura mia valle svanisce / la voce che non dici / E il silenzio minaccia / le cose che respirano sotto il sole”. Il primo illibato tulipano osserva attentamente la sua intimità e non può fare a meno di pensare che “Il perimetro è strangolato da rovi”. L’unico conforto per lei rinchiusa nella reggia d’Erode è l’urlo straziante che proviene dalle celle nei sotterranei, una voce senza sembianze che le sussurra: “Piangi pure / se non sai soffrire in altro modo”; e lei: “Se vedi l’altro mare / sotto i miei piedi / muoversi stanco / è colpa della bassa marea / nella luna piena”. Ci sono atmosfere davvero luciferine che la luna crea e gli autori raccolgono: dietro il candore lunare si cela sovente un fatto di sangue, determinato da una passione che esplode imponente. Certamente si tratta d’amore, ma amore fatto di sensi, di sospiri, sì, ma licenziosi, un amore sviscerato da malinconie romantiche alle quali sono preferite perfino le più reali angosce dell’insoddisfazione: “Rigami i canali aridi della schiena / dove la primavera è passata”.
Wilde contrappone alla seduzione di Salomé, la quale non da donna ma da femmina si appropria del potere del sovrano, la seduzione verbale di Iokanaan, cioè la parola (l’altro tulipano), quella che la Pacilio così traduce: “Dalla mia bocca / si distende / l’acqua / che va al mare...”. Com’è mediterraneo questo senso di possedersi violentemente, anche soltanto con un diverbio incandescente che è l’esubero della passione che cova in certe storie del nostro sud! “Superba / la lingua / sventola baci” E da questa lingua fuoriesce, appunto, una cascata di parole come fosse acqua che va al mare, quindi verso l’orizzonte da cui sembrerebbe più facile acciuffare la perversa e liberatoria luna, che fa sospirare agli amanti “E la tua lingua / dai capezzoli risale alle ciglia l’acqua” – da questa lingua, dicevo, nascerà il dramma scatenato da gelosie e invidie a catena da parte di Erode e di Erodiade. Iokanaan, ormai innamorato della giovane figlia della regina, grida dal buio della sua cella: “Mi hai cucito la bocca con il filo spinato / e le mie parole di sangue / hanno allagato la strada sotto i tuoi piedi”. Salomé si è finalmente liberata della sporca oppressione materna: “Non sento più il respiro da prostituta / né il calore di mia madre dalla carne giovane”. Senza più un guinzaglio, brancola sperduta e preferisce rifugiarsi nella sua nuova passione: “Ora che sono / schiava / di questa carne”. La principessa non può far altro che obbedire ai suoi istinti di donna: “Il fantasma mi prende per mano. Con vigore”, scrive ancora la Pacilio – forse inconsapevolmente, forse no – lasciando immaginare che sia il fantasma di Iokanaan, ancora vivo, a guidare le decisioni di Salomé, la quale per liberare dalle sbarre (ecco le sbarre!) dietro cui sono rinchiusi i suoi sensi e il bellissimo Iokanaan (ricordiamoci: per Wilde, Iokanaan è la Bellezza fatta carne), per poterlo amare liberamente, per poterlo avere e soddisfare i desideri, è costretta a implorarne la morte. Ma prima però c’è un tentativo segreto dei due amanti di possedersi almeno una volta: “Fammi due carezze dietro le sbarre”, sembra dire lui. E Salomé finalmente sfacciata e decisa a concedergli la verginità: “Dammi la lunghezza / della tua carne / perché la mia tana / non è marcia”. E al finale della tragedia chi potrebbe dire a chi “Guarda la luna. Le vedi le lacrime?” ... Potrebbero essere le parole degli amanti finalmente liberi di possedersi di fronte alla luna, ma mi piace supporre che sia il lamento di Erodiade, matriarca che ha fallito nei suoi intenti, e si rammarica ora di riconoscere nella luna sua figlia uccisa per ordine dell’uomo che per anni, lei, ha cercato di ingannare. Da lontano arriva l’eco di Salomé: “Sarò sola come ora. / A strappare con i denti / le ortiche dai miei passi”.
Bocche che trasudano parole di sangue, lingue voraci alla ricerca di baci… pelle stropicciata, seni e capezzoli: la poesia di Rita Pacilio è fatta essenzialmente di carni illuminate e nascoste da voluttuosi chiaroscuri lunari. (fn)



Tra sbarre di tulipani di Rita Pacilio
Editore: LietoColle
ISBN: 978-88-7848-413-9
Prezzo: € 10

Nessun commento:

Posta un commento