giovedì 5 novembre 2009

La critica ai critici

La RecenZione




Quando il gatto e la volpe
si occupano di Teatro




Chiedo scusa del lungo silenzio, ma altri impegni letterari mi hanno mantenuto distante da questa rubrica. Inoltre, a causa della mia professione che mi rapisce tutte le sere, benché la stagione si sia aperta non da molto, ancora non ho avuto il piacere di andare a teatro (non è vero: uno spettacolo minoritario l’ho visto e cercherò di trovare il tempo per discuterne), ma ugualmente di teatro vorrei parlare. Anzi, di parateatro, se mi si consente il termine: ossia di quella particolare arte teatrale che in teoria dovrebbe essere sempre al di sopra delle parti; quella con cui il sottoscritto, per lo più, si diletta in questa infinita pagina elettronica. La critica.
Negli ultimi giorni ho letto articoli su un nuovo allestimento (che non ho visto) maltrattato da due esimi critici: il che è plausibile e a volte addirittura encomiabile. I due critici – scrittori sulle colonne di importanti quotidiani nazionali – hanno però usato la loro arma, la penna, con un valore malizioso. E, con la parola “valore”, intendo la franchezza, l’onestà, la nettezza d’animo che nel homo sapiens è spesso macchiata da invidie e gelosie.
Lo spettacolo annovera nella scheda il massimo autore teatrale, Shakespeare; un titolo tra i più riusciti, La tempesta; un coraggioso giovane regista, a cui sarebbe doveroso indicare la strada (e non tagliargli le gambe); e un Primo attore, Umberto Orsini, tra i pochissimi sopravvissuti al Teatro che fu, quello con la lettera maiuscola. Orsini oggi ha un curriculum monumentale che si è costruito con la meticolosità e la testardaggine di un intagliatore d’ebano, con il puntiglio e una onesta grandeur tipica soltanto di certi Primi attori, come oggi non esistono quasi più.
I signori critici, che in questi giorni di rievocazioni collodiane, potremmo tranquillamente definire il gatto e la volpe, si sono armati con bombe e cannoni per sparare all’impazzata. La volpe ha colpito duro usando però una tattica. Il gatto – strana bestia il gatto – ha scelto viceversa la noncuranza, tipica dei felini!
Dall’articolo della volpe si evince che essa è andata a teatro, si è seduta in poltrona, ha imbracciato l’arma e ha preso la mira per le bordate che poi avrebbe sparato da casa. Ripeto, non ho visto lo spettacolo e sono convinto che ogni critico abbia il dovere verso autori e spettatori di riferire le sue impressioni, belle o brutte che siano, purché scevre da invidie e gelosie. La volpe probabilmente immagina di essere andato all’allestimento di un Visconti o di uno Strehler, di un Patroni Griffi o di un De Lullo, registi entrati nell’empireo del palcoscenico e ci parla dei miracoli del De Rosa come se tutti sapessimo chi fosse. A freddo tira la prima scoccata (su un bersaglio che non può replicare) senza riassumerci le puntate precedenti. Quindi esprime le sue motivazioni sui dubbi della scelta registica descrivendoci accuratamente la scena… e da questo cosa dovremmo capire? Quante volte siamo incappati in scenografie astratte, anche brutte, apparentemente avulse dal testo (specie quando si tratta del Bardo), eppure ce ne siamo fatta una ragione! E perché la volpe non ci spiega il rapporto tra la scena e la recitazione, e i movimenti scenici, e l’illuminazione? Perché, secondo la sua tesi, non funziona questa simbiosi? Perché un sipario rosso è stato tirato su tra mucchi di sabbia? Forse un redivivo De Lullo potrebbe illuminarci! Al finale, poi, passa ad esaminare il protagonista, e a questo punto il linguaggio della volpe diventa astioso e un po’ troppo irriverente. Per carità, tutti hanno la possibilità di sbagliare una parte, di toppare un personaggio, ma trattandosi di un indiscutibile primo attore, che merita rispetto per quanto in teatro abbia mostrato in circa 60 anni di carriera, forse sarebbe stato il caso di usare il fioretto e non la falce.
Anni fa, con un caro amico, grande attore, parlando di una regia di Strehler a detta di qualcuno poco riuscita, costui si espresse così: “Può fare anche lo spettacolo più brutto del mondo, ma io lo applaudirò sempre perché ci ha già mostrato quanto di più incantevole si possa immaginare”. Certamente un critico non deve essere così sfacciatamente partigiano, ma –credo – non sia sbagliato tener conto del passato di colui del quale si parla o si scrive.
Citazione. “Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza”. J. P. Sartre

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La tempesta diretta da De Rosa non è piaciuta nemmeno al collega di sciagura: sensazioni che dobbiamo rispettare, ma dove e quando il gatto ne ha dato le sue spiegazioni? Di più: dove si muove la sua critica? E su quali basi? Semplicemente non c’è. Ha ignorato la messa in scena e le reazioni del pubblico al punto che viene il forte sospetto che esso – il gatto – a teatro non sia mai andato. L’impressione che si riscontra, leggendo le poche e frettolose righe pubblicate, è la stessa che potrebbe colpire chi vede un cartellone pubblicitario senza sponsor; con la differenza che l’immagine potrebbe almeno scatenare una curiosità, mentre il graffio felino non lascia traccia se non nei diretti interessati. L’unica cura del gatto è quella di trovare una ragione alla scelta del testo. Che poi, lo sappiamo, è l’ultima esigenza che lo spettatore desidera essere soddisfatta (a meno che non si tratti di un invidioso addetto ai lavori).
Aneddoto. Molti anni fa, un giornalista invitò Memo Benassi a scrivere il suo ricordo di Eleonora Duse. “Gli attori devono recitare – replicò l’altro – non scrivere. Si fanno già compatire in palcoscenico”. Aveva ragione: sono i critici che devono scrivere degli attori, perché se i critici non scrivono chi mai potrà compatirli? (fn)

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