venerdì 27 novembre 2009

La giocosa illusione dei fantastici quattro



La RecenZione



I 39 scalini


di Patrick Barlow (da John Buchan)
regia di M. Aitken




Nel 1935 Alfred Hitchcock, regista cinematografico ormai nell’Olimpo, prese a pretesto una novelletta (come direbbe Pirandello) d’inizio secolo e ne fece, grazie all’adattamento di Charles Bennett, un ottimo film. Talmente ben riuscito che da allora fino al 2011 se ne contano almeno 4 remake (l’ultimo dei quali naturalmente nessuno l’ha potuto vedere, essendo per il momento ancora un progetto). I 39 scalini è un titolo che richiama folla al botteghino: merito del maestro del giallo più di quel John Buchan autore legittimo del romanzo.
Nel 2005 Maria Aitken, regista teatrale che non tutti conoscono, riprende a pretesto la stessa novelletta e, grazie all’adattamento di Patrick Barlow, lo restituisce sotto forma di divertissement recitativo. La sceneggiatura, infatti, prevede in origine una trentina di personaggi, forse più, ma la Aitken esige che a rappresentarli non siano mai più di quattro attori. Quattro fantastici attori disposti a giocare e divertirsi (loro più di noi) con la più semplice illusione teatrale. Ecco la curiosa novità registica per cui vale la pena rispolverare il racconto di Buchan. La trama, come molti sanno, coinvolge un innocente giovanotto in fuga, sospettato di omicidio, e intorno a lui (unica pedina fissa) la regista fa ruotare altri tre attori, i quali danno vita alla storia, interpretando, di volta in volta, tutti i personaggi della vicenda, ma soprattutto diventando la storia stessa, rappresentandola come se questa fosse un altro protagonista. Cinematograficamente l’idea si potrebbe paragonare a quelle tenere immagini, molto care ai cinefili di razza, in cui Cary Grant, per esempio, guida spavaldo un’automobile rimanendo in realtà fermo sempre al medesimo posto, mentre, ripreso da una cinepresa anch’essa immobile, dietro di lui una tela dipinta scorre su un rullo muovendo il paesaggio. Così tutta la “pellicola” si svolge davanti agli spettatori che seguono le imprese di un solo protagonista – costantemente in scena eppure sempre in fuga – alle cui spalle la trama scorre, non sul classico vecchio rullo, ma sulle figurazioni e sull’abilità degli altri interpreti.
Sarebbero sufficienti queste poche righe per poter affermare che l’esperimento è perfettamente riuscito ma I 39 scalini arrivano dopo due spettacoli in cui la regia è parsa deludente e allora – da maniaco quale sono – mi piacerebbe approfondire il discorso. Se nel Cyrano il pubblico ha visto rappresentato un grandissimo testo, senz’altro, ma privo dell’abito della regia, qui si trova ad osservare esattamente la situazione opposta: un piccolo testo rivestito da un prezioso e raffinato costume, fattura di un sarto sopraffino e soprattutto ingegnoso. Al punto tale che la Aitken, giustamente, cede i diritti di rappresentazione all’estero, soltanto se lo spettacolo è riproposto sotto la sua supervisione, soltanto se le indicazioni di regia sono esattamente le sue, quelle partorite dal suo ingegno. Altrimenti l’operazione non avrebbe senso, perché lo spettacolo è la regia mentre il testo diventa – come ho scritto in principio – esattamente un pretesto.
L’allestimento della Aitken è la dimostrazione che una rappresentazione teatrale si può costruire anche con poco materiale purché si rispetti la triade essenziale: autore, regista, attore. Ma di queste tre parole soltanto una è l’anagramma di teatro: attore. Maria Aitken con la sua singolare operazione conferma che non può esistere un teatro senza attore e non può consistere un attore senza teatro. Il nostro fuggitivo si nasconde all’improvviso sul treno? Sono sufficienti tre bauli per allestire uno scompartimento ferroviario con comodi sedili se l’attore ci si siede sopra e poi s’affaccia dall’ipotetico finestrino leggendo il fantomatico cartello che indica la stazione in cui il convoglio s’è fermato; e domanda al capostazione, riconoscibile dal tipico berretto, “fra quanto si riparte?” “Tre minuti” risponde questo guardando l’orologio; ma, indossando subito un altro copricapo, diventa immediatamente il venditore di giornali che strilla il titolo in prima pagina sull’omicidio appena commesso da una ignota mano sanguinaria. Il treno quindi riprende la corsa e i bauli cambiano posizione, formando stavolta una fila, per permettere al nostro protagonista, individuato da un poliziotto, di scappare sul tetto, salendo in piedi su uno dei bauli e mantenendosi con la destra il cappello che altrimenti volerebbe per il forte vento contrario, che il pubblico intuisce perché il suo cappotto svolazza all’impazzata, agitato ad arte dall’altra mano nascosta.
Tutto qui. Lo spettacolo è costruito interamente con questi “trucchi” elementari, ben lontani dalle misteriose magie dei prestigiatori o dagli effetti stupefacenti ideati da certi registi spendaccioni. Sono puerili necessità teatrali, quelle che danno vita al palcoscenico da quasi tre millenni: apri una porta ed entri in un ambiente, la riapri nel senso opposto e sei in un’altra stanza. Sono trovate sceniche basate sulle precise intenzioni degli attori che smuovono nello spettatore un infantile gioco d’illusione. Quanti registi e quanti attori sanno che il palcoscenico si misura a centimetri e mai a metri e nemmeno a passi. Uno spazio scenico può essere al contempo attraversato a sinistra da un fiume da guadare, e invaso a destra da cespugli insidiosi. Possiamo vedere sul lato sinistro realmente il fiume? Giammai. E’ l’attore che (se il pubblico è ben disposto a giocare insieme con lui, a cedere all’inganno teatrale) ce ne regala l’illusione. Vediamo realmente i cespugli? No. E’ l’attore che stendendosi in terra, braccia e gambe irte per aria, ci offre una parodia dei rovi che s’impigliano nel cappotto di colui che lo scavalca.
Se per la Figliastra il teatro “è un luogo dove si giuoca a far sul serio”, per Maria Aitken è un luogo dove ci si diverte con l’ingegno. Preciso e meticoloso ingegno come un orologio svizzero pronto a far scattare l’approvazione divertita del pubblico affascinato come se stesse ammirando una fiaba. Ma... col morto a sorpresa! (fn)

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