domenica 15 novembre 2009

Il tocco del fuoriclasse non premia la squadra


La RecenZione



Cyrano de Bergerac

di Edmond Rostand
regia di Daniele Abbado



Ai canonici (e mesti) critici di teatro, quelli che rimescolano soltanto le note di regia appuntate sugli opuscoli distribuiti nel foyer, sembrerà assai bizzarro che quest’ultima edizione del Cyrano di Rostand mi abbia ricordato il Napoli di Maradona, primo estratto. Accadde, molti anni orsono, che il buon “Totonno” Juliano (all’epoca direttore sportivo della società calcistica partenopea) riuscì a portare sul bel panorama del Golfo il calciatore più ambito, il gioiello che già tutti chiamavano el pibe de oro: il numero uno. Era il 1984 quando Diego Armando Maradona si trovò a far parte di una compagine ancora senza né capo né coda. In campo, un po’ angosciati dall’impietoso paragone, i compagni lo cercavano per consegnargli il pallone in attesa che se la sbrigasse lui da solo. Era evidente che le partite si riducevano ad una sfida uno contro undici. L’asso argentino certamente era in grado di compiere gesta da supereroe, ma il suo tocco non bastava: e il Napoli, guidato pure da un allenatore poco incisivo, quella stagione concluse il campionato all’ottavo posto, a metà classifica. Soltanto l’anno successivo il presidente Ferlaino comprese che se avesse voluto portare la squadra a livelli più competitivi avrebbe dovuto sostenere il talento di Maradona con calciatori che sapessero toccare il pallone e non soltanto colpirlo, capì pure che avrebbe dovuto far condurre la formazione da un comandante d’eccezione. Solo così arrivarono poi successi e trofei.
Lo stesso vale per il Cyrano de Bergerac interpretato da un raffinatissimo Massimo Popolizio per la messa in scena di Daniele Abbado – si badi bene: la definizione “messa in scena” stavolta non può considerarsi sinonimo di regia. Testo straordinario – lo conosciamo – cavallo di battaglia per molti attori, istrioni, magnifici cialtroni; traduzione (quella di Mario Giobbe) divenuta anch’essa un classico della nostra letteratura teatrale: insomma questo spettacolo aveva dalla sua più di un fuoriclasse per arridere al trionfo e invece non è andato meglio di quella squadra nella quale esordì Maradona. Popolizio ce l’ha messa tutta: ha aggiunto all’interpretazione una velata malinconia intellettuale che non rammento in altri Cyrano; ha tolto tutta l’enfasi dello spadaccino, la spocchia di chi sa maneggiare con la stessa abilità spada e versi per calarsi nei panni di un poeta postmoderno, del tutto incompreso, quasi che soffrisse a dover snocciolar preziose ottave soltanto per una donna e non per l’empireo del suo mondo poetico-culturale in balia di un’ignoranza dilagante. Il protagonista ha onorato la maglia numero 10 come meglio non avrebbe potuto, ma era solo in mezzo al campo: intorno a lui i colleghi s’affrettavano con le poche frasi a disposizione a porgergli la battuta per togliersi d’impaccio; per ascoltarlo, per vederlo palleggiare in rima piuttosto che partecipare coralmente all’azione.
E anche per scena e regia il discorso non cambia. Le soluzioni di Graziano Gregori, per definire interni ed esterni, sono parse spesso inconsistenti, a volte addirittura imbarazzanti: quel siparietto che all’improvviso cala per disegnare la casa di Rossana e subito dopo s’alza soltanto per svelare la presenza della donna agli spettatori, e poi ancora giù per nasconderla… beh, un paravento da teatrino dei pupi! E che dire del duello sui tavoli allineati? Dov’è l’originalità della trovata? Invece di costruire uno spettacolo attorno al campione, di arricchirlo con idee (non dico sbalorditive, ché non ve n’era bisogno) almeno suggestive, affinché le gesta declamatorie venissero esaltate da un contorno all’altezza, Abbado ha preferito la margherita senza petali: “m’ama o non m’ama” ed è rimasto soltanto l’incantevole giallo di una corolla spennacchiata!
Popolizio, lo voglio ribadire, ce l’ha messa tutta senz’altro e la sua bravura è andata oltre se stesso, è parso addirittura molto più spigliato del solito, probabilmente anche merito di un personaggio che affascina l’interprete più dello spettatore: ma c’è da sottolineare che finalmente s’è tirato via quel pesante cappotto protettivo di una scuola che in passato l’aveva imbrigliato con rigidi dogmi di una teatralità possente per indossare una leggera camicia di seta. Esemplare nella dizione dei versi, un tocco di classe nel dar senso e fascino ad un linguaggio che potrebbe oggi apparire forse poco comprensibile, i suoi sforzi però restano sospesi perché né Rossana, né Cristiano, né De Guiche, né Ragueneau hanno saputo appoggiare il fuoriclasse, difenderlo, sostenere il suo tocco. Nulla: lasciato a se stesso!
Talmente isolato – in alcune tirate è parso addirittura un eremita, un naufrago in un'isola deserta – che il regista deve aver provato egli stesso un certo disagio quando s’è posto da spettatore, poiché, sui magnifici versi di Rostand, echi di sonorità dalle quinte entrano in scena accavallandosi ad essi. Perché, se non per riempire una scena troppo spesso vuota? Per quale motivo non creare quelle sonorità sfruttando la musicalità della poesia, cioè del testo? Un “momento” teatrale ha bisogno del sostegno o dell’accompagnamento musicale quando i ritmi recitativi scemano o rallentano o necessitano di una sottolineatura, ma simile scelta rischia d’essere dannosa quando si recita in versi. E’ come se – voglio esagerare – si ascoltassero due musiche contemporaneamente.
Non basta Maradona per vincere lo scudetto, però, quando el pibe de oro s’impossessa della palla, un palleggio, una finta, un dribbling e sbalordisce, incanta gli spettatori, ché… al fin li tocca! (fn)


Roma, Teatro Argentina, 5 novembre 2009

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