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23 aprile 2026

«dEVERSIVO» (primo di) tre spettacoli di Eleonora Danco

«dEVERSIVO» di Eleonora Danco

Roma, Teatro Vascello
22 aprile 2026

UN CAPPOTTO SBAGLIATO SU UNA VOCE STONATA

Non avevo mai visto Eleonora Danco: la curiosità stavolta ha avuto la meglio, a scapito, ahimè, del godimento. Non immaginavo di ritrovarmi di fronte a un cappotto sbagliato indossato da una voce stonata. Eppure, l’operazione della Danco ha cercato di rendere pubblica una piccola tragedia (personale e non solo), riletta in chiave ironica, raccontando le vicissitudini di un’attrice di teatro contemporaneo e l’improba fatica che deve affrontare per salire sul palcoscenico. La storia raccontata in dEVERSIVO (sì, tutto maiuscolo ma con l’iniziale minuscola, affinché si capisca bene che la destabilizzazione dell’arte perda i suoi principii eversivi, e che l’assonanza del titolo ci porti velocemente sulla retta via sgombra da insidiose macchie d’unto, viscide, scomode, pericolose come lo sono le sferzate di un artista che rema controcorrente), la storia – dicevamo – si svolge a Roma e il personaggio narrante è uno e trino: attrice, regista e scrittrice, come troppo spesso oggi si osserva.

22 aprile 2026

«Pignasecca e Pignaverde» di E. Valentinetti (regia, T. Solenghi)

«Pignasecca e Pignaverde» di E. Valentinetti (regia, T. Solenghi)

Roma, Teatro Quirino
21 aprile 2026

PROSEGUE L’OMAGGIO A GILBERTO GOVI

Per il secondo appuntamento con l’omaggio a Gilberto Govi, Tullio Solenghi sceglie un altro classico del repertorio del grande attore genovese: Pignasecca e Pignaverde: e, come il primo testo portato in scena, anche questo gira intorno ai «maneggi per maritare una figlia». Ma il Pastorino di Emerico Valentinetti, a differenza dello Steva di Bacigalupo, è un tignoso Arpagone alla genovese, dai tratti caratteristici della Commedia dell’arte: d’altronde Govi è diventato, nella memoria dei cultori, una maschera indelebile, esattamente come quelle classiche, al punto da indurre l’attore Solenghi a truccarsi ad arte per riprendere la fisionomia del maestro con quella faccia un po’ così.

21 aprile 2026

«Ricordi autobiografici» (1) di Fausto Nicolini, Seniore

Fausto Nicolini (1903)

Mi è stato chiesto, inaspettatamente, di approfondire le notizie sulla vita di Fausto Nicolini Sr. già da me sintetizzate nella pagina madre a lui dedicata. Tuttavia, mi pare opportuno lasciar direttamente a lui la parola, visto che nel 1956, in una lunga Comunicazione presentata all’Accademia pontaniana [1], di cui fu socio ordinario sin dal 1908 e, in seguito, più volte eletto presidente, egli stesso scrive di suo pugno i Ricordi autobiografici, pubblicati sia autonomamente, negli Atti dell’Accademia, sia poi riproposti da Riccardo Ricciardi in testa a «Il Croce minore», volume da cui sto estrapolando questi suoi scritti. A causa della prolissità del testo mi sono attenuto a rispolverare i brani più significativi per lui e per l’epoca, dividendo la pubblicazione in più parti. (fn)

UNA VITA CONSACRATA AGLI STUDI

Illustri colleghi e cari amici,
una disposizione statuaria non più osservata non solo in questa nostra Accademia, ma anche in parecchie altre nostre consorelle italiche è quella che impone ai soci novellini di non prender possesso del seggio accademico se non dopo d’aver commemorato il socio defunto, a cui ciascuno è succeduto. Nel 1908, quando nella nostra antica sede di Tarsia ebbi l’onore di commemorare il mio predecessore Amerigo de Gennaro-Ferrigni [2], […] le commemorazioni assumevano un tal quale carattere di solennità, tanto che quasi sempre i commemoratori si credevan tenuti a indossare, per l’occasione, un abito di cerimonia o […] quanto meno una giacca nera. Purtroppo, già con lo scoppio della prima guerra mondiale, vennero cadendo in desuetudine non poche belle usanze […] di quel buon tempo antico […] in cui non solamente si sapeva vivere, ma […] si trovava che la vita, travagliosa, affannosa, o dolorosa che a volte possa essere, è sempre cosa assai bella e che, perciò, metta gran conto viverla, e viverla con la maggiore intensità. E tra le cose travolte da quel primo vortice bellico furono appunto le nostre commemorazioni accademiche. Basti dire che già intorno al 1920 non era raro il caso che il commemorando fosse stato raggiunto negli Elisi da colui che avrebbe dovuto commemorarlo: con che sulle spalle del successore di quest’ultimo venivano a gravare […] non una ma due commemorazioni. E ci si fosse fermati a questo numero! […] Lungo gli anni corsi dal 1920 a oggi, esso molte volte è stato elevato alla seconda e, in qualche caso, persino alla terza potenza. [3] […]

20 aprile 2026

L’occhio di Graffeo sulla morte dell’anarchico Pinelli

«Tentativo… morte … anarchico» di M. Graffeo

Roma, Spazio Diamante
19 aprile 2026

QUEGLI STRANI SUICIDI DEGLI ANARCHICI

Ecco uno spettacolo che dovrebbe rimanere in cartellone almeno quindici giorni, invece due sole repliche. Marcantonio Graffeo, con un dichiarato omaggio a Fo, a Petri, e a tutti coloro che si sono impegnati nella lotta politica negli anni Settanta, fa un gran bel regalo agli amanti del teatro rispolverando il testo più provocatorio di Dario Fo, scritto nel 1970; e il dono risulta ancor più prezioso per coloro che ricordano gli aurei fasti del Teatro Tenda di piazza Mancini, dove «Morte accidentale di un anarchico» andò in scena nel 1982. Graffeo riscrive il copione a modo suo, con variazioni e aggiunte, stando attento a modificare il titolo che preannuncia il tentativo di una rappresentazione, una sorta di prova per una messa in scena. Riscrive il testo pur mantenendo inalterato il tipico stile di Fo, apparentemente disordinato, nel quale l’improvvisazione è sempre in agguato, ma soprattutto reinventando scenicamente l’accuse sotto le spoglie di finta commedia dell’arte, affidando le parti di tutti alle nostre maschere più conosciute: ecco che così, in locandina, si leggono accanto agli interpreti i nomi di Brighella, Balanzone, Pulcinella, Colombina e Capitan Fracassa, che con la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, obbiettivamente, c’entrano come cavoli a merenda. Tuttavia, a volte, le locandine sono utili e offrono indicazioni illuminanti su insospettabili analogie e metafore.

18 aprile 2026

«Varietà ‘900, ovvero Tingeltangel», un’ideazione di Franco Mannella

«Varietà ‘900, ovvero Tingeltangel», di Franco Mannella

Roma, Teatro Altrove
17 aprile 2026

«CI VORREBBE UN TEATRO DELL’OBBLIGO»

Il nome di Karl Valentin è oggi sconosciuto ai più, purtroppo. E questo è già un buon motivo per rattristarsi e per chiedersi come possa essere possibile che il primo grande comico dell’assurdo sia stato completamente abbandonato nel dimenticatoio. Nacque a Monaco, in Germania, nel 1882, sette anni prima del grande Chaplin; ma a differenza di Charlot, Valentin rimase sempre in Europa; e mentre il genio londinese puntò sulla modernità della macchina da presa che immortalasse i suoi sketch, il tedesco preferì continuare a esibirsi nei cosiddetti sudici tingeltangel, le antiche birrerie bavaresi d’inizio Novecento, affrontando ogni sera direttamente il pubblico, caloroso ed eccessivo nel bene e nel male. Ci ha lasciato alcuni testi scritti, rappresentati in Italia troppo raramente.

17 aprile 2026

«L’estasi della lotta», un progetto di Carlotta Viscovo

«L’estasi della lotta», un progetto di e con Carlotta Viscovo

Roma, Teatro Torlonia
16 aprile 2026

L’ATTRICE: «FESTEGGIAMO LA NOSTRA DISFATTA»

È già in scena quando il pubblico prende posto nella piccola affasciante platea e sotto lo stemma dei Torlonia. È ricoperta, l’attrice, da una tunica bianca. In sottofondo c’è il rumore, un po’ ossessivo, di un indolente respiro asmatico. Osservando Carlotta Viscovo, si nota che si muove con una lentezza estenuante: dalla sinistra punta verso il centro scena. Riesce a raggiungere il blocco di (finta) pietra su cui distende. Le luci si spengono, il respiro, a cui nel frattempo ci si è abituati, diventa flemmatico: gli spettatori, sotto l’effetto del buio, vengono immediatamente risucchiati in un mantra ultra-benefico. Non accade niente: solo movimenti al ralenti di braccia e gambe, giochi d’ombre che si riflettono sulle tre pareti della scena. Sembra la sequenza di un film muto, con sottotitoli in giapponese! Il respiro asmatico non demorde, non perde un ritmo: da flemmatico diventa letargico. E alle mie spalle già si consuma il primo sonno: mento chinato sul petto, vistosa pancia in docile quiescenza, ora su ora giù, e soffio pesante perfettamente cadenzato su quello registrato.

16 aprile 2026

Ricordo di Salvatore Di Giacomo, di Fausto Nicolini Sr.

Tra i più divertenti scritti raccolti ne «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) leggo questo affettuoso ricordo del Nicolini sull’amico Salvatore Di Giacomo, di cui pubblico solo la prima parte (di tre). I due si conobbero nel 1896, a Santa Maria Capua Vetere, dove l’avo Niccola (bisnonno del Sr.) acquistò un palazzo ai tempi del suo mandato in Terra di Lavoro come Procuratore regio del Tribunale criminale. All’epoca Fausto aveva appena 17 anni, mentre il poeta, che colà aveva alcuni parenti, ne contava già 36. In quel periodo i miei bisnonni (genitori di Fausto e di mio nonno Luigi), preferivano vivere nell’antica Capua, anziché a Napoli, soprattutto per motivi legati al più facile controllo e amministrazione delle terre e dei fittavoli. (fn)

Napoli, 1962 cc.

ANCORA D’UN AMICO FRATERNO DEL CROCE

Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo è stato il primo letterato napoletano che, nella mia ormai più che decilustre [1] vita di letterato, io abbia conosciuto (naturalmente, nei riguardi di lui, adopero la parola «letterato» nel significato di, come si direbbe oggi, «lavoratore della penna», o, come diceva Ferdinando II, «pennaiuolo»: ché, incarnazione quasi perfetta dell’artista puro, il Di Giacomo era proprio il contrario di ciò che s’intende comunemente per «letterato»). S’era nel 1896, quando egli, che amava, con civetteria muliebre, togliersi alcuni anni, se ne dava una trentina, pure essendo giunto già oltre il mezzo del cammin di nostra vita. E s’era in quel di Santa Maria Capua Vetere, ove allora io, diciassettenne, dimoravo, e ov’egli veniva di quando in quando, ospite, se non rammento male, di suoi parenti lontani, ch’io frequentavo. E l’ho davanti agli occhi, come se fosse ieri, nell’atto in cui in una luminosissima serata estiva, sdraiato su una stuoia fuori una terrazza o, come diciamo a Napoli, «loggia», e circondato da una decina di più o meno venuste [2] rappresentanti del sesso gentile, diceva com’egli solo sapeva dirle, qualcuna delle sue liriche più belle.

15 aprile 2026

«Le false confidenze» di Marivaux (regia, Arturo Cirillo)

«Le false confidenze» di Marivaux (regia, Arturo Cirillo)

Roma, Teatro Argentina
14 aprile 2026

IL LABIRINTO DELLA PASSIONE

Ha ragione Arturo Cirillo a dire che «Le false confidenze è un testo che rasenta la perfezione: a volte capita che nella drammaturgia di un autore ci sia un’opera che abbia un raro e felice equilibrio». Marivaux scrive nel 1737, «pour les comédiens italiens» che trova così diversi dai colleghi francesi, orfani di Molière e nuovamente caricati di finti barocchismi, questa commedia che mostra una modernità, per l’epoca, impensabile. Si tratta di un intrigo sentimentale, dall’aria un po’ noir, dove sembra che si parli solo di soldi: la passione, infatti, viaggia nascosta per labirinti secondari e l’abbraccio finale tra i due innamorati che scatena l’applauso del pubblico, sancisce la vittoria dell’amore sul denaro. L’affezione romantica, che indubbiamente è il perno centrale della vicenda, tipica della commedia di costume, viene continuamente tartassata e scalzata via dagli interessi degli altri: facili guadagni, eredità promesse, inganni, finzioni, continue esasperanti false confidenze.

13 aprile 2026

«La salita», un film di Massimiliano Gallo

«La salita» (un film di Massimiliano Gallo)

Roma, Cinema Eden
12 aprile 2026

IN CARCERE, UN TEATRO PER CONOSCERSI MEGLIO

Da parecchio tempo non recensisco più un’opera cinematografica per dedicarmi esclusivamente al palcoscenico ma siccome La salita è un film che vuole rendere omaggio alle potenzialità sociali del teatro, siccome l’impostazione della sceneggiatura risente di una fortissima influenza teatrale, penso che un’eccezione si possa fare. Massimiliano Gallo, al suo debutto dietro la macchina da presa, mostrando coraggio e determinazione, ha certamente vinto la sfida: il soggetto è assai accattivante e, pur se parte da alcuni cliché già visti recentemente in televisione, prende tutt’altra strada, conquistandosi una pregevole autonomia sia sul piano sentimentale che culturale. La presenza di Eduardo De Filippo tra i personaggi fa salire il livello dialettico e allontana il dramma del carcere minorile dalla deplorevole violenza senz’altro scopo. Lo rivela Mariano Rigillo interpretandolo, con grande rispetto e infinita delicatezza, e lo dice lui stesso, il maestro, nelle immagini di repertorio (girate al Filangieri) mostrate mentre scorrono i titoli di coda: «Mio padre mi ha fatto studiare. Non fidatevi dell’aiuto degli altri, fate affidamento solo sulle vostre forze». Ed è questo il messaggio che dovrebbe rimbalzare ogni giorno tra le mura di tutti i riformatori del mondo.

12 aprile 2026

«Infinita», uno spettacolo dei Familie Flöz

«Infinita» dei Familie Flöz

Roma, Teatro Brancaccio
11 aprile 2026

LA COMICITÀ COME LINGUAGGIO POETICO UNIVERSALE

Alessandro Longobardi ospita per il terzo anno consecutivo, non più alla Sala Umberto ma al Brancaccio, i Familie Flöz: stavolta sono in quattro e presentano Infinita. Nel 2014 fu uno degli eventi più acclamati sul palcoscenico del Valle occupato. Loro sono Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel, autori e attori di questo capolavoro di dolcezza. Purtroppo, restano in scena ancora oggi pomeriggio (domenica 12 aprile, ore 16.00). A Roma, due repliche soltanto sono troppo poche. Spettacolo costruito a quadri che racchiude molte forme teatrali, fra le quali il teatro di figura, quello in maschera, la danza, il mimo, la clownerie e anche qualche movimento acrobatico, ma qui è soprattutto la musica a dirigere il ritmo delle emozioni in scena e in platea. Quando si prende posto in sala, il sipario è aperto, e immagini in silhouette scorrono su un fondale. Sono scene di vita che terminano con un funerale, e tutti coloro che sono affaccendati col cellulare alla mano se lo perdono. Peccato, perché quel funerale è l’involucro che tiene insieme i quadri che animeranno lo spettacolo.

11 aprile 2026

A proposito di «Sabato, domenica e lunedì»

«Sabato, domenica e lunedì», di Eduardo De Filippo. (Regia, L. De Fusco)

Roma, 11 aprile 2026

PENNA ALL’ARRABBIATA

Quando il critico perde lo spirito libertario

Esisteva un tempo, sui quotidiani, ma soprattutto sui settimanali culturali, la polemica costruttiva, quella sollevata da personalità del mondo dello spettacolo (mi attengo alla mia materia) che si scontravano sulle idee, sui pareri, sui differenti modi di osservare e giudicare un’opera. Da questa rivalità intellettuale, spesso nascevano fiori. All’epoca di una famosa Salomè, per esempio, Carmelo Bene fu al centro di molti dibattiti: chi amava il suo teatro innovativo, chi invece era convinto che fosse solo un atto provocatorio da stipare «in cantina». Il tempo ha dato ragione ai primi; eppure, quelle discussioni, più che a chiunque, giovarono al protagonista che seppe sfruttare i consigli degli uni e degli altri, perché sapeva (e lo si poteva desumere dai loro scritti) che quegli uni e quegli altri non appartenevano alla categoria degli arrabbiati, piuttosto a quella del buon teatro e del libero pensiero.

10 aprile 2026

«Basso napoletano», uno spettacolo di Marco Sgrosso

«Basso napoletano», uno spettacolo di Marco Sgrosso

Roma, Teatro Argot
9 aprile 2026

«LUCARIE’, SCETATE, SONG’ ‘E NOVE»

«Dedicato a Leo». È scritto così sulla locandina sotto il titolo. Ma in scena c’è più di una dedica a Leo De Berardinis: c’è il suo respiro silenzioso, il suo sguardo inquieto, il movimento nel nero, i fasci di luce, l’oggetto dimenticato nell’oscurità, che all’improvviso diventa qualcuno a cui dar voce. E c’è il suo dolore. Certe impronte teatrali lasciano il segno e per fortuna c’è chi le ritira fuori dall’immenso «cascione» della propria esperienza: Marco Sgrosso. Non sta a me spiegare che cos’è un basso napoletano, ormai lo sanno tutti, comunque per precauzione dirò che è nu quartino mmiez’ ‘o vico, ossia una stanza (non sempre vivibile), al piano basso di un palazzo, che nelle ore soprattutto diurne dispone di una fetta di strada pubblica per poter «ampliare» la vita familiare che si svolge all’interno. Ed è così che avviene uno scambio secolare e affascinante: il basso vive delle voci che giungono dalla strada e alla strada dona le sue voci più intime. Ma il basso in questione è anche il contrabasso, strumento musicale suonato, pizzicato, percosso, accarezzato, sfiorato da Felice Del Gaudio che accompagna l’andirivieni di voci con suoni, melodie, accenni sonori, soffusi controcanti, proprio come si vive nel vicolo dove Donna Amalia, mantiene attivo il commercio quando suo marito, Gennaro Iovine, soldato sopravvissuto, torna dal fronte.

09 aprile 2026

«Ditegli sempre di sì» di Eduardo De Filippo (regia, D. Pinelli)

«Ditegli sempre di sì» di Eduardo De Filippo (regia, D. Pinelli)

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
8 aprile 2026

VOLEVO DIRVI: BRAVI!

È davvero un peccato che attori tanto giovani dimostrino così scarso interesse nei confronti del loro stesso valore. Sembra un’autentica follia, eppure è così: quasi che si nascondano dietro l’anonimato per non essere riconosciuti. Attori che calpestano la ribalta con disinvoltura regalando la loro fisionomia ai personaggi più stravaganti, poi, come se si vergognassero di quel che offrono, anche se si tratta di vero talento, negano la propria identità al pubblico. Sì, è assolutamente una follia da manicomio. Mi dispiace davvero per questa fastidiosa anomalia che smorza l’entusiasmo verso i singoli: mi sarebbe piaciuto individuare due o tre (anche quattro) elementi di questa valente compagnia, per esaltarne le doti di ciascuno; mi sarebbe piaciuto avere la lista degli interpreti accanto ai personaggi per poterli riconoscere e lasciar loro una prova scritta di quella soddisfazione che hanno già conquistato in scena. Ma l’applauso del pubblico, domani, già sarà un altro.

08 aprile 2026

«La mandragola» di Niccolò Machiavelli (regia, G. Ferro)

«La mandragola» di Niccolò Machiavelli (regia, G. Ferro)

Roma, Teatro Quirino
7 aprile 2026

PENSAVO FOSSE UNA FAVOLA,
INVECE ERA VANNA MARCHI

Entrare al Quirino, teatro tra i più storici della capitale, e non trovare una locandina completa di personaggi e interpreti, e doversi poi aggrappare alla gentilezza dei singoli addetti ai lavori per riuscire a sapere chi fosse l’attore che faceva Callimaco e chi Ligurio, è una ferita che si rinnova ogni volta questa grave mancanza, simbolo di professionalità, si palesa agli occhi di chi ha il desiderio di saperne un briciolo in più di ciò che ha visto e udito. Tornare a casa, cominciare a scrivere, e scoprire che ancora non è stata diffusa alcuna foto di scena (sul web circola solo lo scatto di servizio dei due protagonisti ripresi su un anonimo sfondo bianco che potrebbe essere la parete del tinello), conferma la scarsa professionalità di produttori, distributori e organizzatori. Sta di fatto che quelle che sono le (ripetute e noiose) premesse della recensione calzano a pennello per introdurre le stravaganze dello spettacolo più sgangherato della stagione: ma non osiamo metter limiti alla provvidenza, abbiamo ancora due mesi densi di sorprese.

07 aprile 2026

Intervista a Martina Carpi (di Walter Bagnato)

Intervista a Martina Carpi (di Walter Bagnato)

Ospito con immenso piacere su questo blog l’intervista a Martina Carpi, scritta da Walter Bagnato, sia perché conosco Martina ormai da «qualche anno», sia perché era un pensiero che mi solleticava da tempo. Bagnato, però, prima di me, è riuscito a rintracciare il bandolo che univa gli argomenti e, soprattutto, a raggrupparli in un insieme artistico che lo vede protagonista. È lui il musicista che accompagna l’attrice in scena mentre legge, dalle pagine del diario di suo nonno Aldo, le memorie dal campo di Gusen, dove fu deportato. È lui che suona le musiche di Fiorenzo Carpi in questo toccante «Al di là del muro» che Martina porta in giro dal gennaio del 2020. Spettacolo che all’epoca debuttò al teatro Parenti di Milano, per raggiungere Roma, una manciata di repliche prima della sospensione imposta dal Covid, all’Off/Off theatre di via Giulia. Ripreso nel novembre del ‘23 a Brera, e a gennaio ‘24 all’Istituto italiano di cultura a Parigi, dopo altri debutti italiani, speriamo di poterla rivedere a Roma quanto prima. Walter Bagnato, oltre a essere musicista, è docente di pianoforte e musica d’insieme al liceo musicale «Giuseppe Verdi» di Milano. (fn)

«L’ARTE CHE ATTRAVERSA LE GENERAZIONI»

Gli attori vivono in due mondi: quello che appare sul palco, davanti al pubblico, e quello più nascosto, fatto di silenzi, ascolto e affinità sottili. In questo spazio intimo si costruiscono i legami più profondi e nascono i mondi teatrali più vivi: storie che emozionano, provocano e restano dentro chi le interpreta e chi le osserva. Martina Carpi, attrice di rara profondità, porta con sé una storia artistica importante che non pesa mai come un’eredità da esibire, ma si manifesta, piuttosto, come un respiro naturale, un modo di stare nel mondo e nel teatro. Ho il privilegio di lavorare con lei come musicista in alcuni spettacoli, tra cui Al di là del muro, un progetto che intreccia memoria e creazione, parola e suono e che custodisce al suo interno una storia familiare capace di farsi universale. Le musiche di suo padre, il maestro Fiorenzo Carpi, accompagnano questo viaggio con una forza discreta ma incisiva, dando voce a ciò che spesso resta non detto. Questa intervista nasce da un dialogo che attraversa generazioni, esperienze e visioni, e che prova a restituire non solo un percorso artistico, ma un’idea più ampia e necessaria di teatro.

05 aprile 2026

A Napoli nel 1711, il primo e unico sciopero del clero (di Fausto Nicolini Sr.)

Quando Fausto Nicolini raccolse gli scritti che andavano componendo il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi, 1963) era il 1962, l’anno degli scioperi. Sin dall’estate del 1960 ci furono aspri conflitti sociali e politici con manifestazioni operaie e popolari che si unirono alla lotta antifascista contro il governo Tambroni. Il 1962 vide una vera e propria ondata di scioperi, non solo tra i metalmeccanici della Fiat, ma di tutta la classe operaia. Furono organizzati molti picchetti ai cancelli delle grandi fabbriche del Nord: le proteste segnarono una svolta nella lotta sindacale. Tuttavia, nessuna organizzazione sindacale dell’epoca avrebbe mai pensato a proporre uno sciopero del clero. Impensabile! Eppure, nel 1711, a Napoli, sotto il regno di Filippo V di Borbone (alias, Filippo IV sul trono partenopeo), ci fu una serrata delle chiese per un litigio per i diritti per le onoranze funebri. Un evento davvero unico nella storia della Chiesa e della nostra Europa. (fn)

UNO SCIOPERO DI PRETI

I nostri organizzatori di scioperi a ripetizione non han pensato ancora a regalarci uno sciopero di preti. Vero è che, se vi pensassero, non credo riuscirebbero nell’intento, giacché nel clero napoletano, via via che esso, assottigliandosi di numero, è migliorato di qualità, ha percorso molto cammino l’idea che un ministro di Dio, il quale, per questioni economiche, ricusi l’opera propria, commette peccato gravissimo, che potrebbe quasi rientrare in quello di simonia.
Diversamente si pensava a Napoli circa duecentocinquanta anni fa, quando, dei cinquecentomila monaci di tutta Italia, il due per cento, ossia diecimila, dimorava a Napoli, la quale, calcolando altresì il clero secolare, i cosiddetti «diaconi selvaggi», chiamati anche «abati di mezza sottana», altre sorte di chierici non tonsurati, cioè i «cursori» e «attuari» (uscieri e birri) dei tribunali della curia arcivescovile, della nunziatura apostolica e della fabbrica di San Pietro, i laici o laiche addetti a chiese, conventi e tribunali ecclesiastici, e finalmente le tante «monache di casa» o «bizzoche», veniva a contare una popolazione ecclesiastica di circa ventimila persone. Numero tanto più esorbitante in quanto, non essendo la popolazione totale della città, decimata dalla peste del 1656, risalita ancora a duecentomila anime, corrisponde a una percentuale aggirantesi tra il dieci e il quindici per cento.

04 aprile 2026

«Lei» di Federico Maria Giansanti (regia, Riccardo D’Alessandro)

Roma, Teatro de’ Servi
3 aprile 2026

QUANDO L’AUTORE NON CI CREDE!

Tre rose (in foto) quante sono quelle che al finale i protagonisti della pièce, Claudio, Renato e Lorenzo, offrono ciascuno alla sua Lei: titolo, uno e trino, della commediola scritta da Federico Maria Giansanti, in scena fino a domenica al Teatro de’ Servi. Sì, anche il giorno di Pasqua, la sala, dove debuttò Valeria Moriconi nel 1957, adiacente a via del Tritone, aprirà i battenti al pubblico a coloro che sono rimasti a Roma per le festività. In realtà ho scelto tre rose perché altre immagini dello spettacolo non se ne trovano, se non quelle relative alle vecchie edizioni di qualche anno fa; nessuno ha pensato di fare qualche scatto più aggiornato. Nel periodo in cui tutti fotografano tutto, spesso, recuperare una fotografia di un allestimento teatrale è impresa ardua.

03 aprile 2026

«Mercoledì delle Ceneri», scritto e diretto da Valentina Esposito

«Mercoledì delle Ceneri», scritto e diretto da Valentina Esposito

Roma, Teatro Vascello
2 aprile 2026

ESEMPIO DI TRADIZIONE CHE VINCE SULLA CONTEMPORANEITÀ

A volte succede anche – cosa stranissima – che alcuni interrogativi sorti durante lo spettacolo trovino una soluzione agli applausi finali, quando la commedia è finita e gli attori finalmente si rilassano, svelando la parte migliore del proprio carattere. Così, sospinti dalla stanchezza, ubriacati dall’euforia, tra sorrisi più spontanei e una gestualità meno ragionata, ecco arrivare in ribalta una maglietta con su scritto «Quando la donna dice no: è no», che in realtà è il senso sociale e ideologico di quel che s’è visto in palcoscenico. Subito dopo, però, proprio accanto a questo slogan, certamente condivisibile e auspicabile, è apparsa, troppo ingenuamente, troppo spontaneamente, una bandiera palestinese. Non si vuol attaccare un discorso politico, per carità, ma rimanendo sull’argomento della violenza di genere che fino a un attimo prima s’è voluta denunciare, come la vogliamo questa donna? Libera, indipendente, che goda di diritti paritari, emancipata, degna di rispetto, oppure sottomessa «alla palestinese» con hijab e thobe che le coprono identità e dignità?

02 aprile 2026

«Giovanni Paisiello… e l’eruzione del Vesuvio…» di Fausto Nicolini Sr.

Sfogliando il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) che raccoglie oltre a una rigorosa Comunicazione presentata nel 1956 all’Accademia Pontaniana, di cui il mio avo fu più volte presidente, molti Scritti varî e la divertentissima Farsa liviana, ritrovo un più breve articolo che racconta un aneddoto che vede tra i protagonisti il musicista Giovanni Paisiello, il quale visse a Napoli gran parte della sua vita e che offrì a re Ferdinando IV una composizione che il sovrano promosse a inno del Regno delle due Sicilie. Mi piace pubblicarlo perché i fatti che si narrano restano vicini all’ambiente teatrale. Nello scritto, inoltre, compare il nome di Benedetto Croce come colui che per primo indagò sulle vicende prematrimoniali e matrimoniali di Cecilia Pallini, che divenne moglie del Paisiello. Purtroppo, mi duole non essere riuscito a rintracciare il frutto dell’indagine crociana, sicuro di potervi scoprire altri gustosi retroscena. (fn)

GIOVANNI PAISIELLO,
GIACOMO GOTIFREDO FERRARI
E L’ERUZIONE VESUVIANA DEL 1784

Scene e scenette napoletane

Tre i principali attori di queste scene e scenette: il Paisiello, sua moglie, donna Cecilia Pallini, e colui che ci ha serbato il ricordo dei suoi colloqui con l’uno e con l’altra, vale a dire il musicista roveretano Giacomo Gotifredo Ferrari, autore di certi Aneddoti piacevoli ed interessanti, i quali, pubblicati primamente a Londra nel 1830, furon ristampati, alcuni anni fa, nella «Collezione settecentesca» del nostro indimenticabile Salvatore di Giacomo.
Del Ferrari basterà dire che nel 1784 contava appena ventun anni e che, ignaro ancora del contrappunto, era venuto apposta da Rovereto a Napoli per istudiarlo. A un lustro dal mezzo secolo era pervenuto già il Paisiello, del quale non è da ricordare altro se non che, reduce allora dai trionfi russi, aveva raggiunto ormai l’apice della gloria. Qualche parola in più è da consacrare, invece, a donna Cecilia, le cui vicende prematrimoniali e matrimoniali trovarono, oltre settant’anni fa, un illustratore nell’allor giovanissimo Benedetto Croce.