ESEMPIO DI TRADIZIONE CHE VINCE SULLA CONTEMPORANEITÀ
A volte succede anche – cosa stranissima – che alcuni interrogativi sorti durante lo spettacolo trovino una soluzione agli applausi finali, quando la commedia è finita e gli attori finalmente si rilassano, svelando la parte migliore del proprio carattere. Così, sospinti dalla stanchezza, ubriacati dall’euforia, tra sorrisi più spontanei e una gestualità meno ragionata, ecco arrivare in ribalta una maglietta con su scritto «Quando la donna dice no: è no», che in realtà è il senso sociale e ideologico di quel che s’è visto in palcoscenico. Subito dopo, però, proprio accanto a questo slogan, certamente condivisibile e auspicabile, è apparsa, troppo ingenuamente, troppo spontaneamente, una bandiera palestinese. Non si vuol attaccare un discorso politico, per carità, ma rimanendo sull’argomento della violenza di genere che fino a un attimo prima s’è voluta denunciare, come la vogliamo questa donna? Libera, indipendente, che goda di diritti paritari, emancipata, degna di rispetto, oppure sottomessa «alla palestinese» con hijab e thobe che le coprono identità e dignità?
Sono queste le piccole cadute d’ingenuità che lasciano intravedere la fragilità di un’operazione. Mi si dirà che lo spettacolo è terminato prima degli applausi e che questi sono al di fuori del copione. Vero, ma fino a un certo punto: lo spettacolo, in quel momento, è finito per gli attori che si godono il loro tributo festoso, ma non per chi assiste e continua ad assistere. Personalmente giungo da una scuola dove gli applausi erano ancora una coda inesauribile di fine regia e sono abituato a considerare chiusa la rappresentazione fino al calar della tela o finquando l’ultimo attore calpesti la scena. Per rispetto naturalmente. Ma il punto è un altro: quel piccolo pastiche, che probabilmente ho notato soltanto io, indica perfettamente quel che la copiosa regia di Valentina Esposito non ha bilanciato a dovere, lasciandosi prendere la mano dalla tradizione della commedia dell’arte. Che offre quadri di impatto visivo fortissimi: nelle maschere, nella gestualità, nelle movenze dei pupi che nell’oscurità avanzano con voci di donne. Fascino nel fascino.
Come quella bandiera palestinese, grande e colorata, ruba la scena allo slogan scritto sulla piccola maglietta bianca e ne contrasta il senso, così le maschere e i trucchi teatrali, mirabilmente eseguiti, diventano il colpo di spugna che sbiadisce, e a volte sbriciola, la consistenza delle intenzioni di portare in ribalta il problema della violenza di genere. Le maschere visivamente sono molto più «violente» di qualsiasi genere: sfondano con grande naturalezza la quarta parete e calamitano sulla loro gestualità gli sguardi degli spettatori. Il significato ideologico di una maschera, al di là di quel che essa rappresenta, diventa effimero. La nostra tradizione, ormai secolare, con la quale il teatro è sopravvissuto in un’epoca in cui le parti si recitavano a braccio, mantiene tutt’oggi il privilegio dell’universalità, che è un bagaglio immenso e pesantissimo che spesso oscura, se non addirittura schiaccia, tutto il resto che lo circonda e le ragioni che lo hanno richiamato. Quando parla Pulcinella o Pantalone, quando si dà voce a un viso inanimato, l’incantamento teatrale diventa un gioco pericolosissimo per chi ha in mente di sostenere un’idea contemporanea e comprensibile soltanto per riflesso. Le maschere non hanno questa delicatezza: non vanno mica tanto per il sottile!
Con microfoni a volte invadenti
