03 aprile 2026

«Mercoledì delle Ceneri», scritto e diretto da Valentina Esposito

«Mercoledì delle Ceneri», scritto e diretto da Valentina Esposito

Roma, Teatro Vascello
2 aprile 2026

ESEMPIO DI TRADIZIONE CHE VINCE SULLA CONTEMPORANEITÀ

A volte succede anche – cosa stranissima – che alcuni interrogativi sorti durante lo spettacolo trovino una soluzione agli applausi finali, quando la commedia è finita e gli attori finalmente si rilassano, svelando la parte migliore del proprio carattere. Così, sospinti dalla stanchezza, ubriacati dall’euforia, tra sorrisi più spontanei e una gestualità meno ragionata, ecco arrivare in ribalta una maglietta con su scritto «Quando la donna dice no: è no», che in realtà è il senso sociale e ideologico di quel che s’è visto in palcoscenico. Subito dopo, però, proprio accanto a questo slogan, certamente condivisibile e auspicabile, è apparsa, troppo ingenuamente, troppo spontaneamente, una bandiera palestinese. Non si vuol attaccare un discorso politico, per carità, ma rimanendo sull’argomento della violenza di genere che fino a un attimo prima s’è voluta denunciare, come la vogliamo questa donna? Libera, indipendente, che goda di diritti paritari, emancipata, degna di rispetto, oppure sottomessa «alla palestinese» con hijab e thobe che le coprono identità e dignità?

Sono queste le piccole cadute d’ingenuità che lasciano intravedere la fragilità di un’operazione. Mi si dirà che lo spettacolo è terminato prima degli applausi e che questi sono al di fuori del copione. Vero, ma fino a un certo punto: lo spettacolo, in quel momento, è finito per gli attori che si godono il loro tributo festoso, ma non per chi assiste e continua ad assistere. Personalmente giungo da una scuola dove gli applausi erano ancora una coda inesauribile di fine regia e sono abituato a considerare chiusa la rappresentazione fino al calar della tela o finquando l’ultimo attore calpesti la scena. Per rispetto naturalmente. Ma il punto è un altro: quel piccolo pastiche, che probabilmente ho notato soltanto io, indica perfettamente quel che la copiosa regia di Valentina Esposito non ha bilanciato a dovere, lasciandosi prendere la mano dalla tradizione della commedia dell’arte. Che offre quadri di impatto visivo fortissimi: nelle maschere, nella gestualità, nelle movenze dei pupi che nell’oscurità avanzano con voci di donne. Fascino nel fascino.

Come quella bandiera palestinese, grande e colorata, ruba la scena allo slogan scritto sulla piccola maglietta bianca e ne contrasta il senso, così le maschere e i trucchi teatrali, mirabilmente eseguiti, diventano il colpo di spugna che sbiadisce, e a volte sbriciola, la consistenza delle intenzioni di portare in ribalta il problema della violenza di genere. Le maschere visivamente sono molto più «violente» di qualsiasi genere: sfondano con grande naturalezza la quarta parete e calamitano sulla loro gestualità gli sguardi degli spettatori. Il significato ideologico di una maschera, al di là di quel che essa rappresenta, diventa effimero. La nostra tradizione, ormai secolare, con la quale il teatro è sopravvissuto in un’epoca in cui le parti si recitavano a braccio, mantiene tutt’oggi il privilegio dell’universalità, che è un bagaglio immenso e pesantissimo che spesso oscura, se non addirittura schiaccia, tutto il resto che lo circonda e le ragioni che lo hanno richiamato. Quando parla Pulcinella o Pantalone, quando si dà voce a un viso inanimato, l’incantamento teatrale diventa un gioco pericolosissimo per chi ha in mente di sostenere un’idea contemporanea e comprensibile soltanto per riflesso. Le maschere non hanno questa delicatezza: non vanno mica tanto per il sottile!

Non tutto lo spettacolo è proposto sotto forma di commedia dell’arte o di teatro dei pupi, ma queste sono le caratteristiche più esplosive, e meglio riuscite, perché molto ben architettate e interpretate. Assolutamente affascinanti. Talmente affascinanti che il resto si disperde, e la concentrazione di chi è in sala non riesce a seguire in maniera costante il filo conduttore del messaggio. La storia, infatti, della ragazza annegata nel fiume, che prosegue a singhiozzi, resta spesso sospesa, interrotta da frammenti di altri racconti e intervallati da scene, pare, di altre tradizioni. Mentre la pupazza esposta sul carro che annuncia la festa dell’ultimo giorno di carnevale e il Mercoledì delle Ceneri, primo di Quaresima, diventa il simbolo della donna oggetto, che tutti vorrebbero possedere e tutte vorrebbero incarnare, quando si dà vita alla sceneggiata della Canzone di Zeza (antico canto popolare napoletano eseguito al ritmo delle tammorre) si vuol sottolineare incautamente più la figura del maschio cacciatore della giovane figliuola di Zeza, piuttosto che osservare l’animo matriarcale e opportunista della madre che fa becco il marito: la vera manipolatrice è lei, una donna che volentieri dice sì. E quando una donna dice sì, la caccia è ufficialmente aperta! (fn)
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Mercoledì delle Ceneri, scritto e diretto da Valentina Esposito. Con Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano. Costumi, Mari Caselli. Fantocci, Mari Caselli e Costanza Solaro Del Borgo. Teste in lattice, Gemelli Magrì. Ideazione scenografica, Valentina Esposito. Pupazza, Edoardo Timmi. Musiche, Luca Novelli. Luci, Alessio Pascale. Produzione Fort Apache Cinema Teatro, in coproduzione con La Fabbrica dell’Attore (Teatro Vascello). Al Teatro Vascello, fino a domani 4 aprile

Con microfoni a volte invadenti

Foto: La scena delle maschere e dei pupi (© Ilaria Giorgi)

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