UNA SVAGATA CHIACCHIERATA IN GIARDINO TRA UN TÈ E UN OMICIDIO
Prima di raggiungere la platea, siamo rimasti incantati dai crediti esposti in locandina: oltre ai nomi delle quattro attrici, tutte molto brave, e a una regia fatta a quattro mani da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, troviamo i «paesaggi sonori», la «drammaturgia del movimento», gli «ambienti visivi», la «drammaturgia delle luci», l’«accompagnamento alla ricerca», definizioni che sul pianeta teatrale, fino a qualche anno fa, erano totalmente sconosciute. Qui le hanno messe tutte insieme, tanto che ci eravamo predisposti ad assistere a uno spettacolo lunare. Il mio amico musicista, che il teatro lo mastica da più di mezzo secolo, s’è convinto che i «paesaggi sonori» sono opere di musicisti che non sanno tenere il pennello in mano o di pittori che non sanno leggere le note, ma – attenzione – potrebbe anche essere un incastro letto al contrario! La conferma di questi dubbi arriva dagli incarichi segnalati da Anna Missaglia, da Marco Rossi e Francesca Sgariboldi che usano un termine classico (ossia, serio) per identificare con chiarezza il loro ruolo: così lo spettatore capisce bene chi ha ideato i «costumi» e chi le «scene». Il resto casca in pasto alla libera interpretazione e ai malevoli sghignazzi!
Anche questa estenuante esagerazione del voler stupire ad ogni costo, pur di uscire dai canoni tradizionali, rischiando di scivolare nel ridicolo, fa parte del declino dell’umanità che Caryl Churchill denuncia con questo testo. Tre delle quattro anziane protagoniste della svagata chiacchierata in giardino, infatti, parlano e vestono e s’atteggiano al limite del bislacco (proprio come può esserlo l’associazione di una drammaturgia alla lampadina di un proiettore), sfiorando costantemente la futilità, per non affrontare la propria nullità che consiste nel non aver saputo dare mai un reale valore alla vita. È l’ora del tè quando una quarta signora (Mrs. Jarrett, Tania Garriba, capace di dare al suo personaggio una disaffezione opportunista e altezzosa), s’intromette nella insignificante riunione per alternare a qualche sorso della tipica bevanda pomeridiana un bicchierino di alcol: un contrasto metaforico che all’insipidezza oppone un gusto ben più deciso. Lei, infatti, è l’unica che scruta la vanità delle altre e di tanto in tanto si distacca dal gruppo per presagire, con cambi d’umore repentini, bassezze e sterilità della vita come se lanciasse anatemi alla maniera di una Cassandra dall’aria un po’ clochard.
È attraverso di lei che noi veniamo a sapere dell’incontro in giardino delle tre donne, perché è l’unica superstite, Escaped alone, scampata alla strage della fatuità. Mrs Jarrett si introduce nell’effimero eden quasi furtivamente per osservare, valutare, intervenire quanto basta, e infine scappare a raccontare l’orrore di cui è stata partecipe non del tutto involontaria. La compagnia è formata da Lena (Alice Palazzi), affetta dalla fobia di uscir da casa, terrorizzata già quando si alza dalla sedia, come se camminare le procurasse ansia per l’ignoto in agguato; da Sally (Caterina Carpio, autrice di un monologo umoristico davvero prestigioso), atterrita al solo pensiero di incrociare un gatto (a prescindere dal colore: la superstizione non c’entra); e da Vi (Arianna Gaudio) responsabile diretta della morte del marito: un’assassina.
Un’ammissione talmente pesante che, oltre a portare l’unico dissidio verbale in scena, diventa un ostacolo pratico nella scrittura della Churchill. Se fino al momento della confessione, infatti, s’è parlato del nulla, e lo spettatore ha faticato a seguire un filo conduttore in stile beckettiano (ma senza mai un accenno all’assurdo), la notizia dell’omicidio arriva come un appiglio concreto, una ciambella di salvataggio a cui aggrapparsi per cercare di comprendere anche i dialoghi e gli umori delle altre che però, sciaguratamente, non godono di un così consistente argomento. Pertanto, l’attenzione in sala si sposta sul fatto di cronaca, sul coltello che la donna aveva in mano al momento della presunta aggressione da parte del coniuge, sul fatto che ora non ama più stare in cucina dove ha inferto il fendente, sul fatto che adesso le è difficile, da madre, parlare con un figlio a cui ha ammazzato il padre: son tutti particolari assai prepotenti al confronto delle ansie inconsistenti segnalate dalle altre due, tanto che il delitto facilmente soffoca il resto che si perde nei meandri dell’impalpabilità. È come se, aspettando Godot, si parlasse di Garlasco!
Sulla regia occorre dire che ce ne sono due, e non perché i registi lavorino in coppia, ma perché ne ho vista una sul palco, consona al testo, fatta di movimenti intonati alla situazione salottiera tra l’artificiale e l’ipocrita, tra il rarefatto e il drammatico con molte sfumature ironiche; e un’altra, proiettata sul fondo, asettica, con immagini che appartengono a uno spettacolo diverso. In teatro è meraviglioso immaginare la densità di un tramonto dal tono di voce di chi lo indica, di chi lo racconta anche con un silenzio; oppure supporlo da un fascio di luce che arriva dalla quinta come uno sbadiglio: se, invece, si vuol mostrare il tramonto in diretta fotografica, con un’immagine realistica e ritoccata, ubriaca di rossi romantici e sentimenti rubizzi, vuol dire che non si ha fiducia né nel testo e nemmeno nelle capacità delle attrici, ma si pone l’accento sulla presunzione di voler mostrare il tramonto secondo la propria visione e non quella dell’autrice o dell’interprete o della fantasia dello spettatore che è l’arteficio supremo dell’immaginazione teatrale. (fn)
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Escaped alone, di Caryl Churchill; traduzione, Monica Capuani. Un progetto di lacasadargilla. Regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni. Dramaturg, Margherita Mauro. Con Caterina Carpio (Sally), Tania Garribba (Signora Jarrett), Arianna Gaudio (Vi), Alice Palazzi (Lena). Paesaggi sonori e ideazione spazio scenico, Alessandro Ferroni. Drammaturgia del movimento, Marta Ciappina. Scene, Marco Rossi e Francesca Sgariboldi. Ambienti visivi, Maddalena Parise. Drammaturgia delle luci, Luigi Biondi. Costumi, Anna Missaglia. Accompagnamento alla ricerca, Marco D’Agostin. Produzione: Piccolo Teatro di Milano (Teatro d’Europa), Teatro di Roma (Teatro Nazionale). Al Teatro Valle, fino al 1° novembre
