L’IMPORTANZA DI ESSERE IN PALCOSCENICO
Il giorno del mio 61° compleanno, approfittando di una comoda pomeridiana trasteverina, al Belli, sono tornato a rivedere La figlia di Kioto Zhang, un valzer scoppiettante di follie del nostro quotidiano, in cui, tra vizi, sconcezze ed esasperazioni, Massimo Odierna disegna, in stile caricaturale, la parossistica solitudine di una società allo sbando. Ma questo scritto non vuole aver la pretesa di essere una recensione, già pubblicata lo scorso giugno (leggere qui), quando vidi lo spettacolo sotto il capannone dello Spazio Recherche: sarebbe una ripetizione degli elogi già esposti all’epoca; vuole, invece, essere una riflessione sull’importanza dello spazio scenico.
Molti anni fa, ascoltando con attenzione una grandissima attrice in prova (quando le prove a tavolino erano ancora considerate uno studio approfondito sul testo), mi soffermai su come ella si accostava con cautela al personaggio: come osava modificarlo su se stessa, come lei si lasciava modellare dalla scrittura, quasi che la sua voce fosse una scultura di creta ancora morbida, su cui parole e punteggiatura andavano a scolpire le prime intonazioni, formando l’ossatura di quel che poi sarebbe stato. Lei si chiamava Franca Valeri e il personaggio era quello di una principessa degli elitari salotti parigini degli anni Trenta. Alle prime letture la Valeri andava per tentativi: leggeva e rileggeva le battute con toni sempre diversi, con tempi assai sfalsati, fino a destare perplessità tra i più giovani che non potevano immaginare che quel mostro sacro palesasse una recitazione così incauta e strampalata. In realtà stava studiando, stava appunto provando i suoi toni sulle possibilità che offriva il personaggio e viceversa. «Ma siamo seduti intorno a un tavolo – avvertì la compagnia – poi in teatro tutto si modifica!».
Quello studio portò l’attrice a costruire uno dei suoi capolavori teatrali più riusciti, e insegnò al sottoscritto che le battute ben dette non hanno una sola formula di espressione, ma godono di molte più varianti. Cosicché in un teatro alcuni toni prendono un colore, mentre in un altro possono incupirsi o rischiararsi. Ebbene, questo principio, allargato a un lavoro di regia, è valido per tutto ciò che accade in uno spazio scenico, compresi i movimenti, le luci, i volumi, l’intensità dei gesti. Ed ecco che se a giugno scorso ho assistito alla regia di Odierna, realizzata al centro di una grande sala, con il pubblico seduto intorno a 360°, ieri, sul palcoscenico del Belli (per certi versi) ho visto uno spettacolo totalmente nuovo, tranne che nel testo.
Il ring non c’era più, ma la quarta parete costringeva gli attori a recitare in maniera classica, portando voce ed espressione verso la platea, a dispetto di quei movimenti molto più naturali, scanzonati, «irrispettosi» delle regole fondamentali che il palco impone. La vivacità del testo di Odierna si basa sulla sregolatezza del linguaggio, che la pedana, libera da quinte e fondali, accentuava per dinamismo di movimento, per libertà di espressione e perché l’attore sapeva che mostrando il viso a qualcuno, alle sue spalle altri osservavano come stringeva le chiappe. E vi pare, signori, che un simile pensiero possa non influire sul tono delle battute e sul loro effetto? A me, vedendo la recita al Belli, è parso che molto sia cambiato – non in male e non in bene, ma diverso certamente! La sregolatezza ha lasciato il posto all’ordine; la strafottenza dei movimenti s’è asciugata diventando opaca; insulti, odii, provocazioni, con cui i personaggi si sfidano l’un l’altro sono diventati un’esibizione, mentre facevano parte di un salotto a cui (noi pubblico) eravamo invitati. La scena dell’orgasmo che accadeva sotto i nostri occhi come una follia perversa di una scioccata, portata in palcoscenico assume una visione esibizionistica: una sfaccettatura che non fa parte dello stile di scrittura. Ed ecco che quella scena soprattutto andrebbe rimodellata secondo le possibilità che il nuovo spazio scenico offre.
L’importanza di trovarsi in palcoscenico impone e costringe attori e registi a recuperare un’educazione teatrale, questa è la regola; ma seguendo l’insegnamento della Valeri probabilmente si potrebbe anche rintracciare un equilibrio differente che non privilegi soltanto la ferrea disciplina, ma vada incontro anche alle esigenze del copione. La velocità fisica con cui gli attori si preoccupavano di rivolgersi da una parte o dall’altra, qui ha trovato un freno che ovviamente influenza la recitazione: la spigliatezza delle frasi ha ceduto passi alla consistenza del loro significato e, trattandosi di eccessi di volgarità (ben congegnata e dall’immediato effetto umoristico) quel che resta più consistente è l’oscenità che talvolta manca di leggerezza. Al contrario, quando, al finale, i nodi di tutte le solitudini vengono al pettine, e l’insospettabile sfaccettatura drammatica dei personaggi si sgretola davanti al pubblico la catarsi si compie in piena regola, quasi da tragedia greca. Quelle che ho tentato di scrivere finora sono impressioni forse sbagliate, forse esagerate, forse nostalgiche, ma sicuramente frutto di una appassionata visione di una follia scenica che comunque mi ha molto divertito e rasserenato. (fn)
____________________
La figlia di Kioto Zhang, scritto e diretto da Massimo Odierna. Con Giovanni Serratore (Thomas), Enoch Marella (Libero), Irene Ciani (La madre e zia Magda), Francesco Petruzzelli (Il padre), Maria Giulia Scarcella (Jasmine, Tinetta, Sharon, Clotide, Brooke), Sofia Taglioni (Amelie). Al teatro Belli ancora oggi, 11 ottobre (h. 17.00)
Senza microfoni
Foto: Giovanni Paratore, Maria Giulia Scarcella e Enoch Marrella (© Achille Le Pera)
