07 giugno 2026

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

Roma, Spazio Recherche
6 giugno 2026

«BENVENUTI IN QUESTO PAZZO MONDO»

D’altronde ero stato avvertito senza fraintendimenti: «Vieni, spettacolo bello pazzo!» E la follia non s’è risparmiata, anzi, ha dato il meglio di sé ruotando vorticosamente intorno a un perno centrale nemmeno troppo solido. Una storia che si basa sulla disperata ricerca di un’immagine favolistica, la dolce Noa, il desiderio di un amore impossibile, ossia La figlia di Kioto Zhang, il temibile capo delle guardie imperiali; fanciulla incantevole le cui sembianze, dice Libero innamorato, ricordano le «famose» ceramiche di Catanzaro e i «celebri» arcobaleni di Pechino: goliardiche trovate molto distanti da qualunque riferimento finanche surreale. Per fortuna, «le lacrime di minchia» ci riportano con i piedi a terra nel nostro mondo, al nostro tempo sconclusionato, dove tutto diventa esagerazione e volgarità. Esiste, però, in teatro, un tipo di volgarità talmente fantasiosa e sfacciata da superare il limite di qualsiasi pudore e conquistare il fascino della risata e della fiducia. Pertanto, la quotidiana volgarità detestabile che, invece, incontriamo per strada, al bar, al ristorante, quella fastidiosa che sembra inseguirci ovunque travestita da umana irrazionalità, quell’altra ancor più noiosa offerta dalla telespazzatura, trova in questa (che è teatralizzata) la sua bella copia, ardita e fantasiosa, che ne è la parodia, in cui anche le espressioni più grevi e colorite esplodono come ricami artificiosi di un ingegno.

Massimo Odierna che ha scritto e diretto un testo che, ancora a pochi minuti dalla fine, sembra non trovare un consistente filo conduttore, osa mescolare senza un preciso criterio in una grande tinozza le uve pregiate di alcuni generi teatrali: cosicché ogni personaggio si trascina un pezzo di storia del suo teatro. L’impostazione di Amelie (Sofia Taglioni, prima statuaria, poi libidinosa) ricorda l’antica tragedia greca, la figura del padre (elegante e insospettabile maudit, Alessio Del Mastro) è tipica del teatro borghese, la zia (Irene Ciani) sembra essere stata riesumata da una commedia in costume (tipo Brancaleone), tutte le fidanzate di Thomas (interpretate dalla bella e poliedrica Maria Giulia Scarcella) sono il frutto di quelle commediole leggere che ricordano le serie tv, mentre Libero (Enoch Marrella) è un sognatore ottocentesco alla Werther, e infine Thomas (Giovanni Serratore) potrebbe essere un erede impoverito del Tamerlano di Marlowe. In questo miscuglio apparentemente «insensato» di personaggi folli, l’ibrido mosto si fa vino. Vino assai gustoso, dal sapore intenso e robusto di corpo.

Merito certamente dell’autore e regista che in una pedana rettangolare, circondata a 360° dal pubblico, dispone i personaggi quasi sempre come due giocatori di tennis che si sfidano lanciandosi insulti, odii, provocazioni, esattamente come accade oggi per la strada o in qualunque salotto, pronti poi a inginocchiarsi per la disperazione. Onore all’intero cast che risponde con precisione a ogni esigenza, eppure il trio, composto da Serratore, Ciani e Marrella, raccoglie il plauso più meritevole: sono loro che dettano costantemente i tempi, fondamentali per rendere fruibili e apprezzabili le continue farneticazioni che altrimenti risulterebbero stanche e vuote. Sono loro che colorano la recitazione con le tinte più forti della convinzione. Soltanto così, in questa che sembra un’insensata follia – a volte bieca, a volte licenziosa – riesce a insinuarsi lentamente la verità di un dramma, nascosto e profondo, tipico dei nostri giorni: la solitudine, quella triste malattia che ci spinge verso le illusioni (come capita a Libero) o all’alcol (come Thomas), oppure verso le più atroci perversioni (Il padre) o alla passività (la Madre). Tutti i personaggi creati da Odierna sono vittime della solitudine: e prima che sia subito sera, piuttosto che lasciarsi trafiggere poeticamente da un raggio di sole, sarebbe meglio trovarsi un amico, perché «la solitudine è bella soltanto quando la puoi raccontare a qualcuno». (fn)
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La figlia di Kioto Zhang, scritto e diretto da Massimo Odierna. Con Giovanni Serratore (Thomas), Enoch Marrella (Libero), Irene Ciani (La madre e zia Magda), Alessio Del Mastro (Il padre), Maria Giulia Scarcella (Jasmine, Tinetta, Sharon, Clotide, Brooke), Sofia Taglioni (Amelie). Allo Spazio Recherche, oggi (7 giugno) ultima replica, 20.30

Foto: Enoch Marrella (sullo sfondo), Giovanni Serratore, Maria Giulia Scarcella (di spalle) (© Valentina Pavone)

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