Menu

21 settembre 2026

Premiazione «Le Maschere del Teatro»: il commento

Le MAschere del teatro italiano 2026

Roma, Teatro Argentina
19 settembre 2026

L’INGIUSTIZIA PREMIA ELIO GERMANO

Con Serena Autieri a far gli onori di casa, la festa per il teatro italiano ha immediatamente preso un ritmo frizzante e uno spessore artistico che forse erano necessari alla brillantezza della kermesse. Bella ed elegante presenza, spontaneità e scaltrezza, voce canora straordinaria, tutte doti, a cui si è aggiunta un’insospettabile padronanza del mestiere di presentatrice, grazie alle quali ha saputo sciogliere col sorriso anche quei piccoli imprevisti che l’improvvisazione inevitabilmente crea. Attorno a lei un parterre di star nazionali e internazionali. Su tutti spiccava Giulia Lazzarini, un monumento in continuo movimento della scena nostrana anche con 92 primavere sulle spalle: vincitrice quest’anno della quinta Maschera, la seconda come attrice non protagonista. Accompagnata in ribalta, al momento della consegna del premio, da un altro decano e gigante del nostro teatro, Gabriele Lavia, ormai habitué della premiazione, applauditissimo anche lui, l’attrice ha dedicato il successo a tutti coloro con cui ha lavorato (e non son pochi) «e con cui lavorerò», ha aggiunto con la pervicace forza dell’ironia.

Da citare naturalmente le preziose presenze di Robert Carsen e Thomas Ostermeier: se il regista canadese ha avuto l’onore di ricevere il trofeo più ambito per l’allestimento di «Antigone» (e sia il pubblico dell’Argentina che i telespettatori a casa ne hanno anche apprezzato un icastico commento), il suo rinomato collega tedesco è rimasto invece seduto e muto per l’intera sera. Non capita spesso di aver l’occasione di poter ascoltare un artista interessante come Ostermeier (nominato solo da Carsen), e avendolo lì a disposizione per quasi due ore m’è sembrato un peccato d’omissione relegarlo al silenzio, senza nemmeno un’adeguata presentazione a una platea televisiva che forse non l’ha mai visto in viso. Ne avrebbe giovato, credo, soprattutto il valore della manifestazione!

Tuttavia, a cominciare dal premio al miglior spettacolo, sono stati anche altri che hanno lasciato perplessità e qualche insoddisfazione. Al di là dell’indiscutibile qualità artistica e dei meriti professionali di Carsen, tra i migliori registi teatrali del mondo, c’è da osservare che la tragedia di Sofocle è stata proposta soltanto in quel di Siracusa, tra maggio e giugno scorso, e la visibilità è stata certamente molto ridotta rispetto ad altri spettacoli che hanno goduto di una tournée stagionale: evidentemente i criteri della votazione della giuria popolare sono condizionati da emozioni che esulano dal riscontro diretto. Pure il premio alla Lazzarini, attrice dalla carriera indiscutibilmente sublime e ormai storica, è parso più un riconoscimento al nome legato al suo passato d’oro, più che all’ultima performance consumata in «Miracolo a Milano», opera vista esclusivamente sulla scena meneghina del gran Teatro Strehler. Il premio al miglior attore è andato a Luca Lazzareschi (per «Morte di un commesso viaggiatore»), bravissimo e certamente meritato, ma dei tre candidati, uno, il più imponente, Umberto Orsini, ha dato forfait: ed essendo questa una premiazione legata a una trasmissione televisiva, la presenza è fondamentale per ricevere l’onorificenza. C’è chi lamenta addirittura che Orsini, per il tipo di spettacolo per il quale era stato candidato, avrebbe dovuto far parte di un’altra categoria (quella del monologo, anche se «Prima del temporale» proprio monologo non è, ma quasi).

Un discorso a parte merita lo scandaloso (sì, lasciatemelo dire, vi prego) premio ricevuto da Elio Germano, come migliore interprete di monologo. Delusione prevista e già preannunciata dal sottoscritto nel commento alle candidature di qualche mese fa, quando l’attore, bravo comunque, ma dall’ingombrante nome cinematografico, infinitamente più pesante di quello delle due concorrenti di categoria (Anna Della Rosa ed Elena Arvigo), è stato introdotto nella terna grazie a un sostegno a tinte più conformistiche che artistiche. La guerra, oggi, è argomento facile, che mette tutti d’accordo, e certamente più della pace! Un riconoscimento teatrale dovrebbe, infatti, premiare l’originalità e non il proselitismo; dovrebbe essere il premio per un’ottima recitazione e non per una buona lettura; dovrebbe premiare la capacità di gestire lo spazio scenico e non l’immobilità dietro un leggio. Ma ecco che l’eco suscitato dal nome dell’attore più rinomato, e peggio vestito, ha fatto breccia nella giuria popolare togliendo ogni possibilità alle contendenti. Ingiustizia è fatta!

Sul versante della coerenza, i premi più soddisfacenti (tra i quali, non mi si fraintenda, rientra anche Lazzareschi) sono stati quelli assegnati a Pia Lanciotti (migliore attrice) e ad Arturo Cirillo (regia). È con loro che la sfida teatrale s’è fatta paritaria ed entusiasmante. La terna femminile era completata da Elena Sofia Ricci e da Federica Di Martino: entrambe perfette nelle loro interpretazioni, ma le votazioni hanno premiato probabilmente la maggiore costanza della Lanciotti e la costruzione certosina di un personaggio strutturato sulle emozioni più rarefatte. Cirillo invece sfidava in categoria due colossi: Lavia e Ostermeier; e poteva essere considerato l’outsider, ma invece s’è imposto con disinvoltura puntando su una regia di grande fascinazione e spettacolare teatralità. Strano, infatti, che «Le false confidenze» abbia mancato l’accoppiata tra scene e costumi: eppure, la scenografia disegnata da Dario Gessati sembrava in teoria la più papabile al successo, che invece è andato ad Anna Varaldo (emozionatissima nel ricevere per prima la scultura realizzata da Paolo Gambardella), la quale, come il suo collega, è riuscita a portare visivamente una storia che si svolge tra le mura casalinghe in uno spazio indefinito e illimitato. Pecca che ha condizionato molte altre scenografie e regie.

Hanno comunque vinto i costumi che Cirillo ha commissionato a Gianluca Falaschi, e con immensa gioia e nostalgia ho raccolto il ricordo del patron Luca De Fusco che ha menzionato come gli abiti più belli che lui rammenti, quelli ideati da Gabriella Pescucci in un allestimento (1989) della commedia di Marivaux per la regia di Patroni Griffi. L’amica Gabriella, sì, che meriterebbe un premio alla carriera da accostare all’Oscar! A «Sabato, domenica e lunedì» è andata una sola Maschera, quella conquistata dall’ottimo Paolo Serra, ragioniere non protagonista, anch’egli (come l’eccelsa Leda Kreider, attrice emergente) caduto nella trappola dei ripetitivi ringraziamenti familiari. Tutti ringraziano mamma, papà, fratelli, sorelle e consorti, figli e nipotini: ovvietà rubate alle capacità intellettuali di cui il teatro si ciba. E tutti ringraziano produttori, registi, maestri e maestranze, altre banalità protocollari che si potrebbero barattare con frasi più interessanti. Evviva, quindi, Pia Lanciotti che ha sottolineato l’importanza di un teatro senza microfoni e senza «idioti» cronometri: «Riprendiamoci le nostre voci, facciamole correre in uno spazio sacro e anche pericoloso. Cominciamo a rinegoziare il nostro modo di fare teatro. Lasciamo stare gli algoritmi che ci suggeriscono le storie che dobbiamo raccontare». Perché il teatro – dobbiamo prenderne atto – sta andando incontro a una terrificante possibilità: che sia, cioè, governato intellettualmente da una intelligenza artificiale e da questo dobbiamo proteggerlo. «Il teatro è un lavoro d’insieme. È collaborazione», ha detto Robert Carsen, il quale s’è battuto sulla difesa della nostra libertà democratica dove il palcoscenico serve, «come ad Antigone, per poter protestare contro le ingiustizie». E contro la stupidità dilagante, come ha ricordato Angelin Preljocaj, citando Maurizio Scaparro. Un grande applauso finale ha salutato il premio alla carriera dato a Massimo De Francovich. (fn)
____________________
Le Maschere del teatro italiano, 2026, qui i vincitori