«GUARDA COME CI HANNO INGABBIATI!»
L’impronta fotografica che Carlo Sciaccaluga dà al suo allestimento di Morte di un commesso viaggiatore – tanto per far capire subito che sta viaggiando da solo, senza ingombranti rimembranze paterne (Marco Sciaccaluga ne diresse ben due edizioni) – è racchiusa nell’immagine iniziale, quando tutti gli attori, con il volto coperto, fanno capolino dalle quinte in attesa dell’arrivo di Willy Loman che giunge dalla platea. Lo osservano come automi silenziosi, come quei manichini con le teste bianche che De Chirico dipinse per rappresentare l’uomo moderno, privato della propria identità, a cui il nuovo sistema di vita ha oscurato la capacità di trasmettere emozioni. In questa giungla di sguardi che evocano mistero e solitudine, e che noi oggi conosciamo fin troppo bene, avanza l’ultimo naufrago dell’umana coscienza, stanco certamente di viaggiare a causa del suo sciagurato mestiere, ma la sua camminata si porta dietro una stanchezza molto più profonda, quella di un uomo che sente l’affanno delle forze che lo stanno abbandonando, della fatica che non riesce più a sopportare a causa delle continue mortificazioni che tenta di nascondere.
Arthur Miller, già nel 1949, ossia all’inizio del boom economico postbellico, quando l’America anticipò il resto del mondo nel sogno di un’ascesa sociale inarrestabile, intuì quale fosse il prezzo da pagare per raggiungere cotanto successo. E creò per il palcoscenico la figura di un piccolo uomo borghese, educato e cresciuto secondo i principi di un tempo, quello probabilmente vissuto da suo padre, e che invece si trova di fronte alla disperazione di non poter fallire per stare al passo con il nuovo intransigente capitalismo e quindi regalare stabilità alla sua famiglia. Vede e sente il mondo scivolargli tra le mani: la pressione degli impegni presi con le rate da pagare per il mutuo, per il frigorifero, per la lavatrice, cresce mentre i guadagni delle sue vendite si assottigliano sempre più e i debiti aumentano.
Willy Loman, oggi, rappresenta perfettamente quella generazione – che i ragazzi definiscono boomer – che nell’epoca dell’informatica, degli acquisti online e dei pagamenti fatti col cellulare, non riesce a confrontarsi più con la velocità delle transazioni economiche, ma soprattutto umane. Willy vorrebbe trovar conforto nella famiglia, alla quale però trasmette la sua ansia. Soltanto la moglie lo capisce e lo protegge, mentre con i figli nasce un rapporto conflittuale. Pone tutte le sue aspettative sul primogenito Biff, il quale, però, sentendosi sopraffatto da una responsabilità che non sa gestire, rifiuta ogni possibilità di inserimento nel mondo lavorativo, facendosi bocciare già all’ultimo esame scolastico. Intorno a questo difficile antagonismo sentimentale tra padre e figlio è costruita la parte fissa della bella scena di Anna Varaldo composta da due tronchi di betulle poste al centro, verso il fondo: uno alto ma secco, in vista del tracollo; l’altro monco, inadatto alla crescita, tagliato quando era ancora in forza. Una simbologia potente che acquista valore al finale, quando Biff, al funerale del genitore, va ad appoggiarsi al suo legno troncato, ormai inaridito e senza speranza.
La regia, che mantiene sin dall’inizio un’idea precisa di rappresentazione, coerente e pulita sempre (tranne nelle rievocazioni delle risate amplificate che distoglievano l’attenzione dal palcoscenico, senza un comprensibile evidente motivo), nella prima parte risente di qualche staticità: accade tutto attorno a un tavolo. Soltanto l’ingresso di una romantica Chevrolet rossa, anni Trenta, e un paio di puntate al frigorifero, riescono a movimentare l’azione concentrata al centro. Perfino le apparizioni di personaggi fuori epoca (Zio Ben e la donna che va matta per le calze) convogliano, dichiarate, sempre al solito punto in uno spazio scenico che invece attende di essere usato in ogni suo anfratto. È la vicenda che lo richiede grazie alle ambiguità emotive che di continuo costruisce Miller. D’altronde, se nel titolo è già anticipato il finale, l’iter che conduce alla morte del protagonista dovrebbe essere evidenziato con maggior mistero: anche visivo.
Con l’intensificarsi del dramma la tensione cresce: e battute e movimenti e bravura di tutti gli attori contribuiscono a rendere più svelto uno spettacolo che supera ampiamente le tre ore. Una durata a cui oggi non siamo più abituati, ma proprio per la delicata agilità dell’allestimento, se ne apprezza ancor più la cura dei particolari. Molti dei quali affidati alla recitazione degli interpreti. Ho apprezzato particolarmente la prova di Pia Lanciotti (nel ruolo di Linda Loman), sempre dibattuta tra l’amore muliebre e quello materno: sentimenti entrambi sinceri, devoti e giustamente confusi, tanto che con protezione di madre sembra voler difendere il marito dall’apparente crudeltà dei figli, un dramma nel dramma. Ottimo nelle intensità il Biff di Michele De Paola, peccato per quella spiccata pronuncia genovese che a volte lo tradisce trapiantandolo dal nido familiare di origini impeccabilmente apolidi. Un po’ meno incisivo Giovanni Cannata, ma suggestivo abbastanza per essere credibile nella parte del dongiovanni; tenerissimo il Charley di Andrea Nicolini che ha curato anche le musiche dello spettacolo insieme con Leonardo, suppongo suo figlio. Convincente Riccardo Livermore.
Con un leggerissimo aiuto dei microfoni
Foto: Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti e Sergio Basile (© Rosellina Garbo)
