15 aprile 2026

«Le false confidenze» di Marivaux (regia, Arturo Cirillo)

«Le false confidenze» di Marivaux (regia, Arturo Cirillo)

Roma, Teatro Argentina
14 aprile 2026

IL LABIRINTO DELLA PASSIONE

Ha ragione Arturo Cirillo a dire che «Le false confidenze è un testo che rasenta la perfezione: a volte capita che nella drammaturgia di un autore ci sia un’opera che abbia un raro e felice equilibrio». Marivaux scrive nel 1737, «pour les comédiens italiens» che trova così diversi dai colleghi francesi, orfani di Molière e nuovamente caricati di finti barocchismi, questa commedia che mostra una modernità, per l’epoca, impensabile. Si tratta di un intrigo sentimentale, dall’aria un po’ noir, dove sembra che si parli solo di soldi: la passione, infatti, viaggia nascosta per labirinti secondari e l’abbraccio finale tra i due innamorati che scatena l’applauso del pubblico, sancisce la vittoria dell’amore sul denaro. L’affezione romantica, che indubbiamente è il perno centrale della vicenda, tipica della commedia di costume, viene continuamente tartassata e scalzata via dagli interessi degli altri: facili guadagni, eredità promesse, inganni, finzioni, continue esasperanti false confidenze.

E Cirillo (regista) muove tutto ciò con scioltezza attraverso la scena, magnificamente realizzata da Dario Gessati che ha ideato un girevole dove una sontuosa cornice inquadra una parete anch’essa ruotante. In questo doppio movimento circolare, che appunto disegna i contorni di un labirinto, si annida l’intrigo teso da Dubois (sempre Cirillo nelle vesti di un servitore smaliziato): è lo spazio dov’egli tesse la tela delle cospirazioni amorose. Ah, se quel muro potesse parlare! In effetti, l’unica confidenza autentica e sincera è quella di Dubois, un maggiordomo alquanto vivace d’intelligenza, scaltro, già molto psicologo, che sa leggere le introspezioni sentimentali della gente, con le mura di casa, dov’egli si nasconde per origliare, spiare, guatare. La trama, ridotta all’osso, è molto semplice: il giovane Dorante, nobile decaduto, è innamorato di Araminte, vedova bella e ricca. Dubois si impietosisce delle pene d’amore del giovane e, sapendo che la sua padrona sta stringendo un patto matrimoniale con un conte (poco gradito), escogita uno stratagemma per salvare entrambi. Ma l’anima buona di Dubois, sotto l’astuta penna di Marivaux, diventa apparentemente torbida, ingannevole, sempre affilata: sa bene che non ci si può fidare delle parole di chi si trova offuscato dai fumi dell’amore.

Il ruolo di Cirillo, che in pratica è sempre in scena (o davanti o dietro il muro) è eseguito con un’attenta leggerezza nei movimenti che giustamente contrasta con il peso delle sue parole. È candidamente vestito, perché in fondo non è un’anima nera (così come potrebbe sembrare): si lascia intravedere dal pubblico sbucando con agilità da dietro a una colonna. L’unico appunto che mi sento in dover di fare riguarda quel piumino che all’inizio maneggia per spolverare le stanze: Dubois, scrive l’autore, entra con aria misteriosa, ed è sempre trattato da impeccabile maggiordomo che può permettersi di avere un dialogo confidenziale con la padrona, e non è un servitore che lucida i marmi di casa e che mai si rivolgerebbe con indiscrezione ad Araminte. Per il resto il ruolo è molto ben giocato.

Ma la fantastica rivelazione della serata è la scelta impeccabile di Elena Sofia Ricci: una ragazza piena di entusiasmo recitativo che si cala nelle vesti di Araminte con spontanea eleganza, mostrando di volta in volta disincanti, turbamenti, sospetti, arte del perdono, ma soprattutto una grande autonomia e libertà di pensiero, segno che Marivaux amava le donne indipendenti. Indossa abiti di gran pregio, sostenendo con naturalezza le belle «emancipazioni» create da Gianluca Falaschi. A proposito, il giubbotto di Arlecchino (a cui Francesco Petruzzelli dona maggior austerità rispetto alla consuetudine imposta dalla maschera goldoniana), il giubbotto a scacchi è un vero tocco di raffinatezza, l’unico elemento di sartoria che sposa il ricordo più classico d’un Arlequin settecentesco alla modernità del taglio e delle stoffe di tutti gli altri personaggi classificati dai costumi nelle loro gerarchie sociali.

Il Dorante di Giacomo Vigentini è un innamorato cronico assai convincente: direi, impacciato dal sentimento che costantemente lo precede, sia nella parola che nell’azione, tanto che all’inizio sembra aver perso la testa, ingannando prima di tutti se stesso, anche per Marton, la cameriera (Giulia Trippetta incantevole e spiritosa, appena maliziosa). Statuario e altezzoso il Conte di Giacinto Palmarini, sofferente, ma freddo e distaccato come impone il suo rango: l’esatto contrario di quella cialtrona di Argante, madre, ex proletaria, di Araminte, cui Orietta Notari dà una vitalità spregiudicata che talvolta deve eccedere nell’insolenza. Rosario Giglio, Remy, zio di Dorante, espone le sue ragioni economiche con spiccato accento partenopeo, il che lo rende più teatrale, ma anche meno credibile, perché è l’unico che batte spudoratamente bandiera campanilista. Ottime le scelte musicali di Federico Mezzana, tra le cui note divampano chiare le ambiguità delle intenzioni noir del testo. Alla fine, dopo un breve balletto scacciapensieri, tra gli applausi si scopre che il vero Arlecchino è il solito bravo, anzi bravissimo, Arturo Cirillo. (fn)
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Le false confidenze, di Marivaux. Traduzione e regia di Arturo Cirillo. Con Elena Sofia Ricci (Araminte), Giacomo Vigentini (Dorante), Rosario Giglio (Signor Remy), Orietta Notari (Signora Argante), Francesco Petruzzelli (Arlecchino), Arturo Cirillo (Dubois), Giulia Trippetta (Marton), Giacinto Palmarini (Conte). Scene, Dario Gessati. Costumi, Gianluca Falaschi. Disegno luci, Pasquale Mari. Suono, Federico Mezzana. Produzione: Teatro di Roma (Teatro Nazionale), Marche Teatro, Teatro Stabile di Catania. Al Teatro Argentina, fino al 3 maggio

Foto: Arturo Cirillo e Elena Sofia Ricci (© Manuela Giusto)

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