CARO UMBERTO, QUESTO PREMIO È TUO, TI SPETTA
Fossimo agli Oscar, oggi il nome di Arturo Cirillo sarebbe su tutti i siti del web, e con pieno merito: 7 candidature sono tante, ma Le false confidenze di Marivaux, che con maestria l’artista ha saputo portare in scena, le reggono benissimo in ogni categoria assegnata: dalle luci alle musiche, dalle scene ai costumi, fino all’attrice protagonista (la sorprendente Elena Sofia Ricci), regia e miglior spettacolo; anzi, per me, manca all’appello anche quella dell’attrice non protagonista, che davo quasi per scontata. A tal proposito, in questa categoria, vorrei sottolineare la presenza, sostenuta a maggioranza, di Anita Bartolucci, non nuova nella triade delle Maschere, premio che ha già vinto due volte, sfiorando anche il podio nella categoria superiore: messa a dura prova in un ruolo di un carattere del teatro di Eduardo, è riuscita a sopperire, lei che è marchigiana, alle difficoltà del dialetto inventandosi un’eleganza nei gesti e una fioritura nella dizione, queste sì, tutte partenopee. Stesso discorso, anche se con sfumature differenti, vale per Paolo Serra, il ragioniere che porta lo scompiglio in casa Priore. Sono i punti di forza, insieme con il protagonista Claudio Di Palma (ben 10 votazioni su 15 a suo favore), che hanno sospinto le 4 candidature di Sabato, domenica e lunedì, regia di Luca De Fusco. Il quale, doveroso dirlo, promosso anche tra i migliori registi, da patron della kermesse, ha declinato l’invito a partecipare alla premiazione, lasciando gareggiare la sua opera come Miglior spettacolo, insieme all’outsider Antigone, firmato da Robert Carsen. C’è chi mormora che sarà proprio quest’ultimo il più temibile antagonista, tuttavia è anche il meno visto.
Personalmente mi dispiace moltissimo che tra le Novità italiane non ce l’abbia fatta Marcinelle, storie di minatori di Ariele Vincenti (in questi giorni in scena in Belgio, proprio lì dove l’8 agosto 1956 accadde la tragedia), un piccolo capolavoro che, grazie alla pessima abitudine di una programmazione mordi e fuggi, è stato proposto allo Spazio Diamante soltanto per poche repliche, che comunque hanno registrato il tutto esaurito: conferma che lo spettacolo avrebbe meritato maggior tenuta, a favore anche di un più completo riscontro critico e quindi di una più probabile promozione alle Maschere. D’altronde è indiscutibile che i premi siano istituiti per testimoniare il valore dei più bravi, a patto però che questi abbiano una vetrina consona al loro prestigio. Se i gestori dei teatri (e mi riferisco soprattutto ai privati) si ostinano a non offrire ai migliori la precedenza che meritano, si rischia di far un teatro d’ufficio, un teatro, appunto, mordi e fuggi che poco soddisfa, ma anzi spesso lascia l’amaro in bocca.
Durante la discussione ho molto apprezzato il commento di un giurato che si è esposto per chiarire (concetto più che condivisibile) che l’abbondanza di risorse economiche non ha per conseguenza l’ottima riuscita di un allestimento. Si parlava di Miracolo a Milano (due sole candidature) proposto da più voci quale miglior spettacolo proprio per gratificare lo sforzo economico della produzione. Tuttavia, dall’unico Teatro d’Europa italiano, oltre al cospicuo investimento finanziario, da spettatore mi aspetto (anzi, lo esigo) di ammirare un prodotto di altissima qualità. Particolare che evidentemente non ha soddisfatto l’intera giuria. Dal Piccolo di Milano è giusto pretendere sempre il meglio del meglio: lo impone la sua storia, per non dimenticare l’insegnamento di come si fa il Gran Teatro!
Siccome anche in giuria democraticamente vince la maggioranza, come è giusto che sia, non è detto che ci sia unanimità nelle preferenze: una in particolare mi ha trovato contrario, quella di Elio Germano proposto come miglior interprete di monologo, una scelta suggerita da uno sfondo politico più che artistico. Al pari di Popolizio, secondo il mio modestissimo parere, il suo apprezzabilissimo La guerra com’è non era da prendere in considerazione per la triade. Come il «Furore» di Steinbeck e come Servillo lo scorso anno, s’è trattato d’una lettura scenica, con tanto di leggio protagonista, mentre per monologo si dovrebbe intendere un’interpretazione di un ruolo con testo imparato a memoria (che è il minimo che si richiede a un attore). Allora mi chiedo perché Massimo Popolizio non ha raccolto nemmeno un voto, offrendoci una performance sorprendente, al pari e forse più di Germano? Generare questa confusione porta inevitabilmente a uno squilibrio tra i pretendenti al premio, per il semplice fatto che il nome di Elio Germano ha una risonanza sulla popolare giuria, alla quale ora spetta di dir l’ultima parola, schiacciante nei confronti delle altre due pretendenti, le quali si trovano in una posizione di netto svantaggio rispetto al collega più famoso (per curriculum cinematografico e televisivo più che teatrale). Si rischia di premiare un valido attore, sì, che però, in questo frangente, dietro l’immobilità del leggìo e sfogliando le pagine di un copione, ha voluto rischiar di meno delle bravissime Anna Della Rosa ed Elena Arvigo che invece hanno costruito un monologo secondo i principi canonici richiesti dal genere. Comunque, auguro alle contendenti di ribaltare una votazione che sulla carta appare già scontata.
È già la seconda volta, in due anni, che le sporche vicende politiche di questo nostro belligerante contemporaneo finiscono per favorire alcuni allestimenti a danno di altri. Nel 2025 accadde con la rappresentazione della Flotilla vista dai Kepler-452, selezionato sia come migliore novità (poi vincente) che come miglior spettacolo. Fu una delusione, per il sottoscritto che l’ha potuto vedere a Roma soltanto a settembre scorso, ossia dopo le terne, scoprire che in effetti si trattava di un reportage televisivo trasportato sul palcoscenico e che nulla aveva di teatrale, nemmeno gli attori. Al loro posto disimpegnati naviganti!
Foto: La giuria riunita sul palcoscenico dell’Argentina prima della votazione (© mp)
