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05 novembre 2026

«Otello» di Shakespeare (Regia di Luca De Fusco)

«Otello» di Shakespeare (Regia di Luca De Fusco)

Roma, Teatro Argentina
4 novembre 2026

«MAI DOLCEZZA FU COSÌ FATALE»

Atto V. Scena II. Desdemona giace dormiente nel letto. Otello è deciso a ucciderla, ma l’animo suo nobile, che giunge direttamente dai lontani echi della Colchide, è pronto piuttosto a sacrificarla, così come Medea sacrifica i figli in nome della più cieca gelosia. Un sacrificio non è mai un omicidio, almeno a teatro. Ed è in quel momento che il Moro, baciando per l’ultima volta la donna che ama, sussurra «Mai dolcezza fu così fatale». Parole che Shakespeare reinterpreta direttamente dal canto dantesco di Paolo e Francesca, e che oggi per molti potrebbero risuonare stonate, ma che in realtà qui rafforzano l’inganno teso da Iago. In questa edizione di Otello, firmata Luca De Fusco, che ufficialmente apre la stagione del teatro Argentina, Luca Lazzareschi, nel ruolo del perfido alfiere, infatti, sembra farne un uso personale rivestendo la sua malvagità di una, spietata e calcolata, fatale dolcezza. Solo così il personaggio riesce a rendere credibili quei sentimenti di rancore che cova per la sua inadeguatezza: ribaltando in affettuosa delicatezza l’odio e l’invidia nei confronti di Otello; sfumature emotive che nella sua stringatissima traduzione, Gianni Garrera ha lasciato all’immaginazione di chi già conosce gli animi dei protagonisti shakespeariani.

02 novembre 2026

«Spettri» di Henrik Ibsen (Regia di W. Pagliaro)

«Spettri» di Henrik Ibsen. Regia di Walter Pagliaro

Roma, Teatro dei Documenti
1° novembre 2026

GLI SPETTRI STRISCIANO TRA UN AVVERBIO E UNA CONGIUNZIONE!

È evidente che qualcosa non funzioni in questa versione di Spettri, ripresa di un allestimento di qualche anno fa: come se non fosse passata sotto la solita mano del maestro. Le regie di Walter Pagliaro mantengono un’impronta classica, sì, ma sempre lucida, che qui purtroppo è mancata. Quasi tre ore che ne sembrano otto: e tutto è asservito alla recitazione di Micaela Esdra nel ruolo della vedova Alving, che con cappello e bacchetta appare come un prestigiatore dal livello inferiore del teatro dei Documenti. Già la disposizione dei mobili, con sei lettini ordinati e schierati in fila collegiale, fanno presagire a un uso convenzionale dello spazio scenico: la recita è impostata verso uno solo dei lati lunghi della grande sala; quindi, il pubblico, che solitamente siede intorno al ring, invece, è disposto sull’unica gradinata frontale. Gli attori sono lì, a pochi centimetri, e l’assenza di distanza accentua e soffoca tutte le sfumature che soprattutto la protagonista sottolinea fino all’esasperazione.

31 ottobre 2026

«Escaped alone» di Caryl Churchill (lacasadargilla)

«Escaped alone» di Caryl Churchill (lacasadargilla)

Roma, Teatro Valle
30 ottobre 2026

UNA SVAGATA CHIACCHIERATA IN GIARDINO TRA UN TÈ E UN OMICIDIO

Prima di raggiungere la platea, siamo rimasti incantati dai crediti esposti in locandina: oltre ai nomi delle quattro attrici, tutte molto brave, e a una regia fatta a quattro mani da Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni, troviamo i «paesaggi sonori», la «drammaturgia del movimento», gli «ambienti visivi», la «drammaturgia delle luci», l’«accompagnamento alla ricerca», definizioni che sul pianeta teatrale, fino a qualche anno fa, erano totalmente sconosciute. Qui le hanno messe tutte insieme, tanto che ci eravamo predisposti ad assistere a uno spettacolo lunare. Il mio amico musicista, che il teatro lo mastica da più di mezzo secolo, s’è convinto che i «paesaggi sonori» sono opere di musicisti che non sanno tenere il pennello in mano o di pittori che non sanno leggere le note, ma – attenzione – potrebbe anche essere un incastro letto al contrario! La conferma di questi dubbi arriva dagli incarichi segnalati da Anna Missaglia, da Marco Rossi e Francesca Sgariboldi che usano un termine classico (ossia, serio) per identificare con chiarezza il loro ruolo: così lo spettatore capisce bene chi ha ideato i «costumi» e chi le «scene». Il resto casca in pasto alla libera interpretazione e ai malevoli sghignazzi!

30 ottobre 2026

«Beng!», di aa. vv. Regia di Giacomo De Cataldo

«Beng!», di aa. vv. Regia di Giacomo De Cataldo

Roma, Spazio Diamante
29 ottobre 2026

UN GIALLO, UN PO’ NOIR, QUASI BEIGE

Troppo giovani per giudicarli severamente. Troppo incomprensibili per apprezzarli appieno. Troppo entusiasti per stroncarli. In scena sono in cinque: giocano con le pistole, si divertono con i travestimenti. C’è chi rifà il verso a Franco Franchi, chi si ispira a Rocco Schiavone. Indagano, scherzano e si sparano, Beng!, muoiono attaccati a una bottiglia di whisky e poi cantano e si sparano di nuovo. Riavvolgono il nastro della scena, come fosse una pellicola in moviola, ripetendo i gesti all’incontrario. L’esagerazione è il marchio di questa recitazione esasperata. Fanno i buffoni alla corte della follia in un giallo, un po’ noir, quasi beige. Urlano: «Senti, John…» e qualcuno del pubblico (pubblico della prima) ride a crepapelle. Evidentemente sono io che non capisco il loro umorismo privo di logica. Eppure, continuo a chiedermi cosa si possa nascondere di così irresistibile in quel «Senti, John…»; si fosse almeno chiamato Johnny, allora sarebbe tornato alla mente quel «nome difficile da ricordare, ma facile da dimenticare». Per cui stavolta mi arrendo… pardon, mi astengo dal recensire. Posso solo dire che i microfoni sono completamente inutili: si sa, è uno dei vantaggi della nonsense comedy! (fn)
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Beng! Lo strano caso del caso risolto per caso, drammaturgia di Leonardo Carducci, Alessandro Apostoli, Vittorio Allegra, Claudio Totino, Matteo Pascarella, Giacomo De Cataldo. Regia di Giacomo De Cataldo. Con Vittorio Allegra, Alessandro Apostoli, Leonardo Carducci, Matteo Pascarella, Claudio Totino. Musiche, Marco Sinopoli. Consulenza drammaturgica, Nicolò Gaetani. Scenografia, Alessandro Chiti. Costumi, Camilla Grappelli. Consulenza di progetto, Massimo Wertmüller. Produzione: DO7 Factory. Allo Spazio Diamante, fino al 1° novembre

Durata: 75’
Con microfoni inutili

Foto: Beng! (© ???)

29 ottobre 2026

«Toilet», scritto e diretto da Gabriele Pignotta

«Toilet», scritto e diretto da Gabriele Pignotta

Roma, Piccolo Eliseo
28 ottobre 2026

QUANTO È SQUALLIDA LA REALTÀ CONSEGNATA AL PALCOSCENICO!

Non c’è nulla di più noioso di un uomo chiuso in bagno con il proprio cellulare. Grazie a una premessa che ha del surreale, il venditore Flavio Bretagna si ritrova nella toilette di un autogrill di una strada statale non meglio indentificata, in un luogo di cui non sa nemmeno rintracciare il nome. Questa nebbia che avvolge l’arrivo del personaggio potrebbe essere un inizio curioso, ma il suo cellulare squilla in continuazione. Lui risponde, parla, saluta, riattacca. Chiama un altro contatto, si arrabbia e chiude la conversazione. Il telefono suona ancora: altra persona, altro tono, ma il procedimento non cambia. Ripetitivo già dopo pochi minuti. La sorpresa, però, arriva quando l’uomo sta per uscire e la porta della Toilet non si apre, resta bloccata senza possibilità di scampo. Fuori non c’è nessuno e nessuno ci sarà per svariate ore. Ecco di nuovo la nebbia del surreale, purtroppo dimenticata là fuori, abbandonata in strada; invece sarebbe stata la svolta che avrebbe potuto regalare al nostro protagonista una situazione teatralmente più accattivante e meno legata alle sterili dinamiche degli sketch televisivi, quelle che sembrano barzellette istantanee dall’aria baldanzosa e tenute insieme da un collante di pura superficialità.

27 ottobre 2026

«I duellanti» di Andrea Camilleri (lettura di Paolo Triestino)

«I duellanti», di Andrea Camilleri (legge Paolo Triestino)

Roma, Binario 30
25 ottobre 2026

CON LA STAMPELLA ALLA GUERRA DEI GELATI

Domenica pomeriggio mi sono divertito moltissimo ascoltando Paolo Triestino al Binario 30 che ha letto I duellanti, racconto di Andrea Camilleri tratto dalla raccolta «La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta» (ed. Sellerio). La piccola sala era più che strapiena perché doveva contenere anche parte del pubblico che il giorno precedente non ha potuto assistere alla prima performance a causa delle proteste cittadine considerate ad alto rischio. Risultato, teatro chiuso! Ma la serata sarà recuperata il 13 novembre prossimo. Prenotatevi, ne vale pena. L’attesa per l’evento, però, è cresciuto, e quando l’attore ha raggiunto la sua postazione, passando tra due ali di folla, sorreggendosi a una stampella, qualcuno ha pensato che potesse far parte di una messa in scena ad hoc: forse la storia, chissà, verrà raccontata dallo sfidante che ha avuto la peggio!

24 ottobre 2026

«Le statue di sale», scritto e diretto da Marianna Adamo

L'immagine di locandina

Roma, Teatro Belli
23 ottobre 2026

«QUANDO CREDI DI AVER CAPITO, NON HAI CAPITO»

L’autrice scrive in nota: «I personaggi entrano come maschere pirandelliane e, una dopo l’altra, si spogliano, senza che questo basti a dire dove stia la verità: quando credi di aver capito, non hai capito.» Infatti, si è capito ben poco! Mi sono sfuggite perfino le maschere pirandelliane e soprattutto nessuno si è spogliato, né degli abiti, né metaforicamente. Purtroppo, quando la comprensione del testo non esce dalle nebbie di una scrittura confusa (e poco teatrale), non c’è annotazione che possa garantire schiarite. Tuttavia, qualche rimembranza ripescata dagli echi giovanili mi ha spinto a rileggere un passo della Genesi, in cui la moglie di Lot viene trasformata in statua di sale perché, allontanandosi dalla distruzione che colpì la città Sodoma, disobbedì alle disposizioni degli angeli che imposero alla famiglia reale di scappare senza mai guardarsi alle spalle.

22 ottobre 2026

«Sei personaggi in cerca d’autore» di L. Pirandello (regia, G. Ferro)

«Sei personaggi in cerca d’autore» di L. Pirandello (regia, G. Ferro)

Roma, Teatro Quirino
21 ottobre 2026

NATI PER LA SCENA, MA CON I MINUTI CONTATI!

«Chi sono lor signori? Che cosa vogliono?», intima il capocomico ai sei che arrivano dalla platea.
«Siamo qua in cerca di un autore», risponde l’uomo in bombetta.
«D’un autore? Che autore?»
«D’uno qualunque, signore.»
«Ma qui non c’è nessun autore…»
Davvero poco male, stavolta, che non ci sia un autore, visto che anche i personaggi latitano. Fanno capolino con le loro ombre nere, vestiti a lutto, ma poi, appena conquistata la ribalta, si spengono in piccole voci, come fossero intimiditi dalla sontuosità del palcoscenico. Eppure, secondo Pirandello, sarebbero nati per la scena!

21 ottobre 2026

«Cuore di porco», Carrozzeria Orfeo

«Cuore di porco», Carrozzeria Orfeo

Roma, Spazio Diamante
20 ottobre 2026

«GENERARE UN FIGLIO È PARTORIRE CARNE DA MACELLO»

Se la settimana scorsa ci siamo occupati del bianco cinghiale blasonato di Riccardo III, stavolta il suino di turno, protagonista dell’ultima ideazione fimata Carrozzeria Orfeo, è quello comune: il maiale domestico di cui tutto si mangia e nulla si getta, perché è «tutto buono», finanche il suo cuore che, nella favola illustrata scritta da Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco e Francesco Petruzzelli, salva la vita a un uomo ormai anziano, già ricurvo sul bastone, il quale ci narra una storia accaduta quando il pianeta stava per essere liberato dal male grazie all’intervento di un nuovo prodigioso messia, ma il miracolo all’epoca rimase incompiuto. Ora siamo nel 2067 e il male ha preso definitivamente il sopravvento: il mondo è sull’orlo del baratro, eppure qualcosa, 24 anni prima, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.

19 ottobre 2026

«Gli elefanti nella stanza», scritto e diretto da Francesca Astrei

«Gli elefanti nella stanza», scritto e diretto da Francesca Astrei

Roma, Teatro India
18 ottobre 2026

COMICHE DIVAGAZIONI SU UN DRAMMA ANCORA SILENZIOSO

A fine spettacolo è premura dell’attrice ringraziare l’associazione SuperAbile Aps che promuove relazioni e opportunità per persone di tutte le età, con o senza disabilità. E allora si svela l’arcano che tiene legato un preziosissimo lavoro di inchiesta, quasi giornalistica – che è soprattutto un approfondimento sui disagi che ancora ostacolano il cammino di chi cerca una inclusività sociale, vivendo in privato una realtà toccata dalla disabilità – a uno spettacolo teatrale, a tratti anche comico, scritto e interpretato per entrare nel cuore della gente. Gli elefanti nella stanza sono quelli che «si dondolavano sopra il filo di una ragnatela» e che, ad ogni giro musicale, aumentano di numero. È il refrain dello spettacolo. È la canzoncina che mamma Elena canta alla figlia Nina per tranquillizzarla, per farla addormentare, per darle una vita sulla scena, perché Nina, che è la vera protagonista, è l’unica che non parla, è l’unica che non acquisisce mai una fisionomia, eppure è sempre lì, al centro della ribalta a illuminare quel che accade intorno alla sua condizione di disabile.

17 ottobre 2026

«La sera della prima», di e con Francesco Piccolo

Riapertura del Teatro Valle «Franca Valeri»

Roma, Teatro Valle
16 ottobre 2026

VALLE, SEMPRE VALLE, FORTISSIMAMENTE VALLE

Alle 20 e due minuti le luci di sala si spengono. In quei pochi secondi di buio, prima che i riflettori in palcoscenico si accendano, il cuore del Teatro Valle riprende a battere dopo oltre 16 anni di silenzio. Una sospensione troppo lunga da quando nel maggio del 2010 fu soppresso l’Eti, malgrado il tentativo di un gruppo di lavoratori dello spettacolo che, dal maggio 2011 all’agosto 2014, hanno improvvisato una discutibile occupazione, cominciata maluccio e finita molto peggio. «Un’esperienza di partecipazione culturale e civile», è stato detto in apertura di conferenza stampa. Sarà! Il Valle, comunque, ieri, è stato restituito alla città e al mondo intero, e le polemiche sul passato non servono più a niente. Il sindaco ha ufficialmente consegnato le chiavi a Luca De Fusco che ora può gestire la quarta sala del Teatro di Roma. Inaugurato, con una struttura lignea nel 1727 per conto della famiglia Valle, oggi lo storico teatro riprende la sua attività intitolato a Franca Valeri, che da autrice (oltre che da attrice) vide realizzate su questo palcoscenico quasi tutte le sue opere.

16 ottobre 2026

«Bellezza Orsini», da Michele Di Sivo (regia, A. Evangelisti)

«Bellezza Orsini», da Michele Di Sivo (regia, Adriano Evangelisti)

Roma, Teatro Le Maschere
15 ottobre 2026

LA TRAGICA STORIA DELLA NOBILE FATTUCCHIERA

Bellezza Orsini nacque tra il 1475 e il 1480 a Collevecchio in Sabina. Di lei si sa che fu figlia naturale del nobile Pietro Angelo Orsini, pertanto, crebbe nel palazzo nobiliare di Monterotondo, ricoprendo il ruolo di serva e di cuoca. Bellezza fu il suo nome: all’epoca era abbastanza comune usare sostantivi augurali (come Grazia, Speranza, Beata) per battezzare le neonate. La sua passione per le erbe e per i benefici che esse provocavano le diedero fama di guaritrice prima, e successivamente di fattucchiera. Fu processata per stregoneria e malefici nel 1528 nella rocca di Fiano Romano: condannata al rogo, morì suicida in cella. Lasciò un quaderno autografo scritto durante la prigionia nel quale racconta la sua storia e la verità che sotto tortura dovette confessare. «Non ho mai commesso omicidi», grida ai giudici all’inizio del processo, ma poi qualcosa cambia, e l’arte della guarigione si trasforma in maleficio.

15 ottobre 2026

«Turbati come siamo pallidi di preoccupazioni» di Lucia Calamaro

«Turbati come siamo pallidi di preoccupazioni» di Lucia Calamaro

Roma, Piccolo Eliseo
14 ottobre 2026

«C’È UN GUAIO NEL NOSTRO IMMAGINARIO»

Che il nostro immaginario, al giorno d’oggi, sia bloccato è un dato di fatto che probabilmente pochi di noi hanno già individuato come un problema difficile da risolvere: è vero che ogni tentativo di evasione, volando con la fantasia, viene immediatamente troncato dalle preoccupazioni concrete. Lucia Calamaro cerca di approfondire il discorso aiutandosi con la filosofia di Marc Augé, per il quale i nuovi media, che sfruttano la tecnologia informatica ormai a portata di tutti, generano l’illusione di un eterno presente che scorre a una velocità che ci fa stare costantemente in affanno. Questo cortocircuito toglie alle nuove generazioni la capacità di storicizzare il tempo e, di conseguenza, di progettare il futuro. In pratica un disastro: un mondo condannato a non avere più una visione realistica dell’anno che verrà (tanto per citare Lucio Dalla), perché se da una parte ci si volge al passato per trovare un minimo di conforto, dal lato opposto troviamo un tempo già intasato da un sistema finanziario che precede le nostre aspettative con promesse di benefici che in realtà sono soltanto una presa in giro, come la più fasulla delle pubblicità.

14 ottobre 2026

«Storia di un cinghiale», scritto e diretto da Gabriel Calderón

«Storia di un cinghiale», scritto e diretto Gabriel Calderón

Roma, Sala Umberto
13 ottobre 2026

«IL MIO REGNO PER UNO SPETTATORE INTELLIGENTE»

È certamente di stampo shakesperiano il grido finale che l’attore lancia al cielo, prima del buio: «Il mio regno per uno spettatore intelligente»: peccato che si tratti del regno di un commediante e non quello di un sovrano, altrimenti un piccolo sforzo, magari, l’avremmo fatto. E chissà quanti spettatori sarebbero subito corsi a leggere un libro, quello che Montanari più volte, durante lo spettacolo, indica come manna per saltare il fosso dell’ignoranza comune, pur di avere un posto prenotato a corte. Ma in realtà Gabriel Calderón, autore dell’ottimo monologo e attento regista, auspica quale luogo di salvezza tutt’altro empireo. Storia di un cinghiale, infatti, vuol essere soprattutto un’invettiva contro l’analfabetismo intellettuale che mortifica la nostra epoca: una denuncia spietata, più che feroce, portata avanti alla maniera dei comici dell’arte, dove i fendenti delle parole raggiungono il pubblico tra lazzi e confessioni personali, tra sfoghi rabbiosi e versi poetici che ingannano l’uditorio. Tuttavia, nel racconto si evince chiaramente che nessuno è perfetto: neanche gli attori son messi meglio, neanche i registi, né i direttori artistici e nemmeno i costumisti: ciascuno pronto a dare sfoggio della propria ignoranza, sempre, anche quando si sfrutta quella altrui per ingannare l’ascoltatore!

11 ottobre 2026

Riflessione su «La figlia di Kioto Zhang» (M. Odierna)

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

Roma, Teatro Belli
10 ottobre 2026

L’IMPORTANZA DI ESSERE IN PALCOSCENICO

Il giorno del mio 61° compleanno, approfittando di una comoda pomeridiana trasteverina, al Belli, sono tornato a rivedere La figlia di Kioto Zhang, un valzer scoppiettante di follie del nostro quotidiano, in cui, tra vizi, sconcezze ed esasperazioni, Massimo Odierna disegna, in stile caricaturale, la parossistica solitudine di una società allo sbando. Ma questo scritto non vuole aver la pretesa di essere una recensione, già pubblicata lo scorso giugno (leggere qui), quando vidi lo spettacolo sotto il capannone dello Spazio Recherche: sarebbe una ripetizione degli elogi già esposti all’epoca; vuole, invece, essere una riflessione sull’importanza dello spazio scenico.

10 ottobre 2026

«Anche in casa si possono provare emozioni forti», scritto e diretto da Caterina Filograno

«Anche in casa si possono provare emozioni forti», di Caterina Filograno

Roma, Teatro India
9 ottobre 2026

LE LACRIME DI SANGUE DEL MATRIARCATO

Visivamente Giuseppe Di Morabito realizza per Anche in casa si possono provare emozioni forti, spettacolo che apre la stagione del Teatro India, un ensemble di scene e costumi stilisticamente sofisticato e cromaticamente audace. Il risultato è eccellente: armonia ed eleganza passeggiano altere a braccetto sul palco, anche se il defilé delle modelle talvolta ruba la ribalta al carattere dei personaggi. Ciò accade perché il talento dello stilista viene lasciato libero di spettacolarizzare per sé, senza essere imbrigliato dalla mano di una regia più energica ed esperta; che, anzi, si lascia con compiacimento addomesticare dall’estetica e dal fascino. E proprio la forte impronta visiva fa venire a galla tutte le pecche di un testo parateatrale, più che teatrale, nonostante l’autrice firmi in locandina la «drammaturgia». Una drammaturgia che mantiene la classica patina della narrazione, entrando poche volte nel vivo di un dialogo più acceso. Sarà per questo che tra le cinque api regine, in scena, ho apprezzato molto i brevi interventi di Gloria Busti, la sorella minore un po’ «maschiaccia», vestita à la garçon, l’unica che portava un colore spontaneo alle parole, l’unica che ha usato la recitazione asciutta senza condirla con una gestualità artefatta e manieristica: per rimanere in tema, direi, démodé!

09 ottobre 2026

«Materiale rotabile» di Anonimo genovese (lettura)

«Materiale rotabile», di Anonimo genovese (LB 93)

Roma, Spazio Diamante
8 ottobre 2026

L’AVVOLTOIO E ALTRI EPIGRAMMI IN PROSA

Coinvolto da una sollecitazione amica ad assistere a un evento assai «raccolto», pensavo di trovarmi di fronte a qualcosa di teatrale, magari intimistica: d’altronde lo Spazio Diamante da anni ci ha abituato a novità, anche imprevedibili, ma certamente sempre attinenti al mondo del teatro. Per questo, forse, sono rimasto un po’ deluso: l’unico elemento davvero teatrale è stato un raffinato inedito fondale di Emanuele Luzzati, teso dietro ai leggii, sul quale, con il tipico tocco giocoso da illustratore, lo scenografo genovese sembra voler raccontare con un disegno d’animazione la sua città ai più piccoli. Ed ecco che tra le foglie di un grande albero centrale, dal sapor di cuccagna, si riconoscono la chiesa di San Matteo, la cattedrale di San Lorenzo con il leone disteso, Palazzo Ducale, la chiesa di San Pietro in Banchi, e in primo piano un Paganini con violino in spalla; in fondo, dopo uno squarcio di mare, s’erge la Lanterna e, se si osserva attentamente, da una piccola finestra che affaccia in uno dei caruggi, si scorge un viso piuttosto familiare: è un tenero autoritratto, in forma di caricatura, dell’autore. Il quale donò il prezioso telo a Rita Cirio, storica firma della rubrica dedicata al palcoscenico dell’Espresso di Zanetti, qui in veste di organizzatrice della lettura di Materiale rotabile, pubblicazione firmata in locandina da Anonimo genovese, ma sulla copertina del libro spicca la sigla LB 93, laddove le lettere corrispondono alle iniziali del nome dello scrittore, e il 93 è la data di nascita, 9 marzo. Altre informazioni sulla identità dell’autore restano accuratamente segrete.

06 ottobre 2026

«Il vecchietto dove lo metto», scritto e diretto da Veronica Meddi

La compagnia in posa per Tommaso Le Pera

Roma, Cometa Off
5 ottobre 2026

QUANDO IL TEATRO È ANCHE UMANITÀ E FRATELLANZA

Arrivano da dietro le quinte, dorate e un po’ kitsch come quelle che facevano da cornice a Liza Minnelli in calze velate e bombetta, ma loro, pur se curvi e tremolanti, chi appoggiandosi al bastone, chi al girello, chi al braccio della badante, cercano ugualmente con timida determinazione le luci della ribalta. Tutti con le parrucche canute, ma affatto stanche: la voglia di esibirsi vestiti e truccati da vecchietti è una novità troppo divertente e sincera da trasmettere fin sulle punte dei capelli (finti), con il proprio batticuore (quello vero) e teatrali ammiccamenti.

05 ottobre 2026

«Non comparse», scritto e diretto da M. De Pinto e S. Oppedisano

Marianna De Pinto e Simona Oppedisano (© ???)

Roma, Teatro Tor Bella Monaca
4 ottobre 2026

LA NEONATA REPUBBLICA CHE OSCURÒ LE NOSTRE EROINE

C’era una volta la Resistenza, quella partigiana, cominciata subito dopo l’8 settembre 1943, quella che al sud passò come una violenta ventata di sollievo con le truppe Alleate pronte a intervenire, mentre al centro della penisola, e soprattutto al nord, la lotta contro i nazisti costò la vita a oltre 40.000 patrioti, morti per riconquistare il Tricolore. Marianna De Pinto e Simona Oppedisano, insieme, con simpatia e preparazione documentata, portano avanti la loro lezione di storia volta a testimoniare la presenza attiva delle donne durante il movimento di Liberazione. Secondo i dati dell’Anpi, Associazione nazionale partigiani italiani, «le donne partigiane combattenti furono 35 mila, e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento.» Cifre che la Storia, soprattutto quella insegnata a scuola, troppo spesso dimentica, relegando le protagoniste di una importantissima pagina nazionale al ruolo di comparse: anzi, Non comparse, quindi nascoste; forse, per molte di loro, addirittura, mai apparse.

04 ottobre 2026

«Le supplici» di Eschilo (regia, A. Evangelisti)

 

Foto non di scena: (© Danilo Serreli)

Roma, Teatro Ateneo
Università «La Sapienza»
2 ottobre 2026

«ZEUS CI PROTEGGA DA UN MATRIMONIO ABOMINEVOLE»

Non si devono fare paragoni tra gli spettacoli – è regola fondamentale – anche se coordinati dalla stessa mano registica. Eppure, è proprio il ricordo del sorprendente «Edipo a Colono», ammirato esattamente un anno fa, sempre al Teatro Ateneo, che ha fatto crescere le aspettative per queste Supplici che Adriano Evangelisti porta in scena grazie a un folto gruppo di studenti universitari, di cui 17 si sono occupati della traduzione e 25 hanno dato vita alle voci in scena. E proprio i pregi che più avevano meravigliato lo scorso anno, stavolta sono parsi il punto debole: la pulizia e la precisione del coro. Pecca maggiormente insidiosa perché nella tragedia di Eschilo il coro è protagonista. Se manca la scansione precisa delle frasi, i suoni si impastano e si perde gran parte del dialogo. È vero che stiamo facendo il «contropelo» ad attori non professionisti, ma i colleghi universitari, reduci nell’ottobre 2025 dalle rovine di Colono, risultarono integerrimi sia nel ritmo che nella dizione del verso.

30 settembre 2026

«Tragudia», ideato e diretto da Alessandro Serra

«Tragudia» scritto e diretto da Alessandro Serra

Roma, Teatro Vascello
29 settembre 2026

IL CANTO GRECANICO DI EDIPO, UOMO GIUSTO

L’opera ideata e portata in scena da Alessandro Serra è un’implorazione disperata per la sopravvivenza dell’antichità, o forse addirittura dell’eternità, quella che molti chiamano mito, e che oggi giustamente si sente minacciata da eventi sovrumani che rischiano di annientarla. Dalle macerie di questa tragedia risorge Il canto di Edipo, come canto di un cigno millenario, a ricordare che egli fu l’uomo che ebbe il coraggio di riconoscere i propri errori, le proprie debolezze, giudicando severamente la viltà della propria superbia e delle proprie nefandezze. Edipo, quale atto di espiazione e riconoscimento della passata cecità morale e intellettuale, si acceca fisicamente e chiede di essere esiliato, sottomettendosi alle sue stesse leggi. In questo modo egli stesso santifica la Giustizia in omnia saecula saeculorum. In Tragudia (testo in cui le opere di Sofocle dedicate al figlio di Laio vengono fuse), Edipo diventa il prototipo dell’uomo giusto, colui che oggi è in via di estinzione.

27 settembre 2026

«Eneide: la tregua» da Virgilio (regia, M. Tarasco)

Il regista Matteo Tarasco durante le prove (© ???)

Roma, Sala Raffaello
26 settembre 2026

ANCHE VIRGILIO SA CHE LA PACE È NOIOSA

Matteo Tarasco, con La tregua, completa il laboratorio teatrale sull’Eneide, riproposto alla Sala Raffaello come un trittico, in cui vengono riletti alcuni canti del poema virgiliano. Dei tre, il sottoscritto ne ha visti due: in entrambi, le premesse annunciate dal regista, che firma anche la drammaturgia, sono rimaste disattese. Il progetto riporta come sottotitolo «Teatro della migrazione»: da questo concetto che vede Enea quale migrante che fugge dal disagio che offre la sua terra dopo l’incendio di Troia, si sviluppa il facile paragone con gli immigrati che oggi lasciano il proprio continente per raggiungere lidi più ospitali. Nelle intenzioni di Tarasco fa breccia anche la necessità per gli uomini di progredire grazie a un continuo movimento (vedi il viaggio di Ulisse, oltre a quello di Enea, fino a quello di Dante); inoltre punta il dito sulla crudeltà della guerra, di cui, però, il mito ne descrive da sempre gloria, eroismo e sofferenza.

24 settembre 2026

«Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde» (regia, Fabio Condemi)

Christian La Rosa (© Luca D’Agostino, Phocus agency)

Roma, Teatro Vascello
23 settembre 2026

IL DIALOGO MANCATO TRA MALE E BENE

La stagione di prosa del Vascello si apre con un monologo dal titolo altisonante, la cui fama gode di una dualità pari a quella dei fantomatici personaggi dello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde: da una parte il celeberrimo romanzo di Robert L. Stevenson, dall’altra il film di Victor Fleming (con Spencer Tracy, Ingrid Bergman e Lana Turner). Ma se la trasposizione cinematografica, benché fascinosa, tradì, e non poco, l’originale dimenticandosi del protagonista del racconto, questa versione per il palcoscenico, realizzata da Fabio Condemi, invece, viene condotta proprio come scritta dall’autore nel 1866. La narrazione, infatti, è affidata all’avvocato Gabriel John Utterson, interpretato con precisione chirurgica da Christian La Rosa, il quale più che portare avanti una bizzarra storia di un uomo malvagio che sovente sparisce nel nulla, tanto da farsi soprannominare Mr. Nascondino (in inglese Hyde suona come to hide, nascondere), preferisce lasciarsi andare a strane considerazioni sulla doppia personalità di ogni essere umano.

21 settembre 2026

Premiazione «Le Maschere del Teatro»: il commento

Le MAschere del teatro italiano 2026

Roma, Teatro Argentina
19 settembre 2026

L’INGIUSTIZIA PREMIA ELIO GERMANO

Con Serena Autieri a far gli onori di casa, la festa per il teatro italiano ha immediatamente preso un ritmo frizzante e uno spessore artistico che forse erano necessari alla brillantezza della kermesse. Bella ed elegante presenza, spontaneità e scaltrezza, voce canora straordinaria, tutte doti, a cui si è aggiunta un’insospettabile padronanza del mestiere di presentatrice, grazie alle quali ha saputo sciogliere col sorriso anche quei piccoli imprevisti che l’improvvisazione inevitabilmente crea. Attorno a lei un parterre di star nazionali e internazionali. Su tutti spiccava Giulia Lazzarini, un monumento in continuo movimento della scena nostrana anche con 92 primavere sulle spalle: vincitrice quest’anno della quinta Maschera, la seconda come attrice non protagonista. Accompagnata in ribalta, al momento della consegna del premio, da un altro decano e gigante del nostro teatro, Gabriele Lavia, ormai habitué della premiazione, applauditissimo anche lui, l’attrice ha dedicato il successo a tutti coloro con cui ha lavorato (e non son pochi) «e con cui lavorerò», ha aggiunto con la pervicace forza dell’ironia.

20 settembre 2026

Le Maschere del Teatro italiano: i vincitori 2026

Francesco Rocca (presidente Regione Lazio) e Serena Autieri (foto fn))
Robert Carsen

Roma, Teatro Argentina
19 settembre 2026

CON ROBERT CARSEN TRIONFA «ANTIGONE»

La XXIII edizione delle Maschere del teatro italiano ha festeggiato sabato sera la consegna dei premi. La kermesse è stata presentata da Serena Autieri che, con Antonio Bannò, ha accolto sul palcoscenico dell’Argentina i finalisti che venerdì sono stati ricevuti al Quirinale per l’augurio del Capo dello Stato. Enorme l’affetto del pubblico romano nei confronti di Giulia Lazzarini che, ancora a telecamere spente (l’evento è stato poi trasmesso in differita su RaiUno), è stata salutata da un caloroso applauso seguito da standing ovation. «Dovevo venire a Roma per ricevere un applauso così affettuoso!», ha commentato l’attrice, classe 1934, giunta appositamente nella Capitale prima ancora di sapere d’aver vinto la sua quinta Maschera, la seconda come non protagonista per «Miracolo a Milano». Rammarico per l’assenza di Umberto Orsini. (fn)

Di seguito l’elenco delle terne con i vincitori in neretto:

20 luglio 2026

S’è chiuso il Campionato mondiale di calcio 2026

Finale mondiale calcio: Spagna-Argentina

Erbalunga, 19 luglio 2026

L’AMARO ADDIO DEL CAMPIONE

Lionel Messi non ha ripetuto la storica impresa, riuscita solo a un manipolo di brasiliani (tra cui Garrincha, Didì e Vavà nel 1958 e ’62), di alzare al cielo la seconda Coppa in due edizioni consecutive del Campionato mondiale di calcio. L’Argentina torna a casa con un bagaglio di lacrime: il suo eroe era lì a un passo dal traguardo, aveva trascinato la squadra alla finale dopo alcune, le prime, prestazioni eccellenti, poi però sempre più spente e pigre. L’Albiceleste, è vero, ha avuto un cammino più leggero rispetto ad altre nazionali, ma ha sempre dimostrato d’essere una formazione comunque all’altezza della competizione. Tuttavia, è stata segnata da un’impostazione molto altalenante: ottime giocate, magnifica organizzazione tattica, ma anche tanta stanchezza che lungo il percorso verso la finale è costantemente cresciuta. E, diciamo la verità, la stanchezza nasceva proprio dai piedi di Messi, il quale nelle ultime tre partite lo si è visto quasi sempre camminare e aspettare che il pallone lo raggiungesse per mettersi in moto.

27 giugno 2026

«Platonov» di Anton Cechov (regia, P. Stein)

«Platonov», di Anton Cechov. (Regia, P. Stein)

Lo spettacolo che ha debuttato, in prima nazionale, al Festival dei Due Mondi (Spoleto) il 26 giugno è stato visto dal sottoscritto il 20 giugno scorso in prova generale, al teatro della tenuta umbra di San Pancrazio di Peter Stein.

L’AMORE, CHE INFERNO!

Peter Stein, grazie all’esperienza che ormai gli appartiene, sposa con semplice familiarità il teatro di Anton Cechov tanto da coglierne con eleganza tutti i sottintesi drammatici e al contempo ironici, che finanche Stanislavski ne sarebbe invidioso! In quest’ultima fatica il regista tedesco ha fatto di una trama dall’impronta prettamente drammatica, quale è il Platonov, una commedia ironica sui difetti della società e sui vizi della gente. L’autore compose il testo, che è tra i meno rappresentati della sua opera, a soli vent’anni, tra il 1880 e l’81, e – in verità – risente di qualche esuberanza di scrittura giovanile: troppi i personaggi che non hanno uno sviluppo continuo e un po’ vengono dimenticati, qualche eccesso nei caratteri (come il pianto imposto alla figura di Maria Efímovna), qualche ripetizione che ingabbia perfino il protagonista, e soprattutto la lunghezza del testo che giunge alla conclusione dopo quattro atti, di cui il primo potrebbe tranquillamente vivere da solo come atto unico e nemmeno breve.

19 giugno 2026

Una serata con Paolo Castrignano, chef a Trastevere

Roma, 18 giugno 2026

SIGNORI, LA «SANTA CUCINA» È DI SCENA

Lo stimolo per intervistare uno chef è arrivato appena ho varcato la soglia del ristorante, un luogo dove non ti aspetti di trovare la stessa situazione di quando entri dal fondo di una platea che di fronte offre la visuale del palcoscenico e l’occhio già mira, con lo sguardo della memoria, a una nuova edizione di Sabato, domenica e lunedì: «Ampia e linda cucina», scrive Eduardo nella didascalia di apertura. Non si nota, però, la presenza di Rosa Priore che prepara il ragù, ma al suo posto una squadra di cuochi è alle prese con le più svariate preparazioni. Dalla porta d’ingresso della sala del Cecilia Santa Cucina, mentre si viene catturati dal rito dell’accoglienza – solitamente è Fabio che porge il benvenuto per accompagnare i clienti al posto, pardon, al tavolo – s’intuisce infatti che lì, la rappresentazione è cominciata già da un po’, ma il concetto del ritardo è abbastanza effimero. Solo una vetrata, come fosse la quarta parete, separa la zona dei fornelli dalla platea. È teatro vivo, realistico, anzi iperrealistico, perché anche i profumi fanno parte della regia. Scorgo le bottiglie di vino sulla sinistra, ma mi incuriosiscono i ripiani di marmo sostenuti da vecchi tavolacci restaurati su cui si mangia. È un arredamento insolito, rustico e raffinato, pieno di fascino. Siamo nella vecchia Roma popolare di Trastevere.

17 giugno 2026

Commento alle terne. Le Maschere del teatro italiano 2026

Roma, Teatro Argentina
15 giugno 2026

CARO UMBERTO, QUESTO PREMIO È TUO, TI SPETTA

Fossimo agli Oscar, oggi il nome di Arturo Cirillo sarebbe su tutti i siti del web, e con pieno merito: 7 candidature sono tante, ma Le false confidenze di Marivaux, che con maestria l’artista ha saputo portare in scena, le reggono benissimo in ogni categoria assegnata: dalle luci alle musiche, dalle scene ai costumi, fino all’attrice protagonista (la sorprendente Elena Sofia Ricci), regia e miglior spettacolo; anzi, per me, manca all’appello anche quella dell’attrice non protagonista, che davo quasi per scontata. A tal proposito, in questa categoria, vorrei sottolineare la presenza, sostenuta a maggioranza, di Anita Bartolucci, non nuova nella triade delle Maschere, premio che ha già vinto due volte, sfiorando anche il podio nella categoria superiore: messa a dura prova in un ruolo di un carattere del teatro di Eduardo, è riuscita a sopperire, lei che è marchigiana, alle difficoltà del dialetto inventandosi un’eleganza nei gesti e una fioritura nella dizione, queste sì, tutte partenopee. Stesso discorso, anche se con sfumature differenti, vale per Paolo Serra, il ragioniere che porta lo scompiglio in casa Priore. Sono i punti di forza, insieme con il protagonista Claudio Di Palma (ben 10 votazioni su 15 a suo favore), che hanno sospinto le 4 candidature di Sabato, domenica e lunedì, regia di Luca De Fusco. Il quale, doveroso dirlo, promosso anche tra i migliori registi, da patron della kermesse, ha declinato l’invito a partecipare alla premiazione, lasciando gareggiare la sua opera come Miglior spettacolo, insieme all’outsider Antigone, firmato da Robert Carsen. C’è chi mormora che sarà proprio quest’ultimo il più temibile antagonista, tuttavia è anche il meno visto.

16 giugno 2026

Le Maschere del Teatro italiano. Le terne 2026

Roma, Teatro Argentina
15 giugno 2026

7 CANDIDATURE PER LE «CONFIDENZE» DI CIRILLO

Si è svolto ieri pomeriggio l’incontro per stabilire le terne dei migliori della stagione teatrale sulla quale è appena calato il sipario. La giuria della XXIII edizione del premio Le Maschere del teatro italiano, presieduta da Gianni Letta, e composta quest’anno da Giulio Baffi, Caterina Barone, Donatella Cataldi, Franco Cordelli, Masolino D’Amico, Elio De Capitani, Giuseppe Dipasquale, Titti Foti Giuliani, Katia Ippaso, Tommaso Le Pera, Laura Novelli, Michele Sciancalepore, Francesco Siciliano (Presidente della fondazione Teatro di Roma) e dal sottoscritto, si è data appuntamento sul palcoscenico del Teatro Argentina (ospite del patron della kermesse e direttore dello stabile romano, Luca De Fusco) per decretare i magnifici 3 per ciascuna delle 13 categorie. Le terne finaliste passeranno successivamente al vaglio di una giuria popolare, formata da oltre mille operatori culturali e abbonati dei Teatri nazionali, che designerà i vincitori. La premiazione si terrà sempre al Teatro Argentina il 19 settembre prossimo (h. 19.00), e verrà trasmessa in differita su Raiuno in tarda serata.

07 giugno 2026

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

«La figlia di Kioto Zhang», scritto e diretto da Massimo Odierna

Roma, Spazio Recherche
6 giugno 2026

«BENVENUTI IN QUESTO PAZZO MONDO»

D’altronde ero stato avvertito senza fraintendimenti: «Vieni, spettacolo bello pazzo!» E la follia non s’è risparmiata, anzi, ha dato il meglio di sé ruotando vorticosamente intorno a un perno centrale nemmeno troppo solido. Una storia che si basa sulla disperata ricerca di un’immagine favolistica, la dolce Noa, il desiderio di un amore impossibile, ossia La figlia di Kioto Zhang, il temibile capo delle guardie imperiali; fanciulla incantevole le cui sembianze, dice Libero innamorato, ricordano le «famose» ceramiche di Catanzaro e i «celebri» arcobaleni di Pechino: goliardiche trovate molto distanti da qualunque riferimento finanche surreale. Per fortuna, «le lacrime di minchia» ci riportano con i piedi a terra nel nostro mondo, al nostro tempo sconclusionato, dove tutto diventa esagerazione e volgarità. Esiste, però, in teatro, un tipo di volgarità talmente fantasiosa e sfacciata da superare il limite di qualsiasi pudore e conquistare il fascino della risata e della fiducia. Pertanto, la quotidiana volgarità detestabile che, invece, incontriamo per strada, al bar, al ristorante, quella fastidiosa che sembra inseguirci ovunque travestita da umana irrazionalità, quell’altra ancor più noiosa offerta dalla telespazzatura, trova in questa (che è teatralizzata) la sua bella copia, ardita e fantasiosa, che ne è la parodia, in cui anche le espressioni più grevi e colorite esplodono come ricami artificiosi di un ingegno.

05 giugno 2026

«Il pedagogo dell’infame», scritto e diretto da Riccardo Cacace

«Il pedagogo dell’infame», scritto e diretto da Riccardo Cacace

Roma, Teatro Tordinona
4 giugno 2026

HITLER E GOEBBELS HANNO UN’ANIMA. MA È TEATRO!

Triste premessa. Esistono spettacoli ben scritti, magnificamente recitati, egregiamente allestiti che rappresentano, come fiore all’occhiello, l’ingiustizia del nostro sistema teatrale. Lo scorso anno – sono ormai trascorsi 13 mesi – Il pedagogo dell’infame, scritto e diretto da Riccardo Cacace, esordì allo Spazio Diamante (in forma di studio o, se preferite, di corto teatrale) al festival Indivenire diretto da Giampiero Cicciò e patronato da Alessandro Longobardi. Fu immediatamente notato e sostenuto dall’intera giuria (di cui allora facevo parte), e fu premiato, senza troppi indugi, come Miglior spettacolo, col maggior riconoscimento anche al Miglior attore (Marco Gualco). Sappiamo bene che, di questi tempi, vincere una kermesse (qualunque essa sia) non è sempre sinonimo di garanzia di qualità: eppure, a volte, pregi e valori riescono a consistere tanto chiaramente in un progetto che ci si aspetterebbe che la stagione successiva il vincitore meritasse palcoscenici più gratificanti e anche qualche sostegno economico più congruo. Invece, per come vanno le brutte faccende del teatro indipendente, eccoli, Riccardo e Marco, ancora vincolati alle dipendenze e agli incastri di un festival che, dopo un anno, a fine stagione cerca di sostenerli e di dar loro una vetrina con una sola replica romana.

04 giugno 2026

«Circle mirror transformation» di Annie Baker (regia, Valerio Binasco)

«Circle mirror transformation» di Annie Baker (regia, Valerio Binasco)

Roma, Teatro Argentina
3 giugno 2026

ESERCIZI DI STILE ALLA RICERCA DELLA SATIRA!

Prima mi tolgo un fastidioso sassolino dalla scarpa. Annie Baker, tra le più autorevoli drammaturghe contemporanee statunitensi, già vincitrice di un Pulitzer nel 2014, nelle note di apertura a Circle mirror transformation, avverte registi e attori che si accingono a dar vita alla sua opera di «rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. […] Senza i suoi silenzi diventerebbe una satira, mentre si spera possa essere una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo». Già la pretesa di voler meditare su teatro, vita, morte e passaggio del tempo (argomenti filosoficamente abbastanza impegnativi e molto dibattuti) preferendo, alle parole, pause e silenzi sembra appartenere più al mondo della satira che a quello del dramma. Se qualche insegnamento a riguardo ci è pervenuto dagli antichi pensatori greci, che molto amavano discettare su questi temi universali, lo dobbiamo grazie alle loro parole, ai loro scritti: certamente non siamo stati educati né dai silenzi né dalle pause di quei saggi che precedettero la venuta di Cristo. Se poi la Baker, evidentemente erede di quella ricerca di intima elevazione e folgorazione interiore tipica della beat generetion di Kerouac, pretende di sostituirsi ad Eraclito, Platone e Aristotele con pause e silenzi è liberissima di sperare nella sua «piccola meditazione naturalistica».

01 giugno 2026

«Amleto» di W. Shakespeare (regia, Luca Ariano)

«Amleto» di W. Shakespeare (regia, Luca Ariano)

Roma (Labaro), Studi Cine Lab
31 maggio 2026

LA COSCIENZA DEL PRINCIPE È UNA E TRINA

Che le letture critiche del testo più famoso del Bardo fossero più d’una, e talvolta anche controverse, lo sapevamo e ce n’eravamo fatta una ragione mettendoci in pace con noi stessi e soprattutto senza voler contraddire nessuno degli autorevoli studiosi shakespeariani; che nel personaggio di Amleto soggiornassero indefiniti dubbi che  al contempo lo sostengono e lo infragiliscono in ogni istante del suo travaglio, e che questi potessero essere osservati da diverse prospettive, anche, è stato motivo di rassegnazione intellettuale; ma che tre di queste sfaccettature psicologiche, forse addirittura psicoanalitiche, del Principe di Danimarca potessero prendere consistenza scenica e diventare una coscienza in carne ed ossa, spaccata in tre parti, in cui ciascuna dialoga con le altre, questo, sì, è davvero sorprendente.

31 maggio 2026

«Ago, capitano silenzioso», scritto e diretto da Ariele Vincenti

«Ago, capitano silenzioso» scritto e diretto da Ariele Vincenti

Roma, Teatro Vittoria
30 maggio 2026

«IL SILENZIO È UN’OCCASIONE PER ASCOLTARE»

«Oh Agostino, Ago, Ago, Ago, Agostino gol». Al termine della rappresentazione, lo storico incitamento che per anni ha osannato il capitano della Roma dello scudetto di Falcao, di Pruzzo, di Conti, parte da una sola voce, ma in un attimo il coro si espande all’intera platea, come accadeva (quasi cinquant’anni fa) allo Stadio Olimpico. Qualcuno, durante il nostalgico entusiasmo, solleva le vecchie sciarpe con i colori della Magica, un po’ sbiaditi dal tempo, ma ancora vessilli di una fedeltà incrollabile. È il momento in cui si capisce che Ariele Vincenti, con un monologo, da lui scritto, diretto e interpretato per ricordare Agostino Di Bartolomei, è riuscito a portare in teatro una ristretta brigata di rappresentanti della Curva Sud, autentici Ultrà, ora coi capelli bianchi, ma da sempre con il cuore «mezzo giallo e mezzo rosso». Tra loro anche Antonio Bongi che, a soli 14 anni, nel ’72, fondò il gruppo dei Boys, sostenitori assiepati nella Nord, e che fu tra coloro che nel ’78 rubarono ai tristemente famosi Hooligans dei Reds il ritmo con cui inneggiare Ago, colui che a breve sarebbe diventato il capitano.

28 maggio 2026

«Le notti bianche» di F. Dostoevskij (regia, Lucia Rocco)

«Le notti bianche», di F. Dostoevskij (regia, Lucia Rocco)

Roma, Teatro Torlonia
27 maggio 2026

INTIMA RAPPRESENTAZIONE DELLA MORTE DI UN SOGNO

Concetto fondamentale che il sognatore, protagonista de Le notti bianche, confessa alla giovane Nasten’ka durante la seconda notte, quando il dialogo si fa più denso, riguarda la differenza tra la vita insulsa della gente comune, che mai si spezzerà all’improvviso, e la brusca fine dei sogni, condannati invece a svanire in un attimo. Dostoevskij lo fa dire chiaramente al suo alter ego: «… anche i sogni muoiono!», intendendo che con la fine del sogno si spegne l’anima del sognatore, la sua fantasia, il desiderio, tutte quelle sensazioni che sono più vive ed eccitanti della realtà circostante. Lucia Rocco, che ha adattato il racconto con molta cautela e infinito rispetto per l’autore (tant’è che in locandina si legge che lo spettacolo teatrale è di Fiodor Dostoevkij, e non tratto da F. D.), da regista s’è lasciata guidare, per incanto, da questa indicazione, sottraendola alla narrazione, ma traducendola visivamente per la scena; cosicché l’intera rappresentazione gira intorno all’angoscia del più bel sogno che ineluttabilmente sta per spezzarsi.

15 maggio 2026

Chiacchierata informale sulle abusive intromissioni

Roma, 5 maggio 2026

«OLTRE QUARANT’ANNI DI GAVETTA: NON SE NE PUÒ PIÙ!»

L’incontro si apre con uno sbadiglio.
«Scusa, mi succede sempre quando sono nervoso.»
- E lo sei, ora?
«Da qualche mese, sì, costantemente.»
Lui, attore, sessant’anni passati («…da un bel po’, direi!»), oltre quaranta dedicati al palcoscenico («quarantacinque», sottolinea), ordina due caffè e, insieme al suo fisico corpulento, fa sedere sulla sedia il peso di un’inquietudine che lo rende apparentemente svogliato. «Ti ho chiamato io, sei mio ospite», bofonchia puntando un dito sul tavolo, come se volesse mettere un punto a un discorso ancora da cominciare. Eppure, da un paio di settimane, ha terminato una tournée di successo: dovrebbe essere quantomeno sereno.
«Non posso esserlo.», la risposta è perentoria.

14 maggio 2026

«Morte di un commesso viaggiatore» di Arthur Miller (regia, C. Sciaccaluga)

«Morte di un commesso viaggiatore» di Arthur Miller (regia, C. Sciaccaluga)

Roma, Teatro Argentina
13 aprile 2026

«GUARDA COME CI HANNO INGABBIATI!»

L’impronta fotografica che Carlo Sciaccaluga dà al suo allestimento di Morte di un commesso viaggiatore – tanto per far capire subito che sta viaggiando da solo, senza ingombranti rimembranze paterne (Marco Sciaccaluga ne diresse ben due edizioni) – è racchiusa nell’immagine iniziale, quando tutti gli attori, con il volto coperto, fanno capolino dalle quinte in attesa dell’arrivo di Willy Loman che giunge dalla platea. Lo osservano come automi silenziosi, come quei manichini con le teste bianche che De Chirico dipinse per rappresentare l’uomo moderno, privato della propria identità, a cui il nuovo sistema di vita ha oscurato la capacità di trasmettere emozioni. In questa giungla di sguardi che evocano mistero e solitudine, e che noi oggi conosciamo fin troppo bene, avanza l’ultimo naufrago dell’umana coscienza, stanco certamente di viaggiare a causa del suo sciagurato mestiere, ma la sua camminata si porta dietro una stanchezza molto più profonda, quella di un uomo che sente l’affanno delle forze che lo stanno abbandonando, della fatica che non riesce più a sopportare a causa delle continue mortificazioni che tenta di nascondere.

11 maggio 2026

«Ape regina» di Giorgia Cerruti (regia, Giglio/Cerruti)

«Ape regina» di Giorgia Cerruti (regia, Giglio/Cerruti)

Roma, Teatro Basilica
9 maggio 2026

QUANDO MOLLY BLOOM SCELSE BILLY WILDER

Giorgia Cerruti, oltre a essere un’ottima interprete, credibile finanche nelle situazioni più paradossali, come in questa Ape regina che ha scritto per se stessa, costruisce i testi avvalendosi di una notevole preparazione culturale. Per fortuna, la sua dote migliore, merito anche di Davide Giglio che qui l’ha diretta e ben protetta, è l’attenzione che pone per carpire la curiosità del pubblico, l’affascinazione che poi è quel linguaggio teatrale che più resta nell’occhio e nella mente dello spettatore. Una giornata per Molly Bloom, che è il sottotitolo della sua ultima fatica romana (la Piccola compagnia della Magnolia è di Torino) proposta al Basilica per due sole repliche, è un monologo assai complesso da decodificare, tuttavia scorre bene, pieno di fascino, di malinconie e azzardi elargiti con eleganza e grande leggerezza e ironia: quel che basta per fare del buon teatro. Perché anche se non si comprende facilmente tutto il lavoro che c’è dietro la facciata, e che il nome di Molly Bloom lascia intuire, l’emozione per una liberazione di un animo femminile raggiunge con chiarezza e determinazione tutta la platea.

10 maggio 2026

«Opera Pia» di Gianfranco Vergoni (regia, Nicola Pistoia)

«Opera Pia» di G. Vergoni (regia, N. Pistoia)

Roma, TeatroSophia
9 maggio 2026

LOREDANA, LEONESSA DA PALCO

Ribadisco, se ce ne fosse bisogno: ogni qual volta vado a vedere un monologo, mi prudono le mani. E la performance di Loredana Piedimonte mi ha confermato che il mio non è un pregiudizio, ma un malessere che deriva dalla consapevolezza che i monologhi sono quasi sempre un ripiego artistico per chi potrebbe offrire molto di più, per chi sa che l’arte teatrale porta la cifra universale di Euripide, di Shakespeare, di Cechov (e l’elenco completo, per fortuna, è molto più lungo). Non me ne voglia Gianfranco Vergoni, autore di questo delizioso racconto di pene d’amor assai dibattuto, non è a lui che rivolgo la critica, anzi, ce ne fossero di storie così dense, spiritose e drammatiche! Senonché, la mia sensazione ribelle ha origine molto più complessa.