«IL MIO REGNO PER UNO SPETTATORE INTELLIGENTE»
È certamente di stampo shakesperiano il grido finale che l’attore lancia al cielo, prima del buio: «Il mio regno per uno spettatore intelligente»: peccato che si tratti del regno di un commediante e non quello di un sovrano, altrimenti un piccolo sforzo, magari, l’avremmo fatto. E chissà quanti spettatori sarebbero subito corsi a leggere un libro, quello che Montanari più volte, durante lo spettacolo, indica come manna per saltare il fosso dell’ignoranza comune, pur di avere un posto prenotato a corte. Ma in realtà Gabriel Calderón, autore dell’ottimo monologo e attento regista, auspica quale luogo di salvezza tutt’altro empireo. Storia di un cinghiale, infatti, vuol essere soprattutto un’invettiva contro l’analfabetismo intellettuale che mortifica la nostra epoca: una denuncia spietata, più che feroce, portata avanti alla maniera dei comici dell’arte, dove i fendenti delle parole raggiungono il pubblico tra lazzi e confessioni personali, tra sfoghi rabbiosi e versi poetici che ingannano l’uditorio. Tuttavia, nel racconto si evince chiaramente che nessuno è perfetto: neanche gli attori son messi meglio, neanche i registi, né i direttori artistici e nemmeno i costumisti: ciascuno pronto a dare sfoggio della propria ignoranza, sempre, anche quando si sfrutta quella altrui per ingannare l’ascoltatore!
Francesco Montanari, con disinvolta bravura e (nei momenti topici) con piglio esperto da primattore, ci offre un dettagliato resoconto. Per meglio afferrarlo, però, occorre prima dare un piccolo elementare contributo della nostra comprensione (benché anche i critici non se la passino a meraviglia!), se non del testo completo, almeno del titolo che, in locandina si completa con Qualcosa su Riccardo III. Dunque, un cinghiale reale! L’autore evidentemente si riferisce al cinghiale bianco che fu l’emblema personale e il distintivo araldico di re Riccardo III d’Inghilterra durante la Guerra delle Due Rose. Il sovrano scelse l’animale selvatico come simbolo per rappresentare forza, coraggio e audacia in battaglia. Calderón mette a paragone l’ambizione per la sete di potere e la violenza repressa dell’uomo di oggi con la deplorevole empietà del sovrano descritto da Shakespeare. Come anello di congiunzione usa un attore capace di interpretare sia il cinghiale contemporaneo (per fortuna, in scena non si vede l’abusato parrucchino rosso!) che quello più antico degli York (e anche la malformazione di Riccardo è appena accennata).
Il gioco delle analogie tra i due cinghiali, presente e passato, si accende attraverso l’espediente del teatro nel teatro che dona dinamicità all’azione: sul palco, infatti, la costruzione di un rudimentale, ma efficace, teatrino (ideato da Paolo Di Benedetto) con sipario, mantovana, e varie corde laterali fungono da scena per le citazioni delle battute di Shakespeare. A proposito, se fossi un critico malizioso direi che Montanari abbia accettato la parte soltanto per l’opportunità di poter recitare in un solo spettacolo i tre monologhi che il Bardo scrive (e Calderón riscrive) per i grandi ruoli femminili della tragedia (Margherita, Lady Anna e la regina madre): quante attrici sognerebbero una simile occasione e cosa darebbero per poterla sfruttare! Ma Montanari fa molto di più, e lo fa bene. Entra ed esce dai personaggi, maschili e femminili, storici e attuali, tra i quali anche se stesso, con eleganza e scioltezza, con veemenza e simpatia, aggiungendo, ad ogni intervento, un tassello per chiudere il ragionamento drammaturgico dell’autore. Un attore, relegato da sempre alle parti secondarie, improvvisamente, essendo stato chiamato ad interpretare il ruolo di Riccardo III, usando le stesse sue insidie e astuzie (che sono insite nell’animo dell’uomo diabolico) riesce a spodestare tutti i colleghi e a rimanere soltanto lui sulla ribalta dell’insuccesso, al quale si consacra con un incantevole idillio al teatro. (fn)
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Storia di un cinghiale. Qualcosa su Riccardo III, scritto e diretto da Gabriel Calderón. Liberamente ispirato al «Riccardo III» di William Shakespeare. Traduzione, Teresa Vila. Con Francesco Montanari. Scene, Paolo Di Benedetto. Costumi, Gianluca Sbicca. Luci, Manuel Frenda. Produzione: Piccolo Teatro di Milano (Teatro d’Europa); Carnezzeria; in collaborazione con Iila. Alla Sala Umberto, fino a domenica 18 ottobre
Foto: Francesco Montanari (© Masiar Pasquali)
