31 gennaio 2026

«Destinatario sconosciuto», da K. Kressmann Taylor (regia, M. Massari)

«Destinatario sconosciuto» regia, Mario Massari

Roma, Teatro Altrove
30 gennaio 2026

L’AMICIZIA TRADITA TRA MAX E MARTIN

Scritto nel 1938 da Katherine Kressmann Taylor, il romanzo, in forma epistolare, divenne un best-seller soltanto nel 1999, tre anni dopo la morte dell’autrice. Contiene 19 lettere scambiate da due personaggi di fantasia che però vivono in una realtà storica che ormai ben conosciamo. L’idea di scrivere Destinatario sconosciuto nacque per una iniziativa di un gruppo di studenti americani i quali, poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale, si convinsero che inviando lettere a conoscenti in Germania, in cui denunciavano la spietata politica di Hitler contro gli ebrei, avrebbero potuto dissuadere l’evolversi dell’antisemitismo. Ma le prime (e poche) risposte che giunsero in America furono allarmanti: non ci scrivete; questi non scherzano; finiremo noi nei guai. La notizia fu riportata da un quotidiano Usa e fu presa a pretesto dalla scrittrice per creare la storia tra Max Eisenstein e Martin Schulse.

29 gennaio 2026

«KR70M16», scritto e diretto da Saverio La Ruina

«KR70M16» scritto e diretto da Saverio La Ruina

Roma, Teatro India
28 gennaio 2026

KARAMU, NAUFRAGO SENZA NOME IN CERCA DELLA MADRE

E se vai scavando nel regno dei morti, troverai che c’è anche una lotta sul diritto alla sofferenza, vedrai coloro che sgomitano per accaparrarsi un posto sul gradino più alto del podio per aver partecipato alla tragedia più commovente, e ascolterai che, anche nell’Aldilà, ci si può rinfacciare la palma della Memoria più solida tra la shoah e il genocidio dei Tutsi. Sulla morte, i morti, possono dire quel che vogliono, è la loro materia, ma sul ricordo della mamma esiste un solo tormento che unisce tutte le anime di ogni cimitero del pianeta. Ed è questo il pensiero che addolcisce la scrittura che Saverio La Ruina dedica ai tanti che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo. In particolare, alle 94 vittime della sciagura del 26 febbraio 2023, quando in 180, a bordo di un caicco proveniente dalla Turchia, naufragarono non lontano dalle coste calabresi. La corrente marina spinse i corpi sulla spiaggia di Cutro, in provincia di Crotone, sigla KR.

28 gennaio 2026

«Con la carabina» di Pauline Peyrade (regia, Licia Lanera)

«Con la Carabina», di Pauline Peyrade (regia, L. Lanera)

Roma, Spazio Diamante
27 gennaio 2026

LA MEMORIA DELLA CARNE NON PERDONA

Con la carabina racconta di cose che accaddero anni addietro. Cose non belle, anche se al momento potevano sembrare bellissime, almeno per lui. Cose che accaddero tra lui e lei quand’erano adolescenti (forse anche meno), e non furono premeditate, non ci fu cattiveria, non ci fu imposizione, non ci furono minacce e non ci fu nemmeno violenza. Eppure, di violenza si tratta. Della violenza più subdola. Quella che s’insinua sotto la pelle del carnefice, ancora inconsapevole di quel che la natura gli sta imponendo, e con grazia stucchevole diventa ferro arroventato per la vittima nella quale lascia il segno indelebile per tutta la vita. Non è un ragazzino sbandato lui e nemmeno malvagio, ma è uno come tanti che non sa trattenere i suoi impulsi, e a cui nessuno gli ha insegnato a ragionare sull’istinto sessuale. E soprattutto mai nessuno gli ha detto che quelle cose devono essere concluse con reciproco entusiasmo.

27 gennaio 2026

«La donna fatale e Don Ferdinando Russo», articolo di Francesco Cangiullo

La carrozzella di Cicciotto vista da Francesco Cangiullo

Roma, Momento Sera
martedì, 1° agosto 1950

QUANDO IL POETA PERSE LA TESTA PER LA BELLA MALIARDA

Ritrovo casualmente in un vecchio libro di Ferdinando Russo un ritaglio di giornale che si concentra su un ricordo del famoso poeta napoletano, firmato da Francesco Cangiullo, scrittore e pittore suo conterraneo, il quale sin da giovanissimo partecipò molto attivamente al movimento futurista del Marinetti. Tra Cangiullo e Russo, una ventina d’anni di differenza d’età (l’autore di Scetate, molto ammirato dal Carducci, nacque nel 1866, mentre il Cangiullo è del 1884) si instaurò, a cavallo dei secoli XIX e XX, una reciproca stimabile amicizia. In quel periodo, a Napoli, Russo era ancora considerato l’antagonista storico di Salvatore Di Giacomo, sostenuto dal Croce, tuttavia, il suo carattere ribelle e fumantino e la sua schietta vulcanicità lo rendevano un beniamino del popolo. Abitava nella parte alta del rione Stella – sotto Capodimonte – in una villa che subito dopo la prematura scomparsa fu reputata «sacra» sede di preziosi cimeli: oltre che per gli scritti autografi dell’insigne, anche per l’eccezionale collezione di dipinti napoletani dell’Ottocento.

26 gennaio 2026

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

Roma, Teatro India
25 gennaio 2026

UNA CLAUSURA SEMPRE MENO ASSURDA

Prima dello spettacolo, in attesa di accedere alla sala, mi sono soffermato ad ascoltare un professore che accompagnava una sparuta scolaresca. Ragazzi di 16/17 anni ascoltavano increduli una delle tante parabole sulle intenzioni intellettuali che Samuel Beckett avrebbe disseminato nel testo. Negli anni passati il teatro dello scrittore, premio Nobel, è stato analizzato da fior di sapientoni ossessionati dal voler disvelare l’assurdo che si nascondeva dietro i personaggi, pensati dall’autore per esporre la sua visione su un’umanità per la quale non riservava alcuna stima. Dieci anni dopo «Aspettando Godot» (che è del 1947), l’irlandese scriveva Finale di partita. Sono i due testi chiave della sua produzione teatrale: quelli più dibattuti dalla critica letteraria e non solo. Queste esasperanti dissertazioni, le stesse che hanno spinto il professore ad avventurarsi su scivolose erte, hanno contribuito a rimescolare ancor di più le idee, le supposizioni, le citazioni e i riferimenti, e naturalmente a confondere i significati celandoli anche dietro ipotetiche, e non so quanto costruttive, partite a scacchi.

24 gennaio 2026

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, T. Ostermeier)

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, Thomas Ostermeier)

Roma, Teatro Argentina
18 gennaio 2026

IL BENE E IL MALE SULLA GIOSTRA DELLA FORTUNA

Non è la durata di circa tre ore che fa dell’Anitra selvatica di Ibsen, presentato all’Argentina, uno spettacolo pesante (tutt’altro, il tempo scorre con leggerezza e piacevolezza), piuttosto risulta assai faticoso leggere la traduzione simultanea dal tedesco, lassù, sopra l’inquadratura della scena. Ammetto che per seguire le battute, mi son perso molte sfumature interpretative e me ne dispiace: colpa mia che nel periodo scolastico mi sono applicato poco alle lezioni della lingua di Goethe. L’altra sera l’occhio saltava in continuazione da cielo in terra, e viceversa, per cercare di catturare quante più informazioni possibili, riuscendo soltanto nel finale a penetrare emotivamente la quarta parete per partecipare al dramma insieme con i protagonisti. Per la regia di Thomas Ostermeier c’era grande attesa che non è stata certamente delusa, ma nemmeno osannata. Il nome della Schaubühne è sinonimo di grande qualità, rispettata in pieno dalla prova attoriale. Tutti bravissimi, ma Marcel Kohler, nel ruolo di Gregers, il figlio del ricco proprietario, m’è parso il più raffinato e completo: un infelice ancora annebbiato dal dolore della morte della madre ingannata dal marito, che trova riscatto nel sollecitare ovunque e comunque la verità, tanto che sembrerebbe giunto, dopo anni di assenza, non dal distretto minerario dove lavorava nell’azienda paterna, ma da un seminario, pronto ormai a intraprendere una folgorante carriera da prelato.

23 gennaio 2026

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

Roma, Teatro Antigone
22 gennaio 2026

IL SESSO SIA CON NOI: ANDIAMO IN PACE!

Un invito a teatro per andare a vedere Lisistrata, di questi tempi, non si può rifiutare. L’idea di ritrovarsi di fronte a un gruppo di donne ben predisposte ai piaceri del talamo nuziale che, per la pace nel mondo, sono disposte ad affrontare un lungo periodo di astinenza sessuale è una pensata che avrebbe fatto arrossire finanche le belle corsare della Flotilla. Ed Emilia Miscio affronta l’adattamento del testo con l’arguzia e la determinazione di far sentire il peso del potere femminile rivolto al bene, quelle possibilità materiali che madre natura ha loro donato per ottenere qualunque cosa dall’uomo, perfino di smettere di «giocare» a far la guerra, dimostrando quanto Aristofane sia molto più moderno di noi. «Finiamola col distenderci a letto tutte profumate e truccate ad attendere i nostri uomini, indossando vestiti trasparenti – grida la protagonista alle sue seguaci – La salvezza della Grecia dipende da noi: dobbiamo rinunciare al sesso». In verità, la proposta non solleva immediati clamori. Le focose ateniesi rigettano il piano di castità: evidentemente non fa per loro. Invece, la bella spartana intuisce che dietro quel sacrificio c’è un’intenzione più grande: ottenere la pace nel mondo, sconfiggere la guerra. Ed è lei che convince le altre.

21 gennaio 2026

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

Roma, Sala Umberto
20 gennaio 2026

«IL TEMPO MANGIA OGNI COSA!»

Ieri sera alla Sala Umberto ho assistito a due spettacoli: uno fatto da Bubù e l’altro fatto da Babà. Un po’ slegati tra loro – gli attori – a volte colti dall’incertezza nei tempi e anche nelle battute, ma entrambi, siccome figli di una solidissima tradizione teatrale, mai si lasciano sopraffare dal panico, mai si abbandonano al buio delle nebbie. Quando si inciampa (e pochi se ne accorgono) ci si rialza immediatamente. È il mestiere che soccorre chi batte il palcoscenico sin dalla nascita. La padronanza artistica di Bubù gli consente di riempire la scena con un sorriso, di tenere il pubblico col fiato sospeso anche con un silenzio un po’ più lungo, mentre cerca nella memoria una parola che fatica a raggiungere le labbra, mentre ritrova il respiro fiaccato. Dall’altra parte l’irrefrenabile energia di Babà riesce a supplire a qualunque cedevole esitazione dello stanco Bubù. Babà canta e recita, mantiene la brace accesa sotto le poltrone degli spettatori, suggerisce, rimedia, incolla all’istante i pezzi che si staccano a vista dal collage appena abbozzato su cui i due personaggi si muovono. È proprio lei che nell’incertezza della nebbia trova lo spirito d’arrembaggio che riscatta se stessa e il compagno di viaggio.

20 gennaio 2026

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

Roma, Teatro Studio E. Duse
17 gennaio 2026

UNA ESERCITAZIONE A «SIPARIO CHIUSO»

Nel 2012 Enzo Moscato scrive un disarticolato testo teatrale dedicato a Eduardo De Filippo, nel quale sono evocati i suoi pensieri, i suoi dolori, i suoi sentimenti, le sue parole sparse (quelle che più lo hanno rappresentato nella vita e sul palcoscenico), riflessioni critiche mai esposte, ma eduardiane doc. Moscato recupera frammenti nella sua memoria rovistando in quelle valigie che Eduardo si apprestava a preparare, quando l’estrema vecchiezza gli suggerì una commovente poesia sulle consistenze della vita che a un certo punto rifiuta le tante inutili fesserie. Al grande pubblico che oggi affolla le platee, il testo di Moscato resta sconosciuto (fu rappresentato dall’autore una sola volta con Isa Danieli, poi non so, non trovo traccia di altre edizioni). Nell’originale, malgrado Eduardo si racconti in prima persona, prende consistenza un fatto nascosto, che pochi conoscono: è la figura di un innominato Pierpaolo Pasolini che «suggerisce» all’autore di titolare l’opera Tà-Kài-Tà, che nella lingua di Platone significa «questo e quello» e rimanda al titolo del film che PPP stava scrivendo sulla vita di San Paolo, poco prima di essere «brutalmente massacrato». Di quel progetto Pasolini già ne aveva parlato con Eduardo, il quale avrebbe dovuto partecipare alle riprese. «Chillo ha penzato a te, pecché nun ce sta cchiù Totò».

19 gennaio 2026

«Trappola per topi» di Agatha Christie (regia, A. Masullo)

«Trappola per topi» di Agatha Christie (regia, A. Masullo)

Roma, Teatro Ciak
18 gennaio 2026

UN ALLESTIMENTO DOVE REGNA IL RISPETTO PER L’AUTORE

Semplicità e coerenza ripagano sempre. Anna Masullo porta in scena un testo nel quale, giustamente, ha piena fiducia e non sente la necessità di adattarlo, di stravolgerlo, di aggiornarlo, di «renderlo fluido» (come ho sentito dire giorni fa per un altro lavoro): si affida alle indicazioni in didascalia di Agatha Christie, alle battute scritte (tradotte da Edoardo Erba) che sono la partitura della regia, e si lascia consigliare esclusivamente dal buon senso teatrale. Ne esce uno spettacolo più che decoroso, misurato e, siccome è un giallo, anche assai intrigante. Non ci sono sfarzi. Non ci sono colori azzardati (la scena, sobria, è di Michele Montemagno). Non ci sono toni eccessivamente imprudenti. Si avverte (con gioia) un’aria di competente rigore. I caratteri dei personaggi sono contenuti e ben identificabili. In ogni ambito regna il rispetto per l’autrice e per quell’allestimento che, a Londra, è in cartellone – ininterrottamente – dal 6 ottobre 1952, giorno del debutto. Soltanto il Covid è riuscito a interrompere le repliche dell’inossidabile The Mousetrap, Trappola per topi, capolavoro del genere poliziesco.

18 gennaio 2026

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

Roma, Sala Umberto
17 gennaio 2026

SI ATTENDE LA PROSSIMA PUNTATA!

Che i microfoni siano i peggiori nemici della recitazione è una mia convinzione (e chi mi legge se ne dovrà fare una ragione) e durante la rappresentazione dello spettacolo, visto alla penultima replica, di Lucia Franchi e Luca Ricci, ne ho avuto la prova. Quando anche qualcun altro si convincerà che un attore risulta più bravo, senza gli aiuti dell’amplificazione, perché la sua voce sarà senza dubbio più calda e pulita, allora si tornerà ad apprezzare certe sfumature quasi dimenticate. All’apertura del sipario, mentre sulla sinistra si nota una grande tenda bianca che ripara tre sedie e un tavolino (la scena è dello stesso Ricci che ha curato anche la regia), sulla destra, i tre protagonisti siedono su una panca rivolti verso la quinta opposta, in un atteggiamento che ancora non dichiara la loro presenza da personaggi.

17 gennaio 2026

«Battuage», Vucciria Teatro (scritto e diretto da J. Anastasi)

«Battuage», Vucciria Teatro (scritto e diretto da J. Anastasi)

Roma, Spazio Diamante
16 gennaio 2026

SPLENDORI E MISERIE DEL SESSO OCCASIONALE

Battuage è un termine gergale, coniato non molti anni fa, per definire, con la pretestuosa eleganza del francese maccheronico, quei luoghi pubblici dove gli amanti degli incontri occasionali consumano rapporti veloci e anonimi; dove solitamente gli uomini si appartano con altri uomini o con transessuali, a seconda dei gusti; e dove le coppie che praticano lo scambismo possono facilmente trovare discreti adepti ai loro piaceri; dove ogni tipo di torbida lussuria diventa lecita. Naturalmente, nelle aree di battuage (in cui ciascuno può battere gratuitamente) sono anche ammessi i professionisti del sesso di qualunque genere, così, in mancanza di prodigali opportunità, chiunque può, anche a pagamento, dare sfogo ai propri istinti e ai propri desideri.

16 gennaio 2026

«Wonder woman» di Latella-Bellini (regia, A. Latella)

Roma, Teatro Vascello
15 gennaio 2026

«UNO STILLICIDIO»

Bisogna riconoscere alle quattro interpreti la capacità di declamare un intero spettacolo come fosse il coro delle Eumenidi, sostenuto da un ritmo frenetico. Bravissime nell’esecuzione tecnica, nella ricercatezza delle tonalità, nelle variazioni scandite a tempo di metronomo. Una prova difficilissima, audace e perfettamente riuscita. Chapeau! Per il resto, che dire? L’argomento avrebbe meritato uno svolgimento meno cadenzato, meno numerico, meno ripetitivo, meno freddo, forse più teatrale, più umano, più consistente e soprattutto più aggiornato. Se si prende a pretesto un caso giudiziario dei nostri tempi, questo va esposto nella sua completezza; denunciare soltanto l’errore porta coloro che non sanno su una cattiva strada. Mostrare il solo lato negativo di una stessa medaglia, non è mai corretto.

15 gennaio 2026

«La chunga» di Mario Vargas Llosa (regia, C. Sciaccaluga)

«La chunga» di Mario Vargas Llosa (regia, C. Sciaccaluga)

Roma, Teatro India
14 gennaio 2026

LA FIDUCIA FEMMINILE DIVENTA L’ARMA DELLA VENDETTA

Nel 1986 Mario Vargas Llosa scrive due atti per il teatro ispirandosi alle atmosfere del suo secondo romanzo «La casa verde», pubblicato nel 1966, ricavando da quel groviglio di personaggi, i cui destini sono destinati a incrociarsi dopo aver condotto esistenze molto differenti, una storia densa di torbida umanità, condita dalla più bieca ambizione della miseria, quella di trovare molto denaro con il minimo sforzo. Tema principale è il maschilismo, che qui si scontra con il ruvido muro dell’omosessualità femminile. C’è molta violenza nelle parole e negli atteggiamenti dell’uomo, ma ci sono anche due figure di donne ben differenti tra loro: una indurita dalla vita e, per difendersi, inaridita nel sentimento; l’altra romantica e remissiva, quindi condannata a diventare schiava del suo aguzzino.

14 gennaio 2026

«Amleto²» scritto e diretto da Filippo Timi

Amleto², di Filippo Timi (© Annapaola Martin)

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
13 gennaio 2026

C’È ANCORA DEL MARCIO IN DANIMARCA,
MA IN PLATEA È IL DELIRIO!

Di solito non leggo mai le recensioni di uno spettacolo prima di vederlo. Stavolta, nel cercare la fotografia che avrebbe corredato l’articolo, cliccando sull’immagine si è aperta una pagina scritta circa un anno fa. Una frase ha attirato la mia attenzione e l’occhio ha finito per cedere all’inganno. L’autore del pezzo, o ha assistito a uno spettacolo che io mi son perso, o s’è divertito a imbrogliare le carte. La critica, seriosa al punto da sfiorare la noia, ha accentuato il malinteso di base della messa in scena, un determinante vizio che nasce dal manifesto: è vero che il nome di Shakespeare non compare mai, ma (mi chiedo) è sufficiente un piccolo numero esponenziale, posto in alto a destra, dopo il nome di Amleto, principe, prima ancora che di Danimarca, della tragedia del teatro dell’era moderna, per giustificare un divertissement immaginato tra le atmosfere del varietà (teatrale e televisivo) e l’ambientazione circense? Non sto esagerando: in scena Amleto, o chi per esso, si trova dietro una gabbia, proprio come quella che, sotto il tendone, per anni ha protetto le belve feroci dalla stupidità del pubblico!

12 gennaio 2026

«Orlando» di Benedetta Nicoletti (regia, A. Cianca)

Roma, Teatro Tordinona
11 gennaio 2026

DISCORSO SUL MONOLOGO DEL SIGNOR PINCOPALLINO

Ho visto l’ennesimo monologo e il risultato, piuttosto infelice, mi offre l’opportunità di affrontare un breve discorso che da tempo bussa incessantemente alla porta della ribellione. Ho cercato di soffocarlo più volte questo grido per decenza, per rispetto, per «vediamo questo fino a dove vuole arrivare». Ebbene è giunto il momento di metterlo in chiaro, anche se il mio pensiero conta davvero poco rispetto agli utili vantaggi che un soliloquio contrappone a una commedia a più personaggi. Solitamente in un monologo non accade nulla, o quasi. Si ascolta una storia raccontata e raramente vissuta, in cui l’interpretazione del personaggio non sempre accompagna le emozioni narrate, perché non c’è confronto, perché manca la risposta che incalza e scuote l’animo di chi parla. Se ne accorse Eschilo, qualche anno fa, che i monologhi erano noiosi e trovò un rimedio efficace tanto da sfidare i millenni.

10 gennaio 2026

«Il gabbiano» di Anton Cechov (regia, F. Dini)

«Il gabbiano» di Anton Cechov (regia, F. Dini)

Roma, Teatro Argentina
9 gennaio 2026

PER FAVORE, SIGNORI REGISTI, NON «ALLIDIATEVI»

Sono convinto che una recensione debba cominciare col segnalare le caratteristiche più evidenti di uno spettacolo, quelle che maggiormente ne segnano stile e intenzioni di chi porta in scena un testo rilevante come Il gabbiano. Nelle note di regia Filippi Dini scrive che è la commedia «più contemporanea» di Anton Cechov, ed è vero. Anzi, aggiungerei che, per assurdo, oggi diventa anche la meno cechoviana tra quelle simboliche: si dice spesso, infatti, che nelle atmosfere delle sue ambientazioni, materiali e sentimentali, l’insostenibile peso del nulla determini i drammi, ma nella casa di campagna di Sorin, di fatti, invece, anche eclatanti, ne accadono molti, e infliggono ferite profondissime. Non c’è solo il gabbiano che «cade esamine al suolo, ma con lui precipita il destino» dell’intera umanità. Questa innovativa edizione, non priva di qualche incongruenza, pigia il pedale soprattutto sulla sovranità del trionfo della futilità; del cinguettio dei passeri – per dirla con le parole dell’autore – che volano «sopra un mucchio di letame». Cechov s’illudeva soltanto nel credere che l’uomo potesse diventare migliore «quando gli avremo mostrato com’è» attraverso il riflesso dell’arte «che non tollera la menzogna».

09 gennaio 2026

«Soft white underbelly» di Massimiliano Vado

Soft white underbelly, di Massimiliano Vado.

Roma, Spazio Diamante
8 gennaio 2026

IL LATO OSCURO DEL MONDO A STELLE E STRISCE

Massimiliano Vado, per adeguarsi ai tempi, ha avuto un’ottima idea: invece di portare in scena un solo monologo – poiché in questa stagione abbondano in ogni teatro – ne offre, in un unico spettacolo, «appena» undici. Ma c’è da dire pure che Vado, per non perdere l’occasione di sollevare polemiche, ha avuto anche un’ottima intuizione: mostrarci in questo modo l’altra faccia dell’America trionfante a stelle e strisce, non quella «bianca» e spaccona di Trump e Rubio che minacciano di andare a caccia degli ultimi orsi polari, ma quella più oscura di Skid Row, un quartiere di Los Angeles tristemente noto per la miseria, il degrado, la droga e la criminalità. Soft white underbelly, che non ha nulla a che vedere con il colore bianco, è un’espressione americana, assai in voga tra le ultime generazioni, che vuole indicare il lato nascosto delle cose: letteralmente, portare alla luce (white) dolcemente (soft) la pancia degli animali (underbelly) che solitamente è visibile soltanto dal basso. Tuttavia, Soft white underbelly è anche il nome del canale Youtube di Mark Laita, un attempato fotografo che va in giro a filmare ciò che vede nel quartiere di Skid Row, intervistando prostitute, tossicodipendenti, schizofrenici, balordi gangster, insomma vagabondi disturbati da ogni sorta di infelicità. Les épaves, direbbe Baudelaire, i relitti di una società nascosta che vive ai margini della civiltà. Ed è facile immaginare che in queste inchieste non c’è traccia di soft. Tutt’altro!

08 gennaio 2026

«Il medico dei pazzi» di Eduardo Scarpetta (regia, L. Muscato)

«Il medico dei pazzi», di E. Scarpetta. Regia di L. Muscato. Con Gianfelice Imparato

Roma, Teatro Quirino
7 gennaio 2026

SCIOSCIAMMOCCA RIPASSATO AL VAGLIO DELLA LEGGE BASAGLIA

Ricostruire la distribuzione di un simile adattamento è impresa eroica: la locandina esposta nel foyer del teatro riporta, come al solito in maniera assai superficiale, soltanto un oscuro elenco di nomi, e cercare di associare i visi – e quindi poter individuare l’interprete – a personaggi che perlopiù sono stati modificati dal testo originale diventa un lavoro snervante. E questo non giova alla recensione, che inevitabilmente risente di un peso e di una responsabilità che non spetta al critico. Se i produttori completassero al meglio le loro fatiche anche gli scritturati sarebbero più contenti: ciascuno guadagnerebbe la propria identità e avrebbe gli applausi o i fischi che merita. Affidarsi alla sapienza dei critici non è mai troppo saggio!

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