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20 luglio 2026

S’è chiuso il Campionato mondiale di calcio 2026

Finale mondiale calcio: Spagna-Argentina

Erbalunga, 19 luglio 2026

L’AMARO ADDIO DEL CAMPIONE

Lionel Messi non ha ripetuto la storica impresa, riuscita solo a un manipolo di brasiliani (tra cui Garrincha, Didì e Vavà nel 1958 e ’62), di alzare al cielo la seconda Coppa in due edizioni consecutive del Campionato mondiale di calcio. L’Argentina torna a casa con un bagaglio di lacrime: il suo eroe era lì a un passo dal traguardo, aveva trascinato la squadra alla finale dopo alcune, le prime, prestazioni eccellenti, poi però sempre più spente e pigre. L’Albiceleste, è vero, ha avuto un cammino più leggero rispetto ad altre nazionali, ma ha sempre dimostrato d’essere una formazione comunque all’altezza della competizione. Tuttavia, è stata segnata da un’impostazione molto altalenante: ottime giocate, magnifica organizzazione tattica, ma anche tanta stanchezza che lungo il percorso verso la finale è costantemente cresciuta. E, diciamo la verità, la stanchezza nasceva proprio dai piedi di Messi, il quale nelle ultime tre partite lo si è visto quasi sempre camminare e aspettare che il pallone lo raggiungesse per mettersi in moto.

19 giugno 2026

Una serata con Paolo Castrignano, chef a Trastevere

Roma, 18 giugno 2026

SIGNORI, LA «SANTA CUCINA» È DI SCENA

Lo stimolo per intervistare uno chef è arrivato appena ho varcato la soglia del ristorante, un luogo dove non ti aspetti di trovare la stessa situazione di quando entri dal fondo di una platea che di fronte offre la visuale del palcoscenico e l’occhio già mira, con lo sguardo della memoria, a una nuova edizione di Sabato, domenica e lunedì: «Ampia e linda cucina», scrive Eduardo nella didascalia di apertura. Non si nota, però, la presenza di Rosa Priore che prepara il ragù, ma al suo posto una squadra di cuochi è alle prese con le più svariate preparazioni. Dalla porta d’ingresso della sala del Cecilia Santa Cucina, mentre si viene catturati dal rito dell’accoglienza – solitamente è Fabio che porge il benvenuto per accompagnare i clienti al posto, pardon, al tavolo – s’intuisce infatti che lì, la rappresentazione è cominciata già da un po’, ma il concetto del ritardo è abbastanza effimero. Solo una vetrata, come fosse la quarta parete, separa la zona dei fornelli dalla platea. È teatro vivo, realistico, anzi iperrealistico, perché anche i profumi fanno parte della regia. Scorgo le bottiglie di vino sulla sinistra, ma mi incuriosiscono i ripiani di marmo sostenuti da vecchi tavolacci restaurati su cui si mangia. È un arredamento insolito, rustico e raffinato, pieno di fascino. Siamo nella vecchia Roma popolare di Trastevere.

27 gennaio 2026

«La donna fatale e Don Ferdinando Russo», articolo di Francesco Cangiullo

La carrozzella di Cicciotto vista da Francesco Cangiullo

Roma, Momento Sera
martedì, 1° agosto 1950

QUANDO IL POETA PERSE LA TESTA PER LA BELLA MALIARDA

Ritrovo casualmente in un vecchio libro di Ferdinando Russo un ritaglio di giornale che si concentra su un ricordo del famoso poeta napoletano, firmato da Francesco Cangiullo, scrittore e pittore suo conterraneo, il quale sin da giovanissimo partecipò molto attivamente al movimento futurista del Marinetti. Tra Cangiullo e Russo, una ventina d’anni di differenza d’età (l’autore di Scetate, molto ammirato dal Carducci, nacque nel 1866, mentre il Cangiullo è del 1884) si instaurò, a cavallo dei secoli XIX e XX, una reciproca stimabile amicizia. In quel periodo, a Napoli, Russo era ancora considerato l’antagonista storico di Salvatore Di Giacomo, sostenuto dal Croce, tuttavia, il suo carattere ribelle e fumantino e la sua schietta vulcanicità lo rendevano un beniamino del popolo. Abitava nella parte alta del rione Stella – sotto Capodimonte – in una villa che subito dopo la prematura scomparsa fu reputata «sacra» sede di preziosi cimeli: oltre che per gli scritti autografi dell’insigne, anche per l’eccezionale collezione di dipinti napoletani dell’Ottocento.

24 febbraio 2025

«Porte chiuse» in faccia alla democrazia

Roma, 24 febbraio 2025

LE ELEZIONI IN GERMANIA E LA POLITICA DEGLI AMATORIALI

La politica non fa per me: né per cultura o tradizione familiare, né per volontà o aspirazione. Il mondo della politica da troppi anni è rappresentato da una pessima accolita di amatoriali: scarsa preparazione e inaffidabile serietà. Visto con occhio da palcoscenico l’operato etico e morale dei politici si potrebbe sintetizzare con una iperbole teatrale: al «chi è di scena» solitamente segue il «si salvi chi può» (boutade che più volte ho ascoltato dietro le quinte per scongiurare la catastrofe). Tuttavia i risultati delle elezioni in Germania fanno parte di un argomento assai delicato, che non riguarda solo i tedeschi, artefici di un drastico effettivo cambiamento epocale. Senza andare a scomodare, per paragone, la solita alternanza governativa che coinvolge ormai da anni il sistema elettorale americano (una volta per uno non fa male a nessuno, o forse fa male ad entrambi!), Deutschland ha parlato über alles, ossia per l’intera Europa. La vecchia cara Europa, vecchia davvero, ormai decrepita e incapace di tagliare il cordone ombelicale con l’ultima roccaforte d’avanguardia sociale, rimasta ferma al Dopoguerra: quella che da noi fu rappresentata da una audace resistenza partigiana che trovò sostegno ed egemonia in alcuni sodalizi concreti e luminari con Francia, Gran Bretagna e la rinascente Germania.

05 giugno 2024

Ricordo di Valeria Moriconi

«NON SI PREOCCUPI PER ME, CARO, SONO UN’ATTRICE»

Il prossimo 15 giugno, Elena Bucci e Marina Occhionero saranno insignite del premio intitolato a Valeria Moriconi: la prima, per la sezione «Protagonista della scena»; la seconda, per la categoria «Futuro della scena». È la quinta volta che l’ambito riconoscimento, promosso dal Comune di Jesi, dalla Fondazione Pergolesi Spontini, dall'Amat, Ass. marchigiana attività teatrali e dal Centro studi Valeria Moriconi viene assegnato «per conservare – recita il comunicato – e continuare l’eredità artistica e culturale della grande attrice di Jesi, valorizzando il ruolo della donna sulla scena tra passato, presente e futuro».

03 maggio 2024

Ancora su «I masnadieri». Lettera aperta

Roma, 3 maggio 2024

IN RISPOSTA ALLA RECENSIONE DI M. LUCIDI

Caro Lucidi,

ho letto con piacere le tue osservazioni allo spettacolo su I masnadieri, e ancora una volta ho ammirato quanto la materia artistica, soprattutto quella teatrale che è la più labile e suadente, possa mettere d’accordo due pareri discordanti. A me l’operazione di Michele Sinisi è piaciuta e non poco, proprio in virtù di quella energia che tu giustamente sottolinei. Tuttavia, ripensando alla costruzione drammaturgica del testo di Schiller è impossibile contrastare il tuo pensiero che si basa su solidi argomenti letterari, ossia di scrittura, di come l’autore ha costruito personaggi e situazioni per un’opera che mai avrebbe dovuto andare in scena.

29 aprile 2024

Il rito teatrale del caffè (parte II)

Segue dalla prima parte

LA REPUBBLICA PARTENOPEA DEL «SOSPESO»

Quel che s’evince dalla prosa di Monelli – che io, sentendo la necessità di una condivisione diretta tra due persone, ho tradotto in forma di dialogo: perché un caffè non si dovrebbe mai bere da soli – è prima di tutto l’attitudine alla sacralità di un rituale, poetico sì, ma anche ossessivo: la ricerca di quel macinino; l’ammonimento sul tipo di chicco; l’avvertimento dell’acqua piovana; la liturgia del cucchiaino d’acqua fredda; la dottrina esasperata sull’ebollizione… tutti elementi che dipingono un quadretto di benevola stregoneria intorno a un (semplice in apparenza) bricco di caffè. Un rituale quotidiano che, se da una parte porta via del tempo a chi lo compie, dall’altra contribuisce alla solidarietà (non dimentichiamo questa parola, che fra poco ci tornerà utile) di un’intera popolazione. Ancora oggi in Etiopia, primitiva patria del caffè, la bevanda viene servita in continuazione, mattina e pomeriggio, ai passanti che sempre numerosi affollano i ritrovi comuni lungo le strade, dove una donna è intenta a riempire le tazzine con la miscela «sacra». Quella donna non è una qualunque distributrice di caffè, ma una delle prescelte «streghe di Smirne» che ha imparato l’arte della preparazione dai suoi predecessori.

26 aprile 2024

Il rito teatrale del caffè (parte I)


ALLA TURCA, ALLA VIENNESE O ALLA NAPOLETANA?

Dalla regione di Kaffa al Golfo partenopeo: storia di aromatiche leggende

Caffè. Prima ancora di una bevanda, è il suono che accompagna il pensiero associato a ogni nostro risveglio; una sorta di sonoro rito mattutino, scandito dal ritmo sdrucciolo del serrato bisillabo che la nostra mente richiama per far schiudere gli occhi e andare incontro al buongiorno. Caffè deriva da Kaffa, il nome della regione della odierna Etiopia dove fu scoperta la magica pianta che anticamente gli indigeni raccoglievano e scambiavano per ricavarne materie prime con le carovane degli arabi nomadi, i quali le rivendevano nei villaggi che attraversavano, come «piccolo cacao». Da qui il nome fu mutato in kahwa, parola molto simile a quella che indica il cacao. Il nome esprime due opposti significati: bevanda che toglie l’appetito, ma che pure lo favorisce. Scientificamente, infatti, è stato provato che il caffè allo stato puro (cioè, senza zucchero) assopisce gli impulsi della fame, per questo motivo qualcuno azzarda che bere caffè aiuti a dimagrire, soprattutto perché la sostanza è priva di calorie. Viceversa, con lo zucchero, le sue alcaline stimolano i succhi gastrici aumentando così il senso dell’appetito.

14 aprile 2024

«I masnadieri» di Friedrich Schiller (post scriptum)

Friedrich Nietzsche

UNA IMPORTANTE POSTILLA FILOSOFICA

Mentre cerco ancora di smaltire i postumi di una fulminante influenza che da qualche giorno mi costringe ai domiciliari, sono riuscito a decifrare uno degli ultimi scarabocchi che, nell’oscurità della platea, avevo appuntato sul taccuino durante la recita. Ciò avveniva per lo spettacolo di Michele Sinisi: I masnadieri di Schiller. Già recensito. Su carta avevo riportata la frase di Karl che urla all’autorità clericale: «Il mio pulpito è la vendetta», tralasciando l’ultima parola segnata, ché non capivo più, perché – come canzonava mia madre quando andavo a scuola – sono un asino per natura! Stamattina, invece, in quel geroglifico incomprensibile, all’improvviso, è apparso chiarissimo, come una falce di luna nel cielo terso, il nome di Nietzsche, e la mente s’è illuminata dello stesso pensiero partorito, quando, nella foga recitativa di Paternoster, avevo notato il salto temporale che Sinisi proponeva per dare un senso logico all’insubordinazione della masnada dei ribelli di Schiller.

09 aprile 2024

Da Ferdinando IV al principe di *** (parte II)

Caricatura di Totò (da «La patente»)

INNOMINATO DA ALEXANDRE DUMAS, SCOPRIAMO CHI ERA

segue da

Avevamo lasciato il nostro iettatore a bordo di una imbarcazione francese veleggiando verso Tolone, rattristato per la morte del fratello ucciso in duello per causa sua, e per la dipartita del padre stroncato dal dolore. Alessandro Dumas dedica un intero capitolo del Corricolo al viaggio del principe di *** verso lidi lontani – ma noi, non avendo la sua penna, lo riassumeremo in poche parole per non cadere in stucchevoli ripetizioni – tragitto durante il quale il capitano del vascello, non avendo tenuto in seria considerazione le maldicenze sul conto del suo ospite (prima di salpare da Napoli un’anima pia s’affrettò a metterlo in guardia onde prepararlo a qualunque imprevisto) non fece a tempo a ricredersi che, dopo due giorni e mezzo di navigazione, all’altezza di Livorno, si vide costretto a virare bruscamente verso la Corsica per evitare l’attacco di due bastimenti inglesi. Il principe lo rincuorò appena intuì che il vento premiava l’alta velatura di bordo e la forma snella dello scafo, agile a scivolare leggero sulle acque. «Con il levante in poppa non li sentiremo più abbaiare», disse pavoneggiandosi il capitano soddisfatto della distanza guadagnata sulle inseguitrici. E il principe di rincalzo esclamò mirando a est l’orizzonte: «Oh, durerà, eccome se durerà!». E la voce del marinaio di vedetta si levò forte e allarmata: «Il vento salta da est a nord». In pochi minuti il vascello fu raggiunto e bombardato da entrambi i lati. Nulla potettero i francesi: si arresero e furono tratti in ostaggio. Il povero capitano, rassicurato dai vincitori affinché il principe, rimasto naturalmente illeso, fosse preso in consegna su uno dei due bastimenti, chiese il permesso di andare a prendere effetti personali in cabina e si sparò. L’ammiraglio inglese, comprendendo che l’ospite fosse persona di stimabile levatura, gli offrì i migliori servigi, riservando le celle più anguste alla ciurma dei prigionieri.

08 aprile 2024

Da Ferdinando IV al principe di *** (parte I)

Caricatura di Alexandre Dumas

VITTIME E CARNEFICI DEL FASCINO DELLA JETTATURA

La sera del 3 gennaio 1825, l’ormai anziano borbonico sovrano delle Due Sicilie, dopo aver disputato una partita al giuoco delle carte e dopo aver adempito all’impegno di ogni buon cattolico recitando le orazioni, andò serenamente a dormire. Si portava sulle spalle settantasei anni, sessantacinque dei quali da regnante: una discreta fatica! Ovvio che il popolo partenopeo, riconoscente, fosse particolarmente affezionato al suo re. Fu questo il motivo per cui, la mattina seguente – quando alle dieci un maggiordomo di Palazzo, non avvertendo ancora alcun rumore provenire dalla camera reale, scoprì il corpo senza vita di Ferdinando IV – i napoletani, appena si sparse la triste notizia, vollero ostinatamente rintracciare nell’improvvisa morte del regnante una causa soprannaturale. Re Nasone, come era nominato, la sera precedente non aveva manifestato alcun malore, dunque, perché la mattina successiva non si era più svegliato? Ecco cosa si scoprì.

30 marzo 2024

«La Conventicola degli Ultramoderni» di Mirko Dettori (2°)



Musica e comicità, cabaret e burlesque
per chi la notte non ha voglia di dormire
Roma, 28 marzo 2024

MUSICA, COMICITÀ E BURLESQUE:
SIOR MIRKACCIO CHIUDE I GIOCHI ALL’ALBA

Alle tre di notte la voglia di divertirsi è ancora alle stelle alla Conventicola degli Ultramoderni: in sala si fa spazio all’allegria degli avventori, ai quali il Sior Mirkaccio, (come già scritto a giugno scorso) folti mustacci alla Bismarck e lucida «pelata» alla Yul Brynner, fino a quel momento ha sgretolato ogni indugio inibitorio. Con le dita che scivolano ancora leggere sulla tastiera del suo Lipp, pianoforte verticoda che pare abbia fatto parte della collezione di Arturo Benedetti Michelangeli, Mirko Dettori controlla, con lo sguardo e il sorriso del perfetto padrone di casa, la vivacità degli stakanovisti della notte. Ma se si è costretti a spostare qualche tavolino per consentire di dar libero sfogo a chi sente la necessità di ballare, la colpa è certamente di quel giovanotto che risponde al nome di Renato Carosone, il quale con il suo swing partenopeo e parte americano fu il primo vero ultramoderno italiano; se poi bisogna cedere il microfono a chi sente l’esigenza di dedicare una canzone la colpa allora ricade proprio su Mirko che, al pianoforte, le conosce tutte e non sbaglia una nota.

18 marzo 2024

Ricordo di Vito Riviello, poeta della notte

Vito Riviello,
nato a Potenza nel 1933
morto a Roma il 18 giugno 2009

USAVA LE PAROLE PER GIOCARE A SORPRESA

Il personaggio di una commedia che ho assai amato dice: «La morte vista su di sé è naturale, la morte vista sugli amici è diabolica». Verissimo. La scomparsa di un amico crea sempre una violenta lacerazione nel nostro sentimento affettivo che tuttavia, in qualche maniera riusciamo a salvaguardare per una sorta di autodifesa o per il rispetto verso la vita e per il ricordo della persona che non c’è più; ma resta viva l’assenza delle parole dell’amico che all’improvviso ci lasciano sperduti, in una solitudine senza conforto, in uno stato di abbandono definitivo. Se poi l’amico morto è un poeta che vive di parole, che dona senso alla vita nella maniera più nobile, usando la parola come simbolo di amicizia e di vitalità, allora la diabolicità della morte acquista un valore irreparabile. Qualcuno, alla vaga ricerca di una consolazione, potrà dire: le parole di un poeta sono quelle scritte; tutti i poeti ci hanno lasciato parole meravigliose. Sì, è certamente vero, ma chiunque scriva versi sa bene che le parole ancora non dette, quelle ancora da scrivere, ancora da leggere, ancora da ascoltare sono altrettanto necessarie. Per chi crede nella parola deve essere così. E con Vito Riviello questo indispensabile nutrimento si ripeteva a ogni incontro: parole nuove arricchivano parole già dette, e altre fiorivano da pensieri già pensati, fino a far sentire l’acquolina in bocca nell’attesa di una nuova scorpacciata.

12 marzo 2024

L’esilarante arte del divenire

Arlecchino e Eleonora Duse

L’AUDACIA DI ROMEO, L’ASTUZIA DI GIULIETTA

Una carrellata di aneddoti teatrali antichi e moderni: letti, ascoltati, vissuti

 

Prologo

Quando, un paio di secoli fa, la Commedia dell’arte trionfava ancora su tutti i palcoscenici di un’Europa che aveva ancora molto spiccato il senso del divertimento, avvenne, durante una rappresentazione, che l’Arlecchino, dopo aver preso un diluvio di legnate, cadde perdendo i sensi. Il pubblico non si accorse di nulla e nemmeno ci fece caso colui che mosse il bastone, fuggito subito in quinta per esigenze di copione. Sul fondo della scena, quindi, apparve, preoccupata per il frastuono, Colombina, la quale vedendo il compagno immobile, disteso faccia a terra, cominciò da personaggio a gemere, ma da attrice corse a rianimarlo. Si gettò sul corpo di Arlecchino. Lo scosse. Fece il gesto di strapparsi i capelli, ma il buon servitore proprio non dava segni di vita. Allora, prima di gridare aiuto e interrompere la commedia, come ultimo tentativo, pigiò con energica pressione e con entrambe le mani sul dorso del collega: una, due, tre volte. Si chinò per soffiare sul viso riverso dell’attore, ancora con la maschera sul volto, ma venne richiamata da un diverso soffio, piuttosto rumoroso, che sortì da altro pertugio del corpo di Arlecchino. Colombina finalmente sospirò rinfrancata: «Cielo, ti ringrazio, respira ancora».

23 gennaio 2024

Riflessione al termine di una serata imbarazzante

Paolo Villaggio in «Fantozzi» (1975)

 IN MEMORIA DI UNA «CAGATA PAZZESCA»

Il libero mercato non s’addice al teatro: così i palcoscenici off rischiano il disonore

Succede! Sì, succede di assistere a spettacoli davvero indegni. È accaduto in passato e continuerà ad accadere. Spettacoli che non hanno senso. Spettacoli nati dalla penna di autori incomprensibili, dati in pasto a registi vegani (quelli che non sanno distinguere la carne dal pesce), i quali affidano il «bel canto» ad attori che ululano insensatamente. Tuttavia ho notato che gli attori, sempre più spesso, sono i meno responsabili di questi soventi supplizi. In verità, però, dopo oltre un anno di recensioni ufficiali per Quarta parete (che grazie ad Andrea Cavazzini offre la possibilità di esprimerci liberamente) e decenni di frequentazione tra platee e palcoscenici, leggendo tra gli appunti personali alcuni giudizi più riservati e mettendoli a paragone con quelli del passato, si scopre una strana anomalia che segue l’andazzo generico del malessere del Paese. La corsa al denaro.

18 gennaio 2024

«Metti, una sera a cena» di Giuseppe Patroni Griffi (presentazione)


Due parole confidenziali
in attesa del debutto
il 19 gennaio

INTORNO AL TAVOLO DI LUCHINO VISCONTI

Il solito triangolo: moglie, marito, amante. Il vecchio dramma pirandelliano è ripassato al setaccio esistenzialista di Sartre

All’Off/Off Theatre, dal 19 al 28 gennaio, torna in palcoscenico, dopo 21 anni dall’ultimo allestimento, Metti, una sera a cena: il testo che più di tutti ha reso famoso il suo autore, Giuseppe Patroni Griffi, anche grazie a una celebre trascrizione cinematografica. Protagonista dell’odierna impresa è Kaspar Capparoni che ne firma la regia, oltre a ricoprire (per la seconda volta) il ruolo di Max che fu, nella prima edizione, di Romolo Valli. Con lui ci saranno Laura Lattuada (Nina), Clara Galante (Giovanna), Carlo Caprioli (Michele) ed Edoardo Purgatori (Ric). Scene, Alessandro Chiti.

Il seme di Metti, una sera a cena germoglia, nella mente di Giuseppe Patroni Griffi, dopo una serie di eventi amichevoli e teatrali, che vide protagonista l’intera schiera degli amici di Peppino: Romolo Valli, Giorgio De Lullo, ma anche Nora Ricci e soprattutto Luchino Visconti. Il tavolo, posto al centro della scena, è il fertile terreno di una vicenda che coinvolge personaggi che lì hanno piantato le loro radici e non riescono più ad allontanarsi, finanche nelle situazioni più difficili. La tavola – non è un caso che nelle didascalie sia sempre nominata al femminile – diventa donna quando è apparecchiata (cioè, ingioiellata), pronta per essere usata per l’atto «libidinoso» del pasto, e rappresenta l’Eden – dove tutto è permesso – delle complicità tacite e solidali. Intorno al desco sono coinvolte quattro (alla fine saranno cinque) persone che evocano un incontro orgiastico all’insegna della parola e dell’amicizia, nel quale tutti sono invitati a partecipare al convivio. L’unica imprescindibile regola, infatti, è che nessuno abbandoni la tavola; chi lo fa è un traditore.

15 gennaio 2024

In morte di un poeta napoletano


di Francesco Esposito
in collaborazione con
F. Nicolini

Ricordo di Enzo Moscato, il più pasoliniano degli scrittori partenopei

𝑃𝑒’ 𝑐𝑜𝑝𝑝’ ‘𝑒 𝑙𝑜𝑔𝑔𝑒, 𝑝𝑒’ 𝑠𝑜𝑡𝑡’ ‘𝑒 𝑝𝑎𝑛𝑛𝑒 𝑠𝑡𝑖𝑠𝑒,
𝑚𝑜 ℎ𝑎𝑛𝑛’ ‘𝑎 𝑣𝑢𝑙𝑎̀ 𝑠𝑡𝑖 𝑐𝑐𝑎𝑟𝑡’ ‘𝑒 𝑚𝑢𝑠𝑖𝑐𝑎,
𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑠𝑡𝑖 𝑛𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑟𝑑’ ‘𝑒 𝑐𝑢𝑛𝑐𝑒𝑟𝑡𝑖𝑛𝑜...

Enzo Moscato ci ha lasciato. Se n’è andato senza colpi di scena, senza alcun fracasso, in punta di piedi, con la solitaria discrezione nota a chi lo conosceva; quella che lo ha sempre contraddistinto: la stessa che lo ha mantenuto fuori dal coro. Lui, colto poeta solista, è stato sin da subito associato ad Annibale Ruccello e Manlio Santanelli, esponente di quel fenomeno autorale che la critica battezzò identificandolo come la «Nuova drammaturgia post Eduardo». Quasi contemporaneamente i tre iniziavano a scrivere di teatro mentre il vivente monumento eduardiano continuava a intimidire, anche inconsciamente, ormai da decenni. Il suo teatro, il suo modo di far teatro, il suo successo planetario quasi metteva soggezione ai giovani che si apprestavano a scrivere per il palcoscenico. 

10 ottobre 2023

Le «superstizioni» del Quirino

Roma, Piazza Santiago del Cile
9 ottobre 2023

UN INSIDIOSO REFUSO

Il lapsus calami mi era già stato segnalato qualche giorno fa, ma fino a stamattina non mi ci ero mai imbattuto personalmente. Oggi un refuso potrebbe essere facilmente frutto di un fotomontaggio: se pubblicare una fotografia prima equivaleva a fare informazione certa, ora bisogna essere fin troppo prudenti per non inciampare in una fake. Photoshop è alla portata di tutti!

12 luglio 2023

Napoli brucia l’istallazione di Pistoletto

Napoli: l’installazione dell'opera di Pistoletto

Napoli, piazza Municipio
12 luglio 2023

LA VENERE MESSA AL ROGO DALL’IGNORANZA

L’originale dell’opera è del 1967
Una versione più grande è stata installata
il 28 giugno 2023 a Napoli in piazza Municipio
Il 12 luglio è andata in fumo per una sigaretta

Nell’antichità, alla Venere di Milo, per un motivo del tutto accidentale, caddero le braccia, ma l’amputazione, pur se vistosa, non riuscì a intaccare la dolcezza delle forme e la sua delicata bellezza. Bellezza ellenistica, classica, sicuramente eterna. Oscar Wilde, che di cose belle se ne intendeva, racconta che, quando l’eco di cotanta bellezza raggiunse le coste del nuovo continente, un ricco possidente americano, inebriato dal fascino delle favolose descrizioni di chi l’aveva vista da vicino, ad occhi chiusi ne ordinò una copia e se la fece spedire; ma non appena ricevette l’opera, a grandezza naturale, protestò con veemenza contro la compagnia navale lamentando che la statua gli era stata consegnata priva delle braccia. La questione finì in tribunale e una sciagurata corte d’oltreoceano condannò la società dei trasporti a risarcire il cliente per gli oggettivi danni arrecati alla statua durante il viaggio.

05 giugno 2023

«La Conventicola degli Ultramoderni» di Mirko Dettori

Il Sior Mirkaccio con Madame De Freitas (© Guido Laudani)

Locale d’intrattenimento: musica e comicità,
tabarin, cafè chantant e burlesque
Roma, 3 giugno 2023

LA CONVENTICOLA, PARADISO DI VOLUTTÀ

Che non ci si lasci ingannare dal nome: malgrado la Conventicola contenga nell’etimologia la medesima origine del convento, non si tratta di un ritrovo per nottambuli fratacchioni, né un luogo che raduni segreti cospiratori, come suggerisce il vocabolario; e nonostante si picchi di proporre performance di artisti Ultramoderni, tranquilli, sono tutti avveniristi d’epoca, o, meglio, d’époque. A San Lorenzo, cuore della vita notturna della capitale, sotto la cinta delle antiche mura labicane, c’è l’associazione di Mirko Dettori e Maria Freitas, un locale che apre i battenti ai soli soci (la tessera si può richiedere online o all’ingresso) non prima delle 21.30 ma in compenso chiude (in questo periodo) ad alba inoltrata. Si consiglia, vivamente, di arrivare dopo aver cenato per poter meglio gustare gli speciali cocktail e gli inebrianti infusi dei barman, artisti anche loro, ma del bancone naturalmente. Il Sior Mirkaccio, come si fa chiamare dagli aficionados, si presenta con un paio di mustacci alla Bismarck, anzi più lunghi, ma che rispetto al baffo del Cancelliere di Ferro, contrastano con una «pelata» alla Yul Brynner. La sua cordialità padana è condita da una frizzante simpatia immediata e contagiosa. Un meridionale vulcano di entusiasmo quando comincia a parlare della sua creazione inaugurata già nel 2016. La Conventicola degli Ultramoderni è stata ideata sui ricordi dei cafè chantant parigini, dei vecchi cabaret con chiara impronta nostrana del varietà e dell’avanspettacolo; un intrattenimento vivace e innocente, anche se di base dotta ed edulcorata, tra musica e comicità d’altri tempi.

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