Visualizzazione post con etichetta Recensione libro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recensione libro. Mostra tutti i post

17 settembre 2025

Giuseppe Patroni Griffi, revocati i diritti del primo romanzo

Roma, 17 settembre 2025

«ROSALINDA SPRINT È UN PERSONAGGIO LETTERARIO»

La frase riportata nel titolo, che oggi suona come una sentenza postuma, in verità fu un’asserzione convinta dell’autore: posso testimoniarlo personalmente (e non soltanto io). Qualche giorno fa gli eredi dei diritti Siae di Giuseppe Patroni Griffi, scomparso il 15 dicembre 2005, a 84 anni, hanno deciso, a vent’anni dalla morte dello scrittore, di «non autorizzare più alcuna rappresentazione dell’opera Scende giù per Toledo», romanzo pubblicato per la prima volta da Garzanti nel febbraio 1975. Una decisione che ha colto di sorpresa qualche addetto ai lavori teatrali, già in procinto di riallestire la propria performance. Nessuno sgambetto, però: chi deteneva i diritti e già aveva programmato lo spettacolo per la stagione che sta per cominciare non sarà messo in difficoltà; ancora per un anno potrà beneficiare del consenso. Decisione molto corretta, anche se probabilmente lascerà l’amaro in bocca a qualcuno.

04 agosto 2025

«Tacchi d’acciaio», romanzo di Marcantonio Lucidi

Erbalunga, 4 agosto 2025

«LA LIBERTÀ È UNA CHIAMATA»

Dopo circa tre mesi di estenuante clausura fisica nonché intellettiva, dovuta a una lunga, oppressiva e soprattutto calda, ristrutturazione casalinga, da sotto le macerie della fatica e della polvere, torna ad affacciarsi la copertina del libro di Marcantonio Lucidi che avevo messo da parte per riprenderlo a fine lavori e dargli giusto riconoscimento. Mi sentivo in debito con Lucidi. Un libro è un valore, quando è ben scritto, e maggior significato acquista quanti più particolari toccano, sfiorano, accarezzano la memoria e le esperienze di ciascun lettore. Tacchi d’acciaio, s’intitola: laddove i tacchi che «tacchettano senza tacchettio» sono, come si evince dalla foto di copertina, quelli di una donna vivace, emancipata al limite della spericolatezza, di carattere fermo, certamente dotata di grande femminilità e intelligenza, cosciente della propria vulcanica esuberanza d’artista ribelle, ma senza troppa ambizione e senza animosità femminista, argomento che più volte viene esaminato alla luce del sole o anche in controluce, ossia dalla parte dei maschi. Giovanna, Gio’ per gli amici, è la baronessa Bruno di Belmonte di nobile schiatta siciliana, e dovrebbe essere – il condizionale è più che giustificato – la protagonista del romanzo. Con lei, e con le sue abitudini un po’ stravaganti e un po’ altezzose e talvolta tenerissime, si alternano alcune figure maschili, tra cui quel Maurice, francese d’origine, che guarda caso porta lo stesso cognome dell’autore.

11 febbraio 2025

«Il minimo comune viaggiatore» di Vincenzo Mascolo

IL CIELO SOPRA L’OLIMPO

Nel suo quotidiano peregrinare lungo i percorsi poetici, Vincenzo Mascolo si concede una sosta per fissare il suo quarto studio in versi, stavolta per i tipi di Interno Poesia. Tutte le raccolte di Mascolo sono, infatti, approfondimenti su un tema, quasi univoco e sempre solido, sicché ogni suo libro si legge come un discorso che si completa con frequenti e misurate riflessioni, come bere una bottiglia di vino corposo a piccoli sorsi e scoprirne infiniti pregevoli gusti e retrogusti. Per Il minimo comune viaggiatore, ultima silloge, in ogni pagina c’è un attento sguardo rivolto alla fine di ogni cosa. Il viaggiatore è l’occhio che scruta alla finestra della vita ed è minimo perché resta fisicamente fermo, appartato nel suo pensatoio, ma il suo spirito vola nello spazio e nel tempo, sì che le immagini dei ricordi si incrociano in dissolvenze critiche, ma tutte suggerite da un tenace sapere. Il viaggio di Mascolo – senza passaporto, ma sotto identità di un poeta celeste – è un continuo partire e approdare da una lettura all’altra, da un autore studiato in gioventù a uno scrittore della maturità. Un percorso sapiente, obbligato, in cui si possono (e si devono) ritracciare, come in un rebus, distillati di letteratura, appunto, corposa, cólta, protettrice.

19 novembre 2024

«Se mi conosci…» di Vincenzo Mastropirro

Il libro di poesie

Roma, 18 novembre 2024


«LA SEPARAZIONE È IL PRINCIPALE ATTO DI DOLORE DELLA VITA»

Chiedo scusa all’autore della silloge se mi permetto di cominciare questo soliloquio sul suo volume da una sensazione assolutamente personale. Scopo della poesia è proprio il tentativo di entrare nelle pieghe della sensibilità altrui: così è accaduto e così l’ho fatta mia. D’altronde, il titolo della raccolta diventa un richiamo per ricordare la madre di Vincenzo Mastropirro, che mai mi ha conosciuto, ma che invece il sottoscritto è riuscito a gustare, pur se a distanza, grazie alle brevi frasi che il figlio scriveva sul suo profilo Facebook, riportando piccoli aneddoti carichi di saggezza popolare, di lapidarie sentenze tanto colorite d’affetto quanto spietate nel giudizio. Trascrivo dalla postfazione di Angela De Leo che, a differenza di me, conosceva Ninetta, donna «coraggiosa, battagliera e volitiva con cui il figlio era solito battibeccare in duetti dispettosi d’amore, ricamo di note tenerissime.»

12 ottobre 2024

«Un’altra prospettiva», di Gianluigi Fogacci

Roma, 11 ottobre 2024

PETER STEIN: UN TEATRO DEMOCRATICO E SENZA CONFINI

«Io non voglio vedere su un palcoscenico ciò che posso vedere per strada, o sul mio pc, io voglio vedere una cosa diversa, voglio essere trasportato in un sistema di pensiero differente, non in quello dell’oggi in cui sono immerso; io voglio che il teatro mi regali un’altra prospettiva». Sono parole di Peter Stein, quelle che più chiaramente sintetizzano il senso teatrale del grande regista europeo, più che tedesco, le stesse che Gianluigi Fogacci ha scelto per la quarta di copertina del libro che ha pubblicato nel 2021 (ed. Manni), e che si intitola Un’altra prospettiva. La vita e il teatro di un Maestro, intervista fiume su emozioni ed esperienze, gioie e delusioni di chi ha vissuto con e per il teatro. Nato nel 1937 a Berlino, quando era capitale di una Germania ancora unita, prima del Patto d’acciaio (1939) tra Hitler e Mussolini, Peter Stein è stato svezzato sotto il dominio nazista: «Dai quattro agli undici anni ho dovuto rinunciare alla mia infanzia e alla prima gioventù».

01 giugno 2024

«Tutto per Lola» di Roberta Skerl

Roma, Teatro Manzoni
31 maggio 2024

UN INTRIGO TROPPO FRAGILE PER UNA REGIA ANCORA DA FARE

Tutto si fa per salvare Lola dall’inferno della prostituzione: la più violenta e crudele, quella che spietati sfruttatori impongono alle ragazze appena arrivate in Italia. Sembra la trama di una tragedia sull’immigrazione e, in effetti, sullo sfondo di una ipotetica frivola comicità, si nasconde un dramma ben più consistente e serio, e purtroppo reale. Tuttavia la scrittura di Roberta Skerl dipinge questa quotidiana calamità, tipica delle pagine di cronaca nera, come fosse un thriller umoristico assai sbiadito, a tinte giallognole più che gialle, per quattro donne e un uomo. Il trucco è facile: basta non mostrare mai la vittima e saper costruire una storia un po’ assurda che però condensi, dietro le battute, il dramma di una ragazza costretta a prostituirsi, altrimenti son botte. Questa dovrebbe essere l’idea di base, ma il risultato non corrisponde alle intenzioni.

23 marzo 2024

«Fuoco sublime» di Raffaella Bonsignori

Raffaella Bonsignori, Federico Poggetti e Maximilian Nisi (© Annamaria Pieri)

Roma, Montecitorio
Sala Matteotti, 19 marzo 2024

MICHELANGELO: IN VITTORIA C'ERA LA BELLEZZA DI OGNI ESSERE UMANO

Folgorata dall’interpretazione che Rutger Hauer fece di Michelangelo nel docufilm del 2012, Il cuore e la pietra, Raffaella Bonsignori ha scritto un dialogo per il palcoscenico dedicato non solo al genio, ma soprattutto alla sensibilità emotiva del Buonarroti. Ha realizzato un sogno, dice, che probabilmente covava da lungo tempo, e che ha trovato ispirazione nelle immagini del vecchio artista rappresentato da Hauer. Il Michelangelo del suo Fuoco sublime, titolo dell’opera (edita da Critica e Cultura, 2021), è un uomo giunto ormai agli sgoccioli dell’esistenza, stanco nel fisico, forse addirittura già in debito con le energie dei muscoli, ma la sua vitalità d’animo è ancora accesa dalla fiamma delle passioni che bruciano di sentimento più che mai vivo. È un artista stordito dai ricordi che, per disperazione, come in un impeto di sopravvivenza, hanno la forza di materializzarsi nelle confidenze che lo scultore espone al fedele aiutante, quel Francesco Amadori, detto l’Urbino.

19 marzo 2024

«Sei un mistero blu» di Giorgia Leuratti


Roma, Libreria Tiburtina Incipit
16 marzo 2024

LA POESIA TRASCRITTA COL BLU DI UN INCHIOSTRO ASSAI SANGUIGNO

La poesia, per fortuna, è sempre più semplice di come la si spieghi. Sia David La Mantia, nella prefazione, che la stessa Giorgia Leuratti, durante la presentazione, si sono avventurati sulla difficile erta dell’esegesi (l’uno) e dell’interpretazione (l’altra). Entrambi, come spesso capita, hanno inconsapevolmente tentato di supportare una ipotetica claudicante vecchierella portandole chi le grucce per camminare e chi un brodo di pollo per rinnovarle le energie. Un sostegno (doppio) di cui i versi della Leuratti non hanno bisogno, ché, anzi, sembrano giovani e arzilli e perfino, a modo loro, briosi e freschi. Quando, infatti, mi sono calato nella lettura di Sei un mistero blu, edito da Controluna, ho provato un piacere fanciullesco, direi quasi un divertimento, nel rintracciare quelle parole, quelle espressioni, quei giochi poetici che si rincorrono, come in un prospetto enigmistico, dalla prima all’ultima composizione.

16 gennaio 2024

«Il terzo tempo» di Lidia Ravera


Roma, Teatro Parioli
15 gennaio 2024

LIBRI E CAREZZE SONO IL MIGLIOR BAGAGLIO PER AFFRONTARE LA VOLATA FINALE

Emanuela Giordano ed Enzo Caro leggono il romanzo di Lidia Ravera per la rassegna «Lingua madre» al Parioli

Lidia Ravera è in sala. La platea è molto affollata. Per un appuntamento teatrale del lunedì l’affluenza è eccezionale. In cartellone è annunciata una lettura a quattro voci del romanzo Il terzo tempo, pubblicato da Bompiani nel 2017. Piero Maccarinelli, padrone di casa, prima di cominciare, tiene a precisare che gli attori che saliranno sul palcoscenico per dar vita alla Rassegna sulla drammaturgia italiana che si terrà, ogni lunedì fino al 26 febbraio, partecipano all’iniziativa esclusivamente a titolo gratuito. Certamente molti sono amici: non è nemmeno il caso di sottolinearlo, perché ormai da tempo il teatro sopravvive grazie alla spontaneità delle amicizie e alla generosità degli addetti ai lavori, critici compresi. Siamo tutti nella stessa barca per amore di un’arte che ci ha conquistati in tenera età e che all’età più tenera ci tiene ancora avvinghiati; malgrado la Ravera ci ricordi che ormai il terzo tempo è lì che ci aspetta tutti al varco.

03 gennaio 2024

«Che hai fatto in tutti questi anni», Einaudi, 2021 (seconda parte)

MEDIOLI: «È LA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO DI UN GANGSTER»

Claudio Mancini, l’amico: «Sergio era un gran fijo de ‘na mignotta, praticamente un genio»

Ipse dixit: «Basta western», ma un grande regista, un uomo che ha vissuto di cinema sin dalla nascita – il padre di Leone, Vincenzo, in arte Roberti Roberti, fu un pioniere del muto all’epoca di Francesca Bertini – è soprattutto, per indole artistica, un gran bugiardo. Non a caso Sergio Leone, che con i suoi film è diventato il maestro dell’antagonismo tra il Buono e il Cattivo, comincia le riprese di C’era una volta in America partendo proprio dalla lotta tra il Bene e il Male: un western in versione metaforica, una rappresentazione irreale tra le ombre di Rama e Ravana, personaggi antagonisti della mitologia induista. Affermare che, dopo la Trilogia del dollaro e i dopo «C’era un volta il west» e «Giù la testa», l’intenzione è di abbandonare il genere western suona come il campanello di un rito scaramantico: in questa storia di gangster la forza del Male sembra trionfare sul nascere, eppure sono l’Amore e l’Amicizia i sentimenti portanti del film. Fatto sta che quelle immagini, in perfetto stile giapponese, sono le prime a essere girate e tra le prime a essere utilizzate in fase di montaggio, come se Leone volesse far intendere che, anche lontano dai suoi pistoleri, le anime rivali del Far West restano vive ovunque. D’altronde i rapporti col Sol Levante dei samurai di Kurosawa si sono intrecciati, senza più lasciarsi, sin dai tempi di «Per un pugno di dollari» (1964).

02 gennaio 2024

«Che hai fatto in tutti questi anni», Einaudi, 2021 (prima parte)

SERGIO LEONE E I PRIMI 40 ANNI DI NOODLES E MAX

In un libro, la genesi del capolavoro cinematografico raccontata da Piero Negri Scaglione

Il 28 settembre 1984, quaranta anni fa, usciva nelle sale cinematografiche italiane «C’era una volta in America», capolavoro di Sergio Leone, considerato dal pubblico uno dei film più emozionanti di sempre, e dai cinefili tra le opere più riuscite; un film pieno di fascino che ha nella sua gestazione una storia altrettanto affascinante. L’ha raccontata Paolo Negri Scaglione pubblicando per Einaudi (2021) «Che hai fatto in tutti questi anni».

Il 14 giugno 1982, poco meno di un mese prima che Dino Zoff alzasse la coppa del mondo al cielo di Madrid, alle 9.30 del mattino, a Roma, Sergio Leone dà il via alle riprese del suo nuovo film. Si gira in una piccola sala teatrale di fronte al Campidoglio, chiusa al pubblico dal 1969 a causa di un piccolo incendio. Il regista, con Robert De Niro, Olga Karlatos, Mario Brega e il produttore esecutivo Claudio Mancini si danno appuntamento al Teatro della Cometa, insieme con altre comparse di Cinecittà, mentre alcuni tecnici, con lo scenografo Carlo Simi già hanno allestito la «fumeria d’oppio dove De Niro/Noodles è disteso a terra, la lunga pipa in bocca. Raccoglie il giornale con la notizia della morte dei suoi tre compagni» e ascolta per la prima volta lo squillo di un telefono che solo lui sente suonare.

30 novembre 2023

«Non si può mai stare tranquilli», un libro di Pierluigi Pizzi

Autobiografia di Pier Luigi Pizzi
a cura di Mattia Palma; EDT, 2023

«INCONTRI DI VITA E DI TEATRO»

Nelle prime righe, l’autore della sua stessa biografia, Pier Luigi Pizzi, classe 1930, scenografo, costumista e regista di teatro, con esperienze anche cinematografiche, si preoccupa giustamente di «trovare almeno un punto da cui iniziare. L’incipit fa paura a chi non è un vero scrittore». E subito cita Marcel Proust, «Longtemps, je me suis couché de bonne heure», la Recherche, il libro dei libri, quello che ha donato educazione culturale agli intellettuali della prima metà del ‘900 e anche oltre. Fa bene Pizzi a preoccuparsi dell’incipit; sceglie benissimo la citazione in esergo, raccolta All’ombra delle fanciulle in fiore: «Se sognare un po’ è pericoloso, quel che ci mette al riparo non è sognar meno, ma sognare di più, tutto il sogno». In questa frase, Pizzi sembra quasi aver scelto la didascalia dell’immagine della fonte battesimale di una carriera luminosissima, durante la quale, per sua fortuna e suo merito, non ha mai smesso di sognare. Il teatro è il luogo prediletto dei sogni, e Pizzi lo sa bene: dove si sogna meglio, dove i sogni si realizzano, e soprattutto dove ci si sveglia quando il sogno è già tramontato dietro l’ombra del sipario. Ma la scelta della frase di Marcel Proust rivela addirittura l’origine del sogno: è l’incipit del suo mondo, quello dove Pizzi si è forgiato professionalmente all’ombra dei fanciulli in fiore: Giorgio De Lullo, Romolo Valli, Peppino Patroni Griffi, Franca Valeri, Mario Ferrero e altri, coloro che, sin da giovanissimi, si sono abbeverati alla fonte della Recherche.

11 ottobre 2023

«Il mercante di Venezia» di William Shakespeare

Roma, Teatro Olimpico
10 ottobre 2023

LA REGIA DI SCARAMELLA DONA UMANITÀ A SHYLOCK

A pochi giorni dalla inclemente sentenza che «condanna a morte» il Globe Theatre, ritroviamo sul palco del Teatro Olimpico, che ospita Il mercante di Venezia, quello stesso scenario che tante volte ci ha affascinato durante gli spettacoli proposti nella struttura elisabettiana di Villa Borghese, comprese le due robuste colonne che intralciavano la visuale a tanti discreti spettatori delle tribune laterali. Sembra un gioco del destino, invece, altro non è che la forza di sopravvivenza del teatro. Sono tanti i personaggi che ogni sera muoiono sul palcoscenico per poi tornare vivi per la recita successiva: stavolta il prodigio s’è manifestato per un intero teatro, che da una parte se ne sta lì, abbandonato all’incuria di una magistratura troppo lenta, in attesa d’essere abbattuto, mentre dall’altra continua ogni sera ad accogliere storie e a raccontarci vite, prendendosi beffa di quel burocrate «miscredente» (del teatro e della cultura) che ne ha sentenziato la distruzione, secondo una giustizia fredda, assoluta e inflessibile.

01 agosto 2023

«Un’eredità di avorio e ambra» di Edmund de Waal

La collezione di netsuke, quel che resta di una grande famiglia

Erbalunga, 1° agosto 2023

LE EREDITÀ NON SONO MAI BANALI

Difficile stabilire se Un’eredità di avorio e ambra sia un volume che parli della famiglia dell’autore, o se indirettamente egli voglia svelare il passato remoto di se stesso, del suo gene – il più vituperato dell’umanità – della sua memoria che si riflette in sensazioni ed emozioni ma anche in dolori e delusioni, o se sia più semplicemente «un libro su certi oggettini giapponesi». Lui, lo scrittore, si chiama Edmund de Waal ed è tra i più noti artisti della ceramica. È nato nel 1964 nella Nottigham che fu il territorio dove Robin Hood cercò di riportare giustizia tra le classi sociali. La sua contemporanea opera artistica si plasma sulla tradizione inglese che sposa l’arte orientale. Gli «oggettini» in questione, invece, si chiamano netsuke, e pur essendo pezzi d’arte originari del Sol levante non hanno nulla in comune con l’attività di Edmund. Ma De Waal è anche un apprezzato storico dell’arte, e probabilmente sia lo studio universitario che la ricerca bibliotecaria hanno fatto leva per scoprire prima l’importanza artistica dei netsuke e poi l’incredibile storia di cui erano stati protagonisti involontari.

18 ottobre 2022

«Un archivio fotografico per il teatro» di Paola Bertolone

Roma, Teatro Quirino
17 ottobre 2022

TOMMASO LE PERA, MEMORIA STORICA DEL PALCOSCENICO

Luchino Visconti amava far teatro perché, tra i tanti motivi, era convinto che la creazione in palcoscenico corrispondesse a quei canoni artistici di cui egli era diretto discendente culturale: «Tutta l’arte è completamente inutile», sosteneva, infatti, Oscar Wilde; e ispirandosi ai più famosi versi di Malherbe, Visconti scrive che il teatro deve rappresentare tanto la perfezione quanto la caducità «delle più belle cose che nascono e muoiono, avendo vissuto l’espace d’un matin, que vivent les roses», lo spazio di un mattino, quello che vivono le rose. Non a caso per secoli l’arte più completa dell’universo s’è fatta, soprattutto in Italia, pensando fosse ormai tradizione trascriverla nel vento o nell’acqua che fugge, per dirla con Catullo; fino a quando, un giorno di qualche anno fa, Tommaso Le Pera si accorge che la sua riscrittura storica del teatro italiano degli ultimi 50 anni non è stata né spolverata dal vento né cancellata dall’acqua, ma è lì davanti ai suoi occhi, e che l’autore di cotanta fatica è proprio lui che con la sua macchina fotografica ha conservato viva la memoria di migliaia di spettacoli.

10 novembre 2009

«Sorso di notte potabile» di Flaminia Cruciani

L’ACQUA PUÒ RICORDARE LA MORTE?

Anche Flaminia Cruciani per molto tempo – come dice – è andata a letto presto la sera, ma lei ha l’accortezza di svelarci il peccato soltanto al termine del suo pamphlet, per trovare riparo dietro a un velo per lo più trasparente, forse opaco, ma a volte pesante come un sipario di velluto, altre ancora arioso e colorato come un grande tulle dipinto da Balla.

Ho esitato a lungo prima di fissare le impressioni su questo puzzle letterario in forma di ballata, perché soltanto da poco ho avuto la folle intuizione (presuntuosa anche) di rileggere Sorso di notte potabile, proprio come se dovessi cominciare a comporre un rompicapo.

22 giugno 2009

«Scovando l’uovo» di Vincenzo Mascolo

IL SOFFUSO CONTROCANTO DI MASCOLO

Dalle primissime parole che Mascolo usa nell’introduzione alla sua nuova raccolta poetica non si può (e non si deve) sottovalutare l’enorme rispetto che l’autore ha nei confronti del proprio lettore. E allora io mi metto nei panni del lettore, quale d’altronde sono, e scrivo in prima persona. Vincenzo Mascolo avvisa che le introduzioni spesso mettono a disagio chi si appresta alla lettura di un volume, ma – ci fa capire, chiedendoci quasi scusa – che stavolta non se ne può fare a meno. Egli è, in un certo senso, costretto dall’argomento affrontato: toccando «problematiche così complesse e delicate, in molti casi addirittura drammatiche». Io, lettore, mi spavento un po’ e corro più attentamente a osservare la copertina e rileggo: Scovando l’uovo. Sì, è a tutti gli effetti un libro di poesie, ma il sottotitolo tra parentesi (appunti di bioetica) potrebbe forse allarmarmi, sicuramente mi accende qualche sospetto. Allora Mascolo, con le sue parole, cerca di prevenirlo, preparandomi e accompagnandomi alla degustazione delle quartine, portandomi a braccetto per qualche pagina in cui riassume in breve una precisa e chiarissima dottrina sulla storia letteraria della bioetica, non senza qualche considerazione personale.

Pour vous