AL PARIONE, REGINA GIANNELLI PARLA ROMANESCO
Adattandolo dall’italiano al dialetto romanesco, Alessandra Ferro si cuce su misura, per sé stessa, il ruolo di Regina Giannelli, nome che Manlio Santanelli scelse per la protagonista di un dialogo, ormai famoso, tra madre e figlio in un testo del 1984: Regina Madre, di cui qualcuno ricorderà ancora una storica edizione interpretata da Isa Danieli con Roberto Herlitzka. La Ferro preferisce un linguaggio popolaresco assai comprensibile, moderno ma efficace ed affascinante, piuttosto che avventurarsi nelle più colorite locuzioni del Belli. Cura anche la regia, così è scritto in locandina, anche se si tratta di un allestimento molto elementare e statico: due poltroncine sul fondo e due sgabelli in proscenio, aiutano i protagonisti a mantenere le posizioni con una essenziale regolarità. Osservando lo spazio esiguo della scena del Teatro Sophia, al Parione, s’intuiscono bene le ragioni di questa scelta spartana che giustamente predilige le sfumature del duello verbale tra una madre ammalata, ma indistruttibile, e un figlio, già cinquantenne, che ha fallito sia in campo sentimentale che professionale.
L’incontro avviene in casa di lei, vedova e ossessionata dagli sprechi economici; vive sola, malgrado l’aggravarsi della malattia. Lui, Alfredo (Claudio Camilli, abbastanza convincente, sebbene si noti una certa insicurezza) sembra arrivare con le migliori intenzioni di assistere gli ultimi giorni di sua madre, ma in realtà ne approfitta per prendere appunti per uno scoop giornalistico in cui vorrebbe descrivere, per riacquistare credito in redazione, la morte della vecchia. La quale lo accoglie con la solita acidità di sempre; il sangue acido del matriarcato non accenna ad addolcirsi e, nonostante il forte calo dei globuli rossi che dovrebbe infiacchirla, non perde occasione per umiliare suo figlio con cattiverie gratuite e provocazioni irritanti. Lo scambio di battute s’accende tra ricatti, ritorsioni, bugie, rivalse, e mentre Alfredo patisce e soffre la crudeltà di sua madre, lei si giustifica adducendo la sbadataggine dell’età avanzata, la confusione dei ricordi del passato, ostentando la protervia di colei a cui è lecito pronunciare ogni livore, vero o falso che sia.
Il dialogo comincia sottolineando la freddezza anaffettiva di due persone che non incroceranno mai gli sguardi. Ognuno viaggia sui propri binari e tira dritto: occhi fissi alla platea e frasi dette severamente al vuoto. Scelta audace, ma d’effetto. Poi all’improvviso i due si guardano e la relazione diventa diretta: i visi si distendono e scappa anche qualche sorriso. Capisco e condivido. E apprezzo pure che ci siano momenti in cui si recuperi l’austerità delle divergenze che spaccano nuovamente il rapporto. Tuttavia, quando si torna allo scambio classico delle battute, vis à vis, la quarta parete non deve più far parte delle mire colloquiali. Mettersi costantemente a favore di pubblico, diventa un errore. Quando Alfredo recupera confidenza con sua madre non può, e non deve, avere occhi per la platea; non può e non deve sistemarsi la poltroncina affinché il pubblico lo ammiri meglio. In quel momento, per lui, esiste solo sua madre e nessun altro. Gli spettatori lo vedranno di spalle, o di trequarti, e se ne faranno una ragione; nessuno protesterà mai per una coerente immagine d’intimità familiare.
Non si riesce a capire il motivo per cui più gli spazi per la rappresentazione sono piccoli, più gli attori si preoccupano di far partecipare il pubblico all’azione. In pochi metri quadrati, se si ruota una sedia di qualche centimetro, lo spostamento non passerà inosservato a una platea che è lì, a mezzo metro di distanza. Il movimento, anche impercettibile, se non trova una coerenza con il sentimento del personaggio, diventa un’azione dell’attore e questo fa perdere di credibilità all’intera costruzione. Anche sul libro si commette una superficialità. Nella regia della Ferro tutti gli oggetti sono «invisibili», immaginati, fuorché l’agenda dove Alfredo scrive gli appunti segreti sulla malattia di Regina. La quale, trovandolo per caso, mostra una rilegatura con la copertina rossa: è importante, ed è giusto che quell’oggetto sia realistico. Tuttavia, proprio perché reale, non può fare un’apparizione istantanea e poi sparire nel nulla, nonostante continui ad essere la causa delle tensioni tra madre e figlio.
Foto: Alessandra Ferro e Claudio Camilli (© Grazia Menna)
