L’AUTORE PREDICA BENEMA IN SCENA SI RAZZOLA MALE!
Più del titolo è il sottotitolo che apre la porta della simpatia a un testo che Niccolò Fettarappa sembra aver scritto di getto spinto dall’anoressia sessuale che sta dilagando nel mondo tra le coppie. L’autore sembra guardare esclusivamente alle crisi coniugali, o comunque a quelle unioni stabili che cominciano il rapporto sotto i migliori auspici amorosi, e che nell’amplesso ritrovano intesa e serenità per proseguire insieme il cammino. Così in scena, su uno sproporzionato immenso letto a due piazze, lui e lei si danno rigorosamente le spalle, offuscati ciascuno dalle proprie preoccupazioni, dai propri malumori. I due non si parlano, non si guardano, e se ciò accade non è certamente per tentare un corteggiamento. Tutt’altro!
Lei (Rebecca Sisti) è una delle tante vittime dello smart working, per cui invece di recuperare tempo che potrebbe dedicare alla famiglia, al suo uomo o alle faccende personali, è ossessionata dall’aumento della produttività: ergo, lavora sempre. È questo uno degli obbiettivi di una fantomatica Agenda Venti-Trenta – immaginata da Fettarappa sulla falsariga dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e la prosperità globale, ideata dalle Nazioni Unite – stipulata dall’Unione europea e firmata da Ursula in persona. La quale avrebbe fissato la data del 2030 per la scadenza dell’ultimo Orgasmo umano (del regno animale non se ne parla ancora). Alcuni suoi emissari (l’affermato duo Guerrieri-Fettarappa) stanno controllando le coppie ancora sessualmente attive per dissuaderle dai pensieri zozzi e dalle tentazioni lussuriose. Più che a un ritorno alla castità del medioevo, o al puritanesimo d’epoca vittoriana, qui si fa riferimento, senza nemmeno troppe precauzioni (meno male!) all’austerità della Von der Leyen, alla sua arida figura di donna, al suo senso di sterilità che emana a ogni sorriso. Sì, Niccolò ha pienamente ragione e ha centrato il suo obbiettivo.
Lui, il macho in scena (Gianni D’Addario), è un po’ più desideroso di lei, ma molto più afflitto, cerca di smorzare i suoi impulsi con ipotetiche fatiche sportive, sapendo bene di aver «sposato un’antenna satellitare». La provoca, già bonariamente sconfitto, sostenendo che un bacio farà crollare una dittatura. Intravede aneliti di perdizione negli orsi che invadono la sua mente e che gli risvegliano antiche pulsioni, mentre le inquietanti ombre di Galli della Loggia e di Galimberti si aggirano all’esterno pronte a spiegare ogni minimo avvenimento, facendo calare vertiginosamente la libido e decretando la fine del maschio, ormai scaduto e andato a male, come uno yogurt dimenticato in frigo.
Sono questi i temi elaborati nella Prosa dispiaciuta sulla fine del sesso, in scena all’India fino al 15 febbraio, e affrontati con divertimento surreale, ironia molto pungente, ma soprattutto con un ritmo incessante che testimonia un impegno e una preparazione di buon livello. Tuttavia, se la teoria è certamente promossa e l’autore predica bene il suo vangelo profano e irriverente, severo e veritiero, quantunque spiritoso e dotato di leggerezza, l’attuazione scenica fa un po’ da contraltare. Si inizia con un divertissement a due, durante il quale il comico e la spalla si sussurrano battute d’alto effetto tipiche di un umorismo classico e sempre frizzante. Poi tutto cambia e non in meglio.
I microfoni, nella sala posteriore del Teatro India, sono una spesa inutile e controproducente. L’acustica in quella platea è ottima e l’uso dell’amplificazione è assolutamente deleterio, rovina ogni rappresentazione. Fettarappa e Guerrieri, in scena, insieme cascano nel più sciocco cliché europeista, quello che loro stessi stanno denunciando, inciampano nel tranello della mercificazione della CEE: tanto rumore per nulla! Urlano nei microfoni quando non ce n’è bisogno; hanno paura che le loro voci non si sentano, producendo soltanto fastidio acustico, proprio come certe trasmissioni televisive. Invece all’inizio il sussurro è vincente, le battute arrivano pulite ed è il momento più spiritoso dello spettacolo. Anche perché, fino a quel momento, ancora non s’è destato Gianni D’Addario, attore di razza.
Con microfoni fastidiosi
