Roma, 18 giugno 2026
SIGNORI, LA «SANTA CUCINA» È DI SCENA
Lo stimolo per intervistare uno chef è arrivato appena ho varcato la soglia del ristorante, un luogo dove non ti aspetti di trovare la stessa situazione di quando entri dal fondo di una platea che di fronte offre la visuale del palcoscenico e l’occhio già mira, con lo sguardo della memoria, a una nuova edizione di Sabato, domenica e lunedì: «Ampia e linda cucina», scrive Eduardo nella didascalia di apertura. Non si nota, però, la presenza di Rosa Priore che prepara il ragù, ma al suo posto una squadra di cuochi è alle prese con le più svariate preparazioni. Dalla porta d’ingresso della sala del Cecilia Santa Cucina, mentre si viene catturati dal rito dell’accoglienza – solitamente è Fabio che porge il benvenuto per accompagnare i clienti al posto, pardon, al tavolo – s’intuisce infatti che lì, la rappresentazione è cominciata già da un po’, ma il concetto del ritardo è abbastanza effimero. Solo una vetrata, come fosse la quarta parete, separa la zona dei fornelli dalla platea. È teatro vivo, realistico, anzi iperrealistico, perché anche i profumi fanno parte della regia. Scorgo le bottiglie di vino sulla sinistra, ma mi incuriosiscono i ripiani di marmo sostenuti da vecchi tavolacci restaurati su cui si mangia. È un arredamento insolito, rustico e raffinato, pieno di fascino. Siamo nella vecchia Roma popolare di Trastevere.






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