«IL MIO REGNO PER UNO SPETTATORE INTELLIGENTE»
È certamente di stampo shakesperiano il grido finale che l’attore lancia al cielo, prima del buio: «Il mio regno per uno spettatore intelligente»: peccato che si tratti del regno di un commediante e non quello di un sovrano, altrimenti un piccolo sforzo, magari, l’avremmo fatto. E chissà quanti spettatori sarebbero subito corsi a leggere un libro, quello che Montanari più volte, durante lo spettacolo, indica come manna per saltare il fosso dell’ignoranza comune, pur di avere un posto prenotato a corte. Ma in realtà Gabriel Calderón, autore dell’ottimo monologo e attento regista, auspica quale luogo di salvezza tutt’altro empireo. Storia di un cinghiale, infatti, vuol essere soprattutto un’invettiva contro l’analfabetismo intellettuale che mortifica la nostra epoca: una denuncia spietata, più che feroce, portata avanti alla maniera dei comici dell’arte, dove i fendenti delle parole raggiungono il pubblico tra lazzi e confessioni personali, tra sfoghi rabbiosi e versi poetici che ingannano l’uditorio. Tuttavia, nel racconto si evince chiaramente che nessuno è perfetto: neanche gli attori son messi meglio, neanche i registi, né i direttori artistici e nemmeno i costumisti: ciascuno pronto a dare sfoggio della propria ignoranza, sempre, anche quando si sfrutta quella altrui per ingannare l’ascoltatore!








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