QUEI GATTOPARDI DISCENDENTI DEL VESUVIO E DELL’ETNA
Una decina d’anni fa, d’estate, in una località del Cilento, fui invitato da Ruggero Cappuccio per presentare una mia pubblicazione. Ovviamente arrivai sul posto con molto anticipo, e in un salone dall’aria medievale dell’antico palazzo nobiliare, mi fermai in chiacchiere con il mio ospite. Il discorso, passando per Luchino Visconti, scivolò su alcuni aneddoti intorno al Gattopardo (prima la versione cinematografica e poi il libro). Cappuccio ne descrisse quattro o cinque, e avrebbe potuto continuare fino a tardi se qualcuno non fosse venuto a sollecitare la nostra presenza giù in cortile dove il pubblico attendeva. Al di là dell’episodio personale che esula dalla recensione, ricordo perfettamente la passione che il fine dicitore mi aveva trasmesso narrandomi fatti di un mondo che lui conosceva molto bene. Attraverso le sue testimonianze storiche, piene di particolari emotivi, riuscì a trascinarmi tra principi e marchesi di una Sicilia da poco orfana del regno, e nella voce del narratore sentivo il caldo che soffocava quelle terre, il mare lontano, il sonno in cui pasceva l’aristocrazia e anche il frinire dei grilli, del quale sentivamo la vicina eco, che ci giungeva dalle finestre aperte, dei loro cugini cilentani.









