12 aprile 2026

«La salita», un film di Massimiliano Gallo

«La salita» (un film di Massimiliano Gallo)

Roma, Cinema Eden
12 aprile 2026

IN CARCERE, UN TEATRO PER CONOSCERSI MEGLIO

Da parecchio tempo non recensisco più un’opera cinematografica per dedicarmi esclusivamente al palcoscenico ma siccome La salita è un film che vuole rendere omaggio alle potenzialità sociali del teatro, siccome l’impostazione della sceneggiatura risente di una fortissima influenza teatrale, penso che un’eccezione si possa fare. Massimiliano Gallo, al suo debutto dietro la macchina da presa, mostrando coraggio e determinazione, ha certamente vinto la sfida: il soggetto è assai accattivante e, pur se parte da alcuni cliché già visti recentemente in televisione, prende tutt’altra strada, conquistandosi una pregevole autonomia sia sul piano sentimentale che culturale. La presenza di Eduardo De Filippo tra i personaggi fa salire il livello dialettico e allontana il dramma del carcere minorile dalla deplorevole violenza senz’altro scopo. Lo rivela Mariano Rigillo interpretandolo, con grande rispetto e infinita delicatezza, e lo dice lui stesso, il maestro, nelle immagini di repertorio (girate al Filangieri) mostrate mentre scorrono i titoli di coda: «Mio padre mi ha fatto studiare. Non fidatevi dell’aiuto degli altri, fate affidamento solo sulle vostre forze». Ed è questo il messaggio che dovrebbe rimbalzare ogni giorno tra le mura di tutti i riformatori del mondo.

«Infinita», uno spettacolo dei Familie Flöz

«Infinita» dei Familie Flöz

Roma, Teatro Brancaccio
11 aprile 2026

LA COMICITÀ COME LINGUAGGIO POETICO UNIVERSALE

Alessandro Longobardi ospita per il terzo anno consecutivo, non più alla Sala Umberto ma al Brancaccio, i Familie Flöz: stavolta sono in quattro e presentano Infinita. Nel 2014 fu uno degli eventi più acclamati sul palcoscenico del Valle occupato. Loro sono Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler e Michael Vogel, autori e attori di questo capolavoro di dolcezza. Purtroppo, restano in scena ancora oggi pomeriggio (domenica 12 aprile, ore 16.00). A Roma, due repliche soltanto sono troppo poche. Spettacolo costruito a quadri che racchiude molte forme teatrali, fra le quali il teatro di figura, quello in maschera, la danza, il mimo, la clownerie e anche qualche movimento acrobatico, ma qui è soprattutto la musica a dirigere il ritmo delle emozioni in scena e in platea. Quando si prende posto in sala, il sipario è aperto, e immagini in silhouette scorrono su un fondale. Sono scene di vita che terminano con un funerale, e tutti coloro che sono affaccendati col cellulare alla mano se lo perdono. Peccato, perché quel funerale è l’involucro che tiene insieme i quadri che animeranno lo spettacolo.

11 aprile 2026

A proposito di «Sabato, domenica e lunedì»

«Sabato, domenica e lunedì», di Eduardo De Filippo. (Regia, L. De Fusco)

Roma, 11 aprile 2026

PENNA ALL’ARRABBIATA

Quando il critico perde lo spirito libertario

Esisteva un tempo, sui quotidiani, ma soprattutto sui settimanali culturali, la polemica costruttiva, quella sollevata da personalità del mondo dello spettacolo (mi attengo alla mia materia) che si scontravano sulle idee, sui pareri, sui differenti modi di osservare e giudicare un’opera. Da questa rivalità intellettuale, spesso nascevano fiori. All’epoca di una famosa Salomè, per esempio, Carmelo Bene fu al centro di molti dibattiti: chi amava il suo teatro innovativo, chi invece era convinto che fosse solo un atto provocatorio da stipare «in cantina». Il tempo ha dato ragione ai primi; eppure, quelle discussioni, più che a chiunque, giovarono al protagonista che seppe sfruttare i consigli degli uni e degli altri, perché sapeva (e lo si poteva desumere dai loro scritti) che quegli uni e quegli altri non appartenevano alla categoria degli arrabbiati, piuttosto a quella del buon teatro e del libero pensiero.

10 aprile 2026

«Basso napoletano», uno spettacolo di Marco Sgrosso

«Basso napoletano», uno spettacolo di Marco Sgrosso

Roma, Teatro Argot
9 aprile 2026

«LUCARIE’, SCETATE, SONG’ ‘E NOVE»

«Dedicato a Leo». È scritto così sulla locandina sotto il titolo. Ma in scena c’è più di una dedica a Leo De Berardinis: c’è il suo respiro silenzioso, il suo sguardo inquieto, il movimento nel nero, i fasci di luce, l’oggetto dimenticato nell’oscurità, che all’improvviso diventa qualcuno a cui dar voce. E c’è il suo dolore. Certe impronte teatrali lasciano il segno e per fortuna c’è chi le ritira fuori dall’immenso «cascione» della propria esperienza: Marco Sgrosso. Non sta a me spiegare che cos’è un basso napoletano, ormai lo sanno tutti, comunque per precauzione dirò che è nu quartino mmiez’ ‘o vico, ossia una stanza (non sempre vivibile), al piano basso di un palazzo, che nelle ore soprattutto diurne dispone di una fetta di strada pubblica per poter «ampliare» la vita familiare che si svolge all’interno. Ed è così che avviene uno scambio secolare e affascinante: il basso vive delle voci che giungono dalla strada e alla strada dona le sue voci più intime. Ma il basso in questione è anche il contrabasso, strumento musicale suonato, pizzicato, percosso, accarezzato, sfiorato da Felice Del Gaudio che accompagna l’andirivieni di voci con suoni, melodie, accenni sonori, soffusi controcanti, proprio come si vive nel vicolo dove Donna Amalia, mantiene attivo il commercio quando suo marito, Gennaro Iovine, soldato sopravvissuto, torna dal fronte.

09 aprile 2026

«Ditegli sempre di sì» di Eduardo De Filippo (regia, D. Pinelli)

«Ditegli sempre di sì» di Eduardo De Filippo (regia, D. Pinelli)

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
8 aprile 2026

VOLEVO DIRVI: BRAVI!

È davvero un peccato che attori tanto giovani dimostrino così scarso interesse nei confronti del loro stesso valore. Sembra un’autentica follia, eppure è così: quasi che si nascondano dietro l’anonimato per non essere riconosciuti. Attori che calpestano la ribalta con disinvoltura regalando la loro fisionomia ai personaggi più stravaganti, poi, come se si vergognassero di quel che offrono, anche se si tratta di vero talento, negano la propria identità al pubblico. Sì, è assolutamente una follia da manicomio. Mi dispiace davvero per questa fastidiosa anomalia che smorza l’entusiasmo verso i singoli: mi sarebbe piaciuto individuare due o tre (anche quattro) elementi di questa valente compagnia, per esaltarne le doti di ciascuno; mi sarebbe piaciuto avere la lista degli interpreti accanto ai personaggi per poterli riconoscere e lasciar loro una prova scritta di quella soddisfazione che hanno già conquistato in scena. Ma l’applauso del pubblico, domani, già sarà un altro.

08 aprile 2026

«La mandragola» di Niccolò Machiavelli (regia, G. Ferro)

«La mandragola» di Niccolò Machiavelli (regia, G. Ferro)

Roma, Teatro Quirino
7 aprile 2026

PENSAVO FOSSE UNA FAVOLA,
INVECE ERA VANNA MARCHI

Entrare al Quirino, teatro tra i più storici della capitale, e non trovare una locandina completa di personaggi e interpreti, e doversi poi aggrappare alla gentilezza dei singoli addetti ai lavori per riuscire a sapere chi fosse l’attore che faceva Callimaco e chi Ligurio, è una ferita che si rinnova ogni volta questa grave mancanza, simbolo di professionalità, si palesa agli occhi di chi ha il desiderio di saperne un briciolo in più di ciò che ha visto e udito. Tornare a casa, cominciare a scrivere, e scoprire che ancora non è stata diffusa alcuna foto di scena (sul web circola solo lo scatto di servizio dei due protagonisti ripresi su un anonimo sfondo bianco che potrebbe essere la parete del tinello), conferma la scarsa professionalità di produttori, distributori e organizzatori. Sta di fatto che quelle che sono le (ripetute e noiose) premesse della recensione calzano a pennello per introdurre le stravaganze dello spettacolo più sgangherato della stagione: ma non osiamo metter limiti alla provvidenza, abbiamo ancora due mesi densi di sorprese.

07 aprile 2026

Intervista a Martina Carpi (di Walter Bagnato)

Intervista a Martina Carpi (di Walter Bagnato)

Ospito con immenso piacere su questo blog l’intervista a Martina Carpi, scritta da Walter Bagnato, sia perché conosco Martina ormai da «qualche anno», sia perché era un pensiero che mi solleticava da tempo. Bagnato, però, prima di me, è riuscito a rintracciare il bandolo che univa gli argomenti e, soprattutto, a raggrupparli in un insieme artistico che lo vede protagonista. È lui il musicista che accompagna l’attrice in scena mentre legge, dalle pagine del diario di suo nonno Aldo, le memorie dal campo di Gusen, dove fu deportato. È lui che suona le musiche di Fiorenzo Carpi in questo toccante «Al di là del muro» che Martina porta in giro dal gennaio del 2020. Spettacolo che all’epoca debuttò al teatro Parenti di Milano, per raggiungere Roma, una manciata di repliche prima della sospensione imposta dal Covid, all’Off/Off theatre di via Giulia. Ripreso nel novembre del ‘23 a Brera, e a gennaio ‘24 all’Istituto italiano di cultura a Parigi, dopo altri debutti italiani, speriamo di poterla rivedere a Roma quanto prima. Walter Bagnato, oltre a essere musicista, è docente di pianoforte e musica d’insieme al liceo musicale «Giuseppe Verdi» di Milano. (fn)

«L’ARTE CHE ATTRAVERSA LE GENERAZIONI»

Gli attori vivono in due mondi: quello che appare sul palco, davanti al pubblico, e quello più nascosto, fatto di silenzi, ascolto e affinità sottili. In questo spazio intimo si costruiscono i legami più profondi e nascono i mondi teatrali più vivi: storie che emozionano, provocano e restano dentro chi le interpreta e chi le osserva. Martina Carpi, attrice di rara profondità, porta con sé una storia artistica importante che non pesa mai come un’eredità da esibire, ma si manifesta, piuttosto, come un respiro naturale, un modo di stare nel mondo e nel teatro. Ho il privilegio di lavorare con lei come musicista in alcuni spettacoli, tra cui Al di là del muro, un progetto che intreccia memoria e creazione, parola e suono e che custodisce al suo interno una storia familiare capace di farsi universale. Le musiche di suo padre, il maestro Fiorenzo Carpi, accompagnano questo viaggio con una forza discreta ma incisiva, dando voce a ciò che spesso resta non detto. Questa intervista nasce da un dialogo che attraversa generazioni, esperienze e visioni, e che prova a restituire non solo un percorso artistico, ma un’idea più ampia e necessaria di teatro.

05 aprile 2026

A Napoli nel 1711, il primo e unico sciopero del clero (di Fausto Nicolini Sr.)

Quando Fausto Nicolini raccolse gli scritti che andavano componendo il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi, 1963) era il 1962, l’anno degli scioperi. Sin dall’estate del 1960 ci furono aspri conflitti sociali e politici con manifestazioni operaie e popolari che si unirono alla lotta antifascista contro il governo Tambroni. Il 1962 vide una vera e propria ondata di scioperi, non solo tra i metalmeccanici della Fiat, ma di tutta la classe operaia. Furono organizzati molti picchetti ai cancelli delle grandi fabbriche del Nord: le proteste segnarono una svolta nella lotta sindacale. Tuttavia, nessuna organizzazione sindacale dell’epoca avrebbe mai pensato a proporre uno sciopero del clero. Impensabile! Eppure, nel 1711, a Napoli, sotto il regno di Filippo V di Borbone (alias, Filippo IV sul trono partenopeo), ci fu una serrata delle chiese per un litigio per i diritti per le onoranze funebri. Un evento davvero unico nella storia della Chiesa e della nostra Europa. (fn)

UNO SCIOPERO DI PRETI

I nostri organizzatori di scioperi a ripetizione non han pensato ancora a regalarci uno sciopero di preti. Vero è che, se vi pensassero, non credo riuscirebbero nell’intento, giacché nel clero napoletano, via via che esso, assottigliandosi di numero, è migliorato di qualità, ha percorso molto cammino l’idea che un ministro di Dio, il quale, per questioni economiche, ricusi l’opera propria, commette peccato gravissimo, che potrebbe quasi rientrare in quello di simonia.
Diversamente si pensava a Napoli circa duecentocinquanta anni fa, quando, dei cinquecentomila monaci di tutta Italia, il due per cento, ossia diecimila, dimorava a Napoli, la quale, calcolando altresì il clero secolare, i cosiddetti «diaconi selvaggi», chiamati anche «abati di mezza sottana», altre sorte di chierici non tonsurati, cioè i «cursori» e «attuari» (uscieri e birri) dei tribunali della curia arcivescovile, della nunziatura apostolica e della fabbrica di San Pietro, i laici o laiche addetti a chiese, conventi e tribunali ecclesiastici, e finalmente le tante «monache di casa» o «bizzoche», veniva a contare una popolazione ecclesiastica di circa ventimila persone. Numero tanto più esorbitante in quanto, non essendo la popolazione totale della città, decimata dalla peste del 1656, risalita ancora a duecentomila anime, corrisponde a una percentuale aggirantesi tra il dieci e il quindici per cento.

04 aprile 2026

«Lei» di Federico Maria Giansanti (regia, Riccardo D’Alessandro)

Roma, Teatro de’ Servi
3 aprile 2026

QUANDO L’AUTORE NON CI CREDE!

Tre rose (in foto) quante sono quelle che al finale i protagonisti della pièce, Claudio, Renato e Lorenzo, offrono ciascuno alla sua Lei: titolo, uno e trino, della commediola scritta da Federico Maria Giansanti, in scena fino a domenica al Teatro de’ Servi. Sì, anche il giorno di Pasqua, la sala, dove debuttò Valeria Moriconi nel 1957, adiacente a via del Tritone, aprirà i battenti al pubblico a coloro che sono rimasti a Roma per le festività. In realtà ho scelto tre rose perché altre immagini dello spettacolo non se ne trovano, se non quelle relative alle vecchie edizioni di qualche anno fa; nessuno ha pensato di fare qualche scatto più aggiornato. Nel periodo in cui tutti fotografano tutto, spesso, recuperare una fotografia di un allestimento teatrale è impresa ardua.

03 aprile 2026

«Mercoledì delle Ceneri», scritto e diretto da Valentina Esposito

«Mercoledì delle Ceneri», scritto e diretto da Valentina Esposito

Roma, Teatro Vascello
2 aprile 2026

ESEMPIO DI TRADIZIONE CHE VINCE SULLA CONTEMPORANEITÀ

A volte succede anche – cosa stranissima – che alcuni interrogativi sorti durante lo spettacolo trovino una soluzione agli applausi finali, quando la commedia è finita e gli attori finalmente si rilassano, svelando la parte migliore del proprio carattere. Così, sospinti dalla stanchezza, ubriacati dall’euforia, tra sorrisi più spontanei e una gestualità meno ragionata, ecco arrivare in ribalta una maglietta con su scritto «Quando la donna dice no: è no», che in realtà è il senso sociale e ideologico di quel che s’è visto in palcoscenico. Subito dopo, però, proprio accanto a questo slogan, certamente condivisibile e auspicabile, è apparsa, troppo ingenuamente, troppo spontaneamente, una bandiera palestinese. Non si vuol attaccare un discorso politico, per carità, ma rimanendo sull’argomento della violenza di genere che fino a un attimo prima s’è voluta denunciare, come la vogliamo questa donna? Libera, indipendente, che goda di diritti paritari, emancipata, degna di rispetto, oppure sottomessa «alla palestinese» con hijab e thobe che le coprono identità e dignità?

Pour vous