05 febbraio 2026

«Lungo viaggio verso la notte» di Eugene O’Neill (regia, Gabriele Lavia)

«Lungo viaggio verso la notte» di Eugene O’Neill (regia, Gabriele Lavia)

Roma, Teatro Argentina
4 febbraio 2026

Tracollo FAMILIARE TRA LE SBARRE DELLA MENZOGNA

Gabriele Lavia ormai ci ha abituato: quando si tratta di rappresentare un interno preferisce le linee diagonali, così le due grandi librerie, invece di stare sul fondo a far da muro e appesantire l’orizzonte scenico, si trovano sulla tangente di sinistra, e i libri, anche lassù in alto, sembrano scorrere più leggeri; così il divano non è posizionato fronte al pubblico, come quando alle riunioni familiari ci si sottopone alla foto ricordo ogni anno più piatta e triste, ma segue la direzione della stanza; così la scena sembra più lunga e i movimenti ingannano la ribalta, che gli attori sfiorano senza mai correre il rischio di coinvolgere nel dialogo gli spettatori delle prime file. L’idea della regia è tutta nella scena realizzata da Alessandro Camera: una sala spaziosa con divano, poltrone, lampade, sedie, tavolino e pianoforte. C’è tutto l’occorrente per trascorrere una giornata in famiglia rinchiusi da una possente simbolica cancellata che costringe i dannati in una gabbia.

04 febbraio 2026

«L’amore non lo vede nessuno» di Giovanni Grasso (regia, P. Maccarinelli)

«L’amore non lo vede nessuno» di Giovanni Grasso (regia, P. Maccarinelli)

Roma, Teatro Quirino
3 febbraio 2026

TRA CANTO E CONTROCANTO
LA NEBBIA C’È E SI VEDE PURE!

La nebbia si addensa già prima di raggiungere la platea. Soffermandosi a leggere il titolo, infatti, s’intuisce che L’amore non lo vede nessuno sintetizza in maniera piuttosto sbadata una celebre riflessione di Sant’Agostino, il quale dice, a proposito della natura spirituale e invisibile del sentimento più puro: «L’amore non si vede in un luogo e non si cerca con gli occhi del corpo. Non si odono le sue parole e, quando viene a te, non si odono i suoi passi». Giovanni Grasso scomoda il Santo d’Ippona per celebrare il capolavoro della banalità: in editoria sotto forma di romanzo (Rizzoli, 2024) e in teatro sotto forma imbarazzante. Probabilmente in cuor suo sperava in un atto di clemenza da parte del teologo, ma Sant’Agostino, invece – giustamente – l’altra sera, al Quirino, se è intervenuto, l’ha fatto per far saltare il segnale del microfono della protagonista. Ma il problema dell’amplificazione è stato minimo rispetto alla noia, alla pedanteria e alla ripetitività di quel che abbiamo assistito.

03 febbraio 2026

«Scende giù per Toledo» di G. Patroni Griffi (regia, A. Cirillo)

«Scende giù per Toledo», di G. Patroni Griffi (regia, A. Cirillo)

Napoli, Teatro Mercadante
1° febbraio 2026

«LO STILE DELL’ACQUA» DI ROSALINDA SPRINT

La recitazione in teatro è quell’arte che può far apparire autentica la finzione e finto il realismo. Nel caso di Scende giù per Toledo, riproposto per il palcoscenico da Arturo Cirillo, la realtà scenica, ossia la stanza che diventa il mondo dove agisce la protagonista del romanzo, si discosta totalmente dallo «stile dell’acqua» (come fu definito da Natalia Ginzburg, sul Corriere della Sera del 20 luglio 1975), tuttora innovativo, usato da Giuseppe Patroni Griffi per descrivere le stravaganze di Rosalinda Sprint, oggi il femminiello (impropriamente detto travestito) per antonomasia, ma ripreso dall’interprete con «caritatevole grazia» per spiare l’intimità del rapporto amoroso che lo scrittore stabilì con il suo personaggio al momento della creazione. Per tradurre quest’amore, l’autore scelse «la naturalezza – scrive la Ginzburg – e la semplicità. Ora se ne distacca e l’osserva, ora parla con la sua voce. Lo vive ora da fuori, ora da dentro, ora un po’ da lontano e ora da vicino. Si muove in lui e fuori di lui con grande libertà di movimenti e come a nuoto. La terza persona e la prima sono punti diversi ma vicini entro un medesimo specchio d’acqua».

31 gennaio 2026

«Destinatario sconosciuto», da K. Kressmann Taylor (regia, M. Massari)

«Destinatario sconosciuto» regia, Mario Massari

Roma, Teatro Altrove
30 gennaio 2026

L’AMICIZIA TRADITA TRA MAX E MARTIN

Scritto nel 1938 da Katherine Kressmann Taylor, il romanzo, in forma epistolare, divenne un best-seller soltanto nel 1999, tre anni dopo la morte dell’autrice. Contiene 19 lettere scambiate da due personaggi di fantasia che però vivono in una realtà storica che ormai ben conosciamo. L’idea di scrivere Destinatario sconosciuto nacque per una iniziativa di un gruppo di studenti americani i quali, poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale, si convinsero che inviando lettere a conoscenti in Germania, in cui denunciavano la spietata politica di Hitler contro gli ebrei, avrebbero potuto dissuadere l’evolversi dell’antisemitismo. Ma le prime (e poche) risposte che giunsero in America furono allarmanti: non ci scrivete; questi non scherzano; finiremo noi nei guai. La notizia fu riportata da un quotidiano Usa e fu presa a pretesto dalla scrittrice per creare la storia tra Max Eisenstein e Martin Schulse.

29 gennaio 2026

«KR70M16», scritto e diretto da Saverio La Ruina

«KR70M16» scritto e diretto da Saverio La Ruina

Roma, Teatro India
28 gennaio 2026

KARAMU, NAUFRAGO SENZA NOME IN CERCA DELLA MADRE

E se vai scavando nel regno dei morti, troverai che c’è anche una lotta sul diritto alla sofferenza, vedrai coloro che sgomitano per accaparrarsi un posto sul gradino più alto del podio per aver partecipato alla tragedia più commovente, e ascolterai che, anche nell’Aldilà, ci si può rinfacciare la palma della Memoria più solida tra la shoah e il genocidio dei Tutsi. Sulla morte, i morti, possono dire quel che vogliono, è la loro materia, ma sul ricordo della mamma esiste un solo tormento che unisce tutte le anime di ogni cimitero del pianeta. Ed è questo il pensiero che addolcisce la scrittura che Saverio La Ruina dedica ai tanti che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo. In particolare, alle 94 vittime della sciagura del 26 febbraio 2023, quando in 180, a bordo di un caicco proveniente dalla Turchia, naufragarono non lontano dalle coste calabresi. La corrente marina spinse i corpi sulla spiaggia di Cutro, in provincia di Crotone, sigla KR.

28 gennaio 2026

«Con la carabina» di Pauline Peyrade (regia, Licia Lanera)

«Con la Carabina», di Pauline Peyrade (regia, L. Lanera)

Roma, Spazio Diamante
27 gennaio 2026

LA MEMORIA DELLA CARNE NON PERDONA

Con la carabina racconta di cose che accaddero anni addietro. Cose non belle, anche se al momento potevano sembrare bellissime, almeno per lui. Cose che accaddero tra lui e lei quand’erano adolescenti (forse anche meno), e non furono premeditate, non ci fu cattiveria, non ci fu imposizione, non ci furono minacce e non ci fu nemmeno violenza. Eppure, di violenza si tratta. Della violenza più subdola. Quella che s’insinua sotto la pelle del carnefice, ancora inconsapevole di quel che la natura gli sta imponendo, e con grazia stucchevole diventa ferro arroventato per la vittima nella quale lascia il segno indelebile per tutta la vita. Non è un ragazzino sbandato lui e nemmeno malvagio, ma è uno come tanti che non sa trattenere i suoi impulsi, e a cui nessuno gli ha insegnato a ragionare sull’istinto sessuale. E soprattutto mai nessuno gli ha detto che quelle cose devono essere concluse con reciproco entusiasmo.

27 gennaio 2026

«La donna fatale e Don Ferdinando Russo», articolo di Francesco Cangiullo

La carrozzella di Cicciotto vista da Francesco Cangiullo

Roma, Momento Sera
martedì, 1° agosto 1950

QUANDO IL POETA PERSE LA TESTA PER LA BELLA MALIARDA

Ritrovo casualmente in un vecchio libro di Ferdinando Russo un ritaglio di giornale che si concentra su un ricordo del famoso poeta napoletano, firmato da Francesco Cangiullo, scrittore e pittore suo conterraneo, il quale sin da giovanissimo partecipò molto attivamente al movimento futurista del Marinetti. Tra Cangiullo e Russo, una ventina d’anni di differenza d’età (l’autore di Scetate, molto ammirato dal Carducci, nacque nel 1866, mentre il Cangiullo è del 1884) si instaurò, a cavallo dei secoli XIX e XX, una reciproca stimabile amicizia. In quel periodo, a Napoli, Russo era ancora considerato l’antagonista storico di Salvatore Di Giacomo, sostenuto dal Croce, tuttavia, il suo carattere ribelle e fumantino e la sua schietta vulcanicità lo rendevano un beniamino del popolo. Abitava nella parte alta del rione Stella – sotto Capodimonte – in una villa che subito dopo la prematura scomparsa fu reputata «sacra» sede di preziosi cimeli: oltre che per gli scritti autografi dell’insigne, anche per l’eccezionale collezione di dipinti napoletani dell’Ottocento.

26 gennaio 2026

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

Roma, Teatro India
25 gennaio 2026

UNA CLAUSURA SEMPRE MENO ASSURDA

Prima dello spettacolo, in attesa di accedere alla sala, mi sono soffermato ad ascoltare un professore che accompagnava una sparuta scolaresca. Ragazzi di 16/17 anni ascoltavano increduli una delle tante parabole sulle intenzioni intellettuali che Samuel Beckett avrebbe disseminato nel testo. Negli anni passati il teatro dello scrittore, premio Nobel, è stato analizzato da fior di sapientoni ossessionati dal voler disvelare l’assurdo che si nascondeva dietro i personaggi, pensati dall’autore per esporre la sua visione su un’umanità per la quale non riservava alcuna stima. Dieci anni dopo «Aspettando Godot» (che è del 1947), l’irlandese scriveva Finale di partita. Sono i due testi chiave della sua produzione teatrale: quelli più dibattuti dalla critica letteraria e non solo. Queste esasperanti dissertazioni, le stesse che hanno spinto il professore ad avventurarsi su scivolose erte, hanno contribuito a rimescolare ancor di più le idee, le supposizioni, le citazioni e i riferimenti, e naturalmente a confondere i significati celandoli anche dietro ipotetiche, e non so quanto costruttive, partite a scacchi.

24 gennaio 2026

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, T. Ostermeier)

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, Thomas Ostermeier)

Roma, Teatro Argentina
18 gennaio 2026

IL BENE E IL MALE SULLA GIOSTRA DELLA FORTUNA

Non è la durata di circa tre ore che fa dell’Anitra selvatica di Ibsen, presentato all’Argentina, uno spettacolo pesante (tutt’altro, il tempo scorre con leggerezza e piacevolezza), piuttosto risulta assai faticoso leggere la traduzione simultanea dal tedesco, lassù, sopra l’inquadratura della scena. Ammetto che per seguire le battute, mi son perso molte sfumature interpretative e me ne dispiace: colpa mia che nel periodo scolastico mi sono applicato poco alle lezioni della lingua di Goethe. L’altra sera l’occhio saltava in continuazione da cielo in terra, e viceversa, per cercare di catturare quante più informazioni possibili, riuscendo soltanto nel finale a penetrare emotivamente la quarta parete per partecipare al dramma insieme con i protagonisti. Per la regia di Thomas Ostermeier c’era grande attesa che non è stata certamente delusa, ma nemmeno osannata. Il nome della Schaubühne è sinonimo di grande qualità, rispettata in pieno dalla prova attoriale. Tutti bravissimi, ma Marcel Kohler, nel ruolo di Gregers, il figlio del ricco proprietario, m’è parso il più raffinato e completo: un infelice ancora annebbiato dal dolore della morte della madre ingannata dal marito, che trova riscatto nel sollecitare ovunque e comunque la verità, tanto che sembrerebbe giunto, dopo anni di assenza, non dal distretto minerario dove lavorava nell’azienda paterna, ma da un seminario, pronto ormai a intraprendere una folgorante carriera da prelato.

23 gennaio 2026

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

Roma, Teatro Antigone
22 gennaio 2026

IL SESSO SIA CON NOI: ANDIAMO IN PACE!

Un invito a teatro per andare a vedere Lisistrata, di questi tempi, non si può rifiutare. L’idea di ritrovarsi di fronte a un gruppo di donne ben predisposte ai piaceri del talamo nuziale che, per la pace nel mondo, sono disposte ad affrontare un lungo periodo di astinenza sessuale è una pensata che avrebbe fatto arrossire finanche le belle corsare della Flotilla. Ed Emilia Miscio affronta l’adattamento del testo con l’arguzia e la determinazione di far sentire il peso del potere femminile rivolto al bene, quelle possibilità materiali che madre natura ha loro donato per ottenere qualunque cosa dall’uomo, perfino di smettere di «giocare» a far la guerra, dimostrando quanto Aristofane sia molto più moderno di noi. «Finiamola col distenderci a letto tutte profumate e truccate ad attendere i nostri uomini, indossando vestiti trasparenti – grida la protagonista alle sue seguaci – La salvezza della Grecia dipende da noi: dobbiamo rinunciare al sesso». In verità, la proposta non solleva immediati clamori. Le focose ateniesi rigettano il piano di castità: evidentemente non fa per loro. Invece, la bella spartana intuisce che dietro quel sacrificio c’è un’intenzione più grande: ottenere la pace nel mondo, sconfiggere la guerra. Ed è lei che convince le altre.

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