07 marzo 2026

«Charlotte & Theodore» di Ryan Craig (regia, M. Farau)

«Charlotte & Theodore» di Ryan Craig (regia, M. Farau)

Roma, Teatro Cometa Off
6 marzo 2026

UN TESTO CHE SI RIBELLA ALLA CULTURA WOKE

Secondo le più recenti indagini di mercato, sono le Birkenstock ad aver soppiantato le Clarke: in Inghilterra sono scarpe diventate emblema maniacale tra coloro che appoggiano i più moderni laburisti, tanto che se ne possono comprare anche due sinistrorse, perché pare che la scarpa destra nessuno la voglia più indossare. La facile boutade viene spontanea dopo aver ascoltato il monologo di Teddy che conclude il suo sfogo di ribellione dicendo: «Non permetterò che la mia lingua venga vigilata da qualche fascista con le Birkenstock.» «Pensi che sia questo il fascismo?», gli chiede Lotty. «Comincia così: cercano di controllare le tue parole, poi i tuoi pensieri, e a poco poco intaccano la tua libertà d’azione». Ryan Craig, inglese del 1972, scrive per la scena l’intelligente dialogo intitolato Charlotte & Theodore (nel 2023), che Massimiliano Farau porta al Cometa Off nella versione tradotta da Enrico Luttman; con il quale contesta tutte le restrizioni e le nuove educazioni imposte dalla nuova cultura precauzionale, quella che per non offendere è pronta ad annientare la storia del Mediterraneo, culla di civiltà e, secondo gli esperti di ultima generazione, anche del patriarcato, del sessismo, del bullismo et similia.

06 marzo 2026

«Don Giovanni», uno spettacolo di Arturo Cirillo

«Don Giovanni» di Arturo Cirillo

Roma, Sala Umberto
5 marzo 2026

GESTUALITÀ MOZARTIANA PER L’OMAGGIO A MOLIÈRE

Malgrado gli autori effettivi siano nomi altisonanti, come Molière e Da Ponte (con Mozart), questo è uno spettacolo che porta indiscutibilmente la firma di Arturo Cirillo. Nessuno dei tre giganti del teatro (di prosa e lirico) riconoscerebbe suo l’allestimento visto alla Sala Umberto del Don Giovanni, e soprattutto all’unisono dichiarerebbero che quel personaggio non è rappresentato così come loro lo hanno pensato. Eppure, la storia corrisponde sia alla trama musicata da Mozart, con Leporello servitore, sia all’altra, simile ma non identica, che Molière mise in scena scrivendo la parte di Sganarello per se stesso. Entrambe sono figlie dell’opera di Tirso de Molina (1616), ma questa di Cirillo si allaccia per ritmi e sonorità al libretto di Da Ponte e alla comicità della scrittura dell’autore prediletto da Re Sole.

05 marzo 2026

«Orlando», da Virginia Woolf (regia, Andrea De Rosa)

«Orlando» da Virginia Woolf (regia, Andrea De Rosa)

Roma, Teatro Vascello
4 marzo 2026

ALL’OMBRA DELLA QUERCIA IN FIORE,
UNA «JEUNE FILLE EN FLEUR»

Non ho fatto a tempo a riprendermi dall’affettuosa ramanzina per non aver apprezzato uno scialbo e vano monologo denso di insensatezze, definito dai più «uno spettacolo al femminile», che il destino mi propone una versione, per voce solo, tratto dall’Orlando dell’immensa Virginia Woolf, romanzo divenuto emblema della fluidità di genere. Andrea De Rosa coglie al volo il momento storico in cui tutti siamo alacremente concentrati a sbandierare i vessilli dell’omosessualità, e a proteggere con fervore la libertà di poter esibire il proprio istinto, ieri di mascolinità, domani di femminilità, per educarci a rispettare i tempi di seduzione dei nostri desideri. E soprattutto a ricordarci che Orlando, personaggio immaginario, scrittore, poeta, cavaliere e inossidabile amante della vita, impiega diversi secoli per vivere entrambe le situazioni, da uomo e da donna. Prima gode della propria esuberanza in un corpo di maschile e poi, dopo un lungo sonno, si risveglia nell’altro sesso per riscoprire le gioia e i piaceri della nuova esistenza.

03 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (2)

Roma, 2 marzo 2026

COME CONOBBI BENEDETTO CROCE

II
Storia

Dopo il 1857 i rapporti tra i Croce e i Nicolini si vennero via via allentando, sino a cessare del tutto. Sicché, a principio del presente secolo, il grande Benedetto Croce, di cui mi giungeva sempre più spesso all’orecchio il nome, era per me un estraneo. Tanto più che, pur avendo io seguìto assai straccamente all’Università i corsi di giurisprudenza e strappato una laurea in utroque, vivevo lontanissimo dal mondo degli studi e m’occupavo furiosamente di musica. Nel che è quasi implicito — confesso la cosa con rossore — che del Croce io avessi letto ne verbum quidem e non sapessi nemmeno con precisione di quali discipline s’occupasse.

02 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (1)

Roma, 1° marzo 2026

In vista di una più approfondita – ormai d’imminente pubblicazione – rivalutazione storica, analitica e culturale della figura di Fausto Nicolini (Napoli, 20 gennaio 1879 – ivi, 1º marzo 1965), del quale porto generosamente il nome, vinco una forte ritrosia per rendergli omaggio: non già perché «Zio Fausto» non lo meriti, tutt’altro, ma per quell’atavico pudore che ha sempre frenato prima mio padre e poi me nel voler decantare le lodi degli antenati. Oggi, 1º marzo 2026, data in cui ricorre il 61° anniversario della morte, sollecitato dall’impegno che il mio fraterno amico Simone Misiani, una volta compagno di gioventù, ora anche professore di Storia Moderna, in questi mesi sta prodigando agli studi sull’esimio Don Fausto, fratello di mio nonno Luigi, mi piace inaugurare, su questo blog, una rubrica che ospiti, di tanto in tanto, alcuni suoi scritti, ormai tutti editi, ma per lo più sconosciuti, a cominciare da quello più significativo, nel quale lo zio di mio padre racconta come avvenne l’incontro con Benedetto Croce nel lontano 1903. Una conoscenza che gli cambiò la vita, e che presto diventò un’assidua collaborazione, fino a tramutarsi in amicizia leale e soprattutto proficua.

01 marzo 2026

«Invenzioni» da Elena Ferrante (regia, Andrea Giannoni)

«Invenzioni», da Elena Ferrante (regia, A. Giannoni)

Roma, Spazio Diamante
28 febbraio 2026

LA FIERA DELLA BANALITÀ IN 70 MINUTI

Nel 2018 il quotidiano inglese The Guardian offrì una rubrica settimanale alla nostra scrittrice Elena Ferrante. La collaborazione cominciò il 20 gennaio del ’18 e terminò il 12 gennaio del ’19. Gli articoli sono stati poi riuniti in un volume intitolato «L’invenzione occasionale». Da questi Andrea Giannoni ne ha ricavata una sfilacciata raccolta di brevi monologhi, che – come gli articoli – parlano per assoli. Gli argomenti sono tra i più immaginifici che la mediocrità possa partorire: il primo amore, del quale la scrittrice ricorda bene soltanto la fermata dell’autobus dove incontrava lui: d’altronde aveva 12 anni e a quell’età anche una pensilina può sprigionare il suo fascino!

28 febbraio 2026

«Gli innamorati» di Carlo Goldoni (regia, Roberto Valerio)

«Gli innamorati» di Carlo Goldoni (regia, Roberto Valerio)

Roma, Teatro Quirino
27 febbraio 2026

EUGENIA E FULGENZIO: L’IRRINUNCIABILE INFELICITÀ DELL’AMORE

Argomento eterno, la gelosia. Da sempre dibattuta, da sempre condannata, da sempre portatrice d’infernale bufera nel paradiso dell’amore. Carlo Goldoni nel 1759, rivolgendosi ai giovani dell’epoca sua, dopo averli esortati a evitare di convertire il balsamo in veleno, li ammoniva: «Specchiatevi in questi innamorati ch’io vi presento; ridete di loro e non fate che si abbia a rider di voi.» Evidentemente nelle intenzioni dell’autore c’era quella di divertire il pubblico e non v’è dubbio che in passate edizioni si sia anche riso e molto. Tuttavia, in questa di Roberto Valerio, più che ridere, si «soffre» con Gli innamorati. Ma non è un difetto, anzi potrebbe essere il pregio della regia se questa fosse bilanciata tutta sulla «tragedia dell’amore» o anche se fosse meglio equilibrata tra dramma d’amore e commedia leggera.

27 febbraio 2026

«L’imbarazzo della scelta» di S. Azzopardi e S. Danino (regia, V. Acqua)

«L’imbarazzo della scelta» di S. Azzopardi e S. Danino (regia, V. Acqua)

Roma, Teatro Vittoria
26 febbraio 2026

PERÒ, ALMENO, NON AVEVANO IL MICROFONO!

Difficile per il critico recensire quel che s’è visto ieri sera al Teatro Vittoria. Ogni spettacolo va giudicato secondo un criterio di appartenenza: la tragedia greca non può essere valutata come la commedia goldoniana, eppure entrambe fanno parte del genere classico, ma esigono sguardi molto differenti; il teatro di Beckett non può essere analizzato come quello di Eduardo De Filippo, eppure entrambi sono della stessa epoca; le opere che vanno in scena all’Argentina, con grosse produzioni alle spalle, non possono godere di quella opportuna comprensione che spazi molto più piccoli offrono a esibizioni messe in piedi con i soli sacrifici degli addetti ai lavori. Ammirai molto la scelta di Virginia Acqua (qui regista) quando, un paio d’anni fa, portò alla Sala Umberto «Intramuros» del francese Alexis Michalik: ne apprezzai sia la qualità dell’allestimento che l’intelligenza del testo (dando per scontato che sia del regista la scelta di un copione da rappresentare, o comunque il beneplacito su di esso).

25 febbraio 2026

«4 5 6», scritto e diretto da Mattia Torre

«4 5 6», scritto e diretto da Mattia Torre

Roma, Teatro Vascello
24 febbraio 2026

IN PRINCIPIO FU LA FAMIGLIA,
IL VERO PROBLEMA!

Soffia il vento caldo di libeccio attorno alla casa di Ovidio: il presagio è malevolo. Non si riuscirà a concludere nulla di buono in questa giornata senza presente, senza l’oggi. Non c’è un tempo reale nella storia di Mattia Torre, eppure nella cucina di Guglielma un orologio a cucù segnala le ore che passano, e a ogni sortita il povero uccellino viene bersagliato con un violento lancio di noci: tempo – sembrano voler gridare i tre componenti della famiglia – perché tu scorri, mentre noi rimaniamo bloccati nell’immobilità quotidiana? Tuttavia, il tempo è il vero protagonista di questa straordinaria «tragedeide» sull’infelicità popolare che ci riguarda tutti da molto vicino. Esiste un ferreo passato remoto che viene tramandato, di padre in figlio, e che si materializza nel sugo perpetuo della nonna, morta quattro anni prima. Da allora il ragù ribolle costantemente nella pentola sul focolare sempre acceso, e il vapore che ne esce diventa il lume devoto in onore alla Madonna. Dal lato opposto s’intravede un futuro assai lontano, nebuloso come un miraggio, più che una speranza, ma che pure fomenta un desiderio.

Attorno al tavolo, su cui pende minacciosa una sopressata gigante, che dà immediata collocazione in un sud ben al di sotto di Eboli, i tre simboleggiano anch’essi il tempo: il pater, Ovidio, padre padrone, rappresenta il passato con le sue chiusure, le sue severità vuote e colorite, le paradossali paure per l’estero, l’avversità nei confronti della capitale, città pericolosa e perversa; il figlio diciannovenne, Genesio, vede uno spiraglio di salvezza nel domani, lontano da casa, e, per convincersi che la fuga (più che la partenza) possa avverarsi, s’è imposto un fioretto rinunciando al vizio del fumo; infine la mater, Guglielma, è il presente e, in quante tale, deve tacere sempre, anche quando risponde alle domande che le vengono poste; il suo unico cruccio è la tiella, una padella, che prestò anni prima e che non le fu mai restituita. La padella è quella sacrificale, quella annerita dalle fatiche di tutti i giorni, unica attività feconda che governa le giornate: cucinare lo stocco in tutte le salse.

24 febbraio 2026

«Postremos» di E. Agnesa e X. Dule (regia, Stefano Sabelli)


Roma, Teatro Belli
22 febbraio 2026

«IL CALAPRANZI» IN VERSIONE TROPPO SERIOSA

Nel 1957 Harold Pinter scrive The dumb waiter, che letteralmente significa il montacarichi, parola che nelle traduzioni ufficiali è stata mutata in Il calapranzi (quel piccolo ascensore che dalle cucine sotterranee dei ristoranti porta le vivande al piano dov’è la sala). Protagonisti sono Ben e Gus, e il dialogo che l’autore costruisce rimanda, per tempi e situazioni assurde, alimentate perdipiù da una fortissima componente grottesca, alle vecchie comiche di Stanlio e Ollio. Sin dai primi movimenti descritti nella lunga didascalia iniziale si intuisce che nulla può essere realistico: è, infatti, suggerito che Gus si sfili una scarpa e ne tragga una scatola di fiammiferi. Un’indicazione ben precisa, mi pare! Atmosfera e contesto sono il quadro paradossale di un umorismo nero: ma lo si scoprirà soltanto verso il finale, quando si capirà che i due sono sicari.

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