I FANTASTICI QUATTRO AL MICROFONO
Premetto che la performance mi è assai piaciuta. Premetto anche che la sperimentazione firmata Muta Imago, egida che nell’ambiente teatrale è sinonimo di alta qualità, è stata molto ben concepita. Quattro microfoni in scena accanto ad altrettanti leggii, e una consolle strumentale sulla sinistra. L’ottimo musicista, Lorenzo Tomio, prende posizione, dà il segnale d’ingresso e i quattro attori, al buio, raggiungono le loro postazioni: luce, suono e voci attaccano su tempi precisi, stabiliti dall’attentissima regia di Riccardo Fazi che ha scritto anche la drammaturgia. L’inizio è coinvolgente, avvolto nell’oscurità: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / per ch’io al cominciar ne lagrimai. / Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche...» Eh sì, non siamo molto lontani dalle impressioni che Dante trasse appena varcata la porta infernale e il buio lo cinse. Quei lamenti, quei pensieri smarriti nella penombra stimolano il senso dell’udito, proprio come capita al pellegrino nell’Aldilà. Si va avanti con parole apparentemente sconnesse, con frammenti di discorsi incompiuti, con dialoghi appena accennati, perché sono i suoni vocali a raccontare le vite di un’umanità chiusa nel silenzio emotivo della casa, dove sono soltanto i muri che raccolgono i suoni delle solitudini, anche in famiglia.

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