25 febbraio 2026

«4 5 6», scritto e diretto da Mattia Torre

«4 5 6», scritto e diretto da Mattia Torre

Roma, Teatro Vascello
24 febbraio 2026

IN PRINCIPIO FU LA FAMIGLIA,
IL VERO PROBLEMA!

Soffia il vento caldo di libeccio attorno alla casa di Ovidio: il presagio è malevolo. Non si riuscirà a concludere nulla di buono in questa giornata senza presente, senza l’oggi. Non c’è un tempo reale nella storia di Mattia Torre, eppure nella cucina di Guglielma un orologio a cucù segnala le ore che passano, e a ogni sortita il povero uccellino viene bersagliato con un violento lancio di noci: tempo – sembrano voler gridare i tre componenti della famiglia – perché tu scorri, mentre noi rimaniamo bloccati nell’immobilità quotidiana? Tuttavia, il tempo è il vero protagonista di questa straordinaria «tragedeide» sull’infelicità popolare che ci riguarda tutti da molto vicino. Esiste un ferreo passato remoto che viene tramandato, di padre in figlio, e che si materializza nel sugo perpetuo della nonna, morta quattro anni prima. Da allora il ragù ribolle costantemente nella pentola sul focolare sempre acceso, e il vapore che ne esce diventa il lume devoto in onore alla Madonna. Dal lato opposto s’intravede un futuro assai lontano, nebuloso come un miraggio, più che una speranza, ma che pure fomenta un desiderio.

Attorno al tavolo, su cui pende minacciosa una sopressata gigante, che dà immediata collocazione in un sud ben al di sotto di Eboli, i tre simboleggiano anch’essi il tempo: il pater, Ovidio, padre padrone, rappresenta il passato con le sue chiusure, le sue severità vuote e colorite, le paradossali paure per l’estero, l’avversità nei confronti della capitale, città pericolosa e perversa; il figlio diciannovenne, Genesio, vede uno spiraglio di salvezza nel domani, lontano da casa, e, per convincersi che la fuga (più che la partenza) possa avverarsi, s’è imposto un fioretto rinunciando al vizio del fumo; infine la mater, Guglielma, è il presente e, in quante tale, deve tacere sempre, anche quando risponde alle domande che le vengono poste; il suo unico cruccio è la tiella, una padella, che prestò anni prima e che non le fu mai restituita. La padella è quella sacrificale, quella annerita dalle fatiche di tutti i giorni, unica attività feconda che governa le giornate: cucinare lo stocco in tutte le salse.

24 febbraio 2026

«Postremos» di E. Agnesa e X. Dule (regia, Stefano Sabelli)


Roma, Teatro Belli
22 febbraio 2026

«IL CALAPRANZI» IN VERSIONE TROPPO SERIOSA

Nel 1957 Harold Pinter scrive The dumb waiter, che letteralmente significa il montacarichi, parola che nelle traduzioni ufficiali è stata mutata in Il calapranzi (quel piccolo ascensore che dalle cucine sotterranee dei ristoranti porta le vivande al piano dov’è la sala). Protagonisti sono Ben e Gus, e il dialogo che l’autore costruisce rimanda, per tempi e situazioni assurde, alimentate perdipiù da una fortissima componente grottesca, alle vecchie comiche di Stanlio e Ollio. Sin dai primi movimenti descritti nella lunga didascalia iniziale si intuisce che nulla può essere realistico: è, infatti, suggerito che Gus si sfili una scarpa e ne tragga una scatola di fiammiferi. Un’indicazione ben precisa, mi pare! Atmosfera e contesto sono il quadro paradossale di un umorismo nero: ma lo si scoprirà soltanto verso il finale, quando si capirà che i due sono sicari.

23 febbraio 2026

«Come sedurre un femminista» di Samantha Ellis (regia, Susy Laude)

«Come sedurre un femminista» di Samantha Ellis (regia, Susy Laude)

Roma, Sala Umberto
21 febbraio 2026

I DOGMI INGLESI DELLA SIGNORA ELLIS

Quest’estate, in territorio neutro, l’amico inglese di un conoscente transalpino, avendo saputo la mia città d’origine, si mise a elogiarne bellezze e caratteristiche. Al di là della ovvietà del mare very beautiful che bagna la Partenope e del sole incredible che delinea il profilo di Capri, lo straniero rimase colpito dalla casual elegance con cui la maggior parte dei conducenti dei motorini oltrepassava gli incroci stradali, incuranti del colore che offriva il semaforo. Osservò con una certa arguzia che la manovra, pur facendo parte di un riprovevole comportamento assai rischioso, in realtà denunciava una necessaria ribellione del popolo nei confronti delle regole. «Noi inglesi, per lo più, non siamo capaci di queste individuali e costanti manifestazioni d’indisciplina – diceva – che spesso critichiamo in voi italiani, ma, sotto sotto, vi invidiamo tantissimo perché sono sintomi di una libertà molto più spensierata di come invece la viviamo in Gran Bretagna. Per noi la libertà è sempre legata a principii dogmatici, etici, morali, dai quali non riusciamo a scioglierci e dai quali ci facciamo influenzare anche se scriviamo un messaggio sul cellulare.»

22 febbraio 2026

«Per sempre», di Alessandro Bandini (da Giovanni Testori)

«Per sempre» di Alessandro Bandini (da G. Testori)

Roma, Teatro Torlonia
21 febbraio 2026

SCINTILLANTE SINFONIA D’AMORE PER ALAIN

Non solo io, ma anche altri seduti in platea, all’inizio, si sono chiesti se sotto la camicia a quadri, la giacca di renna e la cravatta, Alessandro Bandini indossasse un paio di pantaloncini corti e attillati, oppure dei boxer; è certo che ai piedi non mancassero calzettoni lunghi e scarpe. Il dubbio nasce spontaneo a causa della frenetica corsa con cui l’attore raggiunge il palcoscenico attraversando la sala tra gli spettatori. Trafelato, febbrile, eccitato, intenso, il personaggio indiavolato corre (lo s’intuisce poco dopo) all’ufficio postale per recuperare la lettera quotidiana inviatagli dal suo amante parigino, o per spedire la sua a lui, tramite fermo posta. Per questa smania ansiosa di voler comunicare con l’altra faccia del proprio cuore, mi piace immaginare che Giovanni Testori sia uscito di casa dimenticandosi d’indossare i pantaloni: d’altronde la meravigliosa follia con cui Bandini rilegge a memoria la scintillante sinfonia dell’epistolario del poeta milanese ad Alain Toubas, conosciuto il 24 febbraio 1959, non potrebbe darmi torto.

21 febbraio 2026

«Le notti bianche» da Fedor Dostoevskij (regia, S. Cordella)

«Le notti bianche» da Dostoevskij (regia, Stefano Cordella)

Roma, Spazio Diamante
20 febbraio 2026

REGOLA NUMERO UNO:
VIETATO CORREGGERE DOSTOEVSKIJ

Un ragazzo entra in scena con un apparecchio per ascoltare le vecchie musicassette e immediatamente una voce registrata legge le prime righe del più famoso racconto di Dostoevskij, Le notti bianche, capolavoro del 1848, tratto «Dalle memorie di un sognatore», specifica il più grande scrittore russo e non solo. La citazione sonora è riportata con una variazione minima, ma non del tutto trascurabile, anzi molto significativa per comprendere l’operazione teatrale: nell’originale, sotto il cielo stellato e sfavillante di una incantevole notte pietroburghese, il narratore si chiede come possano «vivere uomini irascibili e irosi», mentre la drammaturgia di Elena Patacchini corregge in «uomini infelici».

20 febbraio 2026

«Torna fra nove mesi» di Evelina Buffa Nazzari (regia, A. Libri)

«Torna fra nove mesi» di Evelina Buffa Nazzari (regia, A. Libri)

Roma, Teatro Sophia
19 febbraio 2026

QUELL’AMORE CHE APPARTIENE SOLTANTO A UNA MADRE

Che il teatro sia un gioco ce lo dice chiaramente l’arte della recitazione che in molte lingue europee, e non solo, usa la parola giocare per definire l’interpretazione: jouer le rôle, spielen die Rolle, play the role, jugar el papel. Scopo di questo gioco è sempre la ricerca della verità in una realtà governata dalla finzione: ossia, il proseguimento, nel mondo degli adulti, del «facciamo finta che…» che i bambini usano per vivere qualcosa che è nel loro immaginario. Poniamo, invece, per una volta, che accada l’esatto contrario: che il palcoscenico diventi il luogo dov’è possibile rivivere la verità, dove la parola amore corrisponde al sentimento di chi prova quell’amore, dove la parola dolore corrisponde allo strazio che ancora brucia in cuor suo.

19 febbraio 2026

«Mein Kampf», uno spettacolo di e con Stefano Massini

«Mein Kampf» di e con Stefano Massini

Roma, Teatro Argentina
18 febbraio 2026

HITLER, O LA SEMPLICITÀ DEL POTERE

«Solo attraverso la conoscenza si può evitare il ripetersi della catastrofe», si legge nelle note che accompagnano lo spettacolo: con queste parole la Germania, ottant’anni dopo la fine della Seconda guerra, acconsente nel 2016 a diffondere Mein Kampf, il saggio biografico che Adolf Hitler scrisse durante la prigionia nel carcere di Landsberg, in seguito al tentativo di colpo di stato organizzato a Monaco di Baviera nel novembre del 1923. Per le stesse ragioni Stefano Massini trae dal volume, che in alcuni paesi, ancora oggi, è considerato illegale, un monologo teatrale denso di interesse storiografico in una cornice scenica assai scarna ma efficace ed elegante. Riadatta le memorie del futuro dittatore con altri testi esaminati, per rintracciare quel fascino che ipnotizzò milioni di tedeschi. Al di là della discussione su un eventuale ritorno della catastrofe nazifascista, e in quali forme potrebbe manifestarsi nell’odierna società, c’è da sottolineare il favorevole percorso che l’autore compie intorno all’importanza dei libri.

18 febbraio 2026

«Pinocchio. Che cos’è una persona?», scritto e diretto da Davide Iodice

«Pinocchio» scritto e diretto da Davide Iodice

Roma, Teatro India
17 febbraio 2026

L’ALTRA METÀ DELLA FAVOLA

Il Grillo parlante crocifisso al legno della sua storia

Il ciocco di legno c’è e alla fine è quel che resta in ribalta sotto le luci che lentamente cedono al buio, tra gli applausi scroscianti della platea, ma stavolta Pinocchio sa che deve fare un piccolo passo indietro per rimanere il simbolo della purezza di questa storia che non è tutta racchiusa in una favola. «Ogni favola è un gioco / che si fa con il tempo / ed è vera soltanto a metà…», cantava Edoardo Bennato, e Davide Iodice, un eroe, ci mostra l’altra metà, quella che favola non è, e che ogni giorno ci passa davanti agli occhi e quasi non ce ne accorgiamo. In scena, una decina (forse più) di ragazzi disabili, accompagnati soprattutto dalle mamme, ma anche da fratelli e papà, e sorvegliati a vista dai tutor, danno vita a un entusiasmante e commovente gioco teatrale sulla diversità e sul saper trovare, in questa, la serenità.

16 febbraio 2026

«La rigenerazione» di Italo Svevo (regia, V. Santoro)

«La rigenerazione» di Italo Svevo (regia, V. Santoro)

Roma, Teatro Quirino
15 febbraio 2026

GIOVANNI CHIERICI, PERSONAGGIO DI UN TEMPO TROPPO DISTANTE

Tra i temi fondamentali delle teorie letterarie di Italo Svevo c’è quella, più volte citata dallo stesso autore triestino, che tutti gli uomini debbano rappresentare la loro epoca e di conseguenza ogni personaggio descritto è una testimonianza del tempo vissuto. Ed è il motivo principale per cui le sue creature (a cominciare da Zeno Cosini) risentono di un passato difficile da rigenerare. Temo, tuttavia, che fare una critica aggiornata a Svevo sia del tutto fuori luogo: per quanto sia innegabile che faccia parte della schiera dei nostri maggiori scrittori del tardo ‘800 e primo ‘900, è altresì veritiero che la sua produzione teatrale è ormai legata a una certa vetustà di stile, di argomenti e di influenze. E oggi che anche le quote freudiane sono cadute in ribasso, se ne avverte ancor più l’anacronismo. Risulta addirittura arduo individuare una valida motivazione che giustifichi il nuovo allestimento de La rigenerazione (commedia del 1927) interpretata da Nello Mascia e diretta da Valerio Santoro.

15 febbraio 2026

«L’uomo di legno», scritto e diretto da Filippo Gili

«L’uomo di legno», scritto e diretto da Filippo Gili

Roma, Teatro Argot
14 febbraio 2026

GIANFRANCO COLTO DA IMPROVVISA «PRIMAVERA DELL’ASSENZA»

Commedia metafisica e dramma surreale. Il pregio della scrittura di Filippo Gili è l’immediatezza con la quale riesce a chiarire, in pochissime battute, il mondo artistico che lo spettatore si appresta a osservare. Come all’inizio di ogni favola, dove la narrazione è spesso onirica e inverosimile, una voce registrata annuncia che in quel momento «la morte ancora non esisteva, ma improvvisamente…» accade che un gruppo di falegnami, fino a quell’istante immortali, scopre che la vita più cessare. Ma prima di prendere coscienza con questo «strano» evento devono arricchirsi di nuova esperienza e soprattutto devono trovare inedite parole che possano descrivere il fatto affinché si possa raccontare. Così, anche la più crudele calamità della nostra esistenza si trasforma in un sogno umoristico, o, meglio, in una commedia che cerca di superare i limiti del razionalismo per esplorare le capacità umane: dal più complicato subconscio irrazionale all’elementare metodo cognitivo che si sviluppa durante l’infanzia, quando le scoperte avvengono di minuto in minuto.

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