«GUARDA COME CI HANNO INGABBIATI!»
L’impronta fotografica che Carlo Sciaccaluga dà al suo allestimento di Morte di un commesso viaggiatore – tanto per fa capir subito che sta viaggiando da solo, senza ingombranti rimembranze paterne (Marco Sciaccaluga ne diresse ben due edizioni) – è racchiusa nell’immagine iniziale, quando tutti gli attori, con il volto coperto, fanno capolino dalle quinte in attesa dell’arrivo di Willy Loman che giunge dalla platea. Lo osservano come automi silenziosi, come quei manichini con le teste bianche che De Chirico dipinse per rappresentare l’uomo moderno, privato della propria identità, a cui il nuovo sistema di vita ha oscurato la capacità di trasmettere emozioni. In questa giungla di sguardi che evocano mistero e solitudine, e che noi oggi conosciamo fin troppo bene, avanza l’ultimo naufrago dell’umana coscienza, stanco certamente di viaggiare a causa del suo sciagurato mestiere, ma la sua camminata si porta dietro una stanchezza molto più profonda, quella di un uomo che sente l’affanno delle forze che lo stanno abbandonando, della fatica che non riesce più a sopportare a causa delle continue mortificazioni che tenta di nascondere.









