24 marzo 2026

«I microfoni in palcoscenico», chiacchierata con Giuseppe Tantillo

Roma, 16 marzo 2026

«PREOCCUPANTE LA SCORRETTA EDUCAZIONE ALL’ASCOLTO»

Sono anni che mi batto per un uso più coscienzioso del microfono in scena. Purtroppo, a poco servono le critiche, gli avvertimenti e i consigli. Sempre più spesso all’apertura del sipario la prima sillaba pronunciata lascia intendere quale sarà l’impostazione della recita. Anche qualche sera fa, alla Sala Umberto, con un’attrice brava ed esperta come Laura Marinoni, i primi minuti sono stati «di prova» per il fonico che (comunque bravo) ha dovuto livellare i volumi a spettacolo avviato, creando ovviamente uno squilibrio di voci e di volumi. Poi tutto si è armonizzato al meglio, ma questo tipo di accortezze fanno ormai parte delle eccezioni: sta diventando regola teatrale, la sopraffazione della voce sul gesto, sull’espressione, sull’emotività dello stato interiore del comédien, perché mentre la prima è amplificata, le altre doti restano contenute in una più naturale esposizione. Non si vuol comprendere che l’arte della recitazione è la summa di varie estensioni sensibili del corpo di un attore che è il mezzo con cui si dà vita al personaggio.

23 marzo 2026

«L’amante di Lady Chatterley» da David H. Lawrence (regia, G. Aprea)

«L’amante di Lady Chatterley» di Lawrence (regia, Gaia Aprea)

Roma, Off/Off theatre
21 marzo 2026

UNA CONNIE TROPPO CASTA, ANCHE SE «SCOPA»!

Nel mio immaginario, ancora influenzato da certe audaci visioni giovanili di quando divorai d’un fiato il romanzo di David H. Lawrence, non mi sarei mai aspettato di «incontrare» Lady Chatterley in casto completo cardigan e cloche, con doppio filo di perle al collo, com’è lo stereotipo della signorina perbene, troppo perbene, degli anni Venti. È vero che l’eleganza di Coco Chanel imperversava in quel periodo, ma certe fanciulle che avevano beneficiato di «un’educazione esteticamente anticonformista», come tiene a precisare l’autore per la sua eroina (e sua sorella Hilda), che avevano frequentato «Parigi, Firenze e Roma», che «non si erano sentite minimamente intimidite dall’arte o dagli ideali politici», anzi questi erano «il loro ambiente naturale» tanto da aver frequentato, grazie alla mentalità progressista del padre, i «grandi congressi socialisti», queste fanciulle, dicevo, avrebbero certamente scelto l’altro stile di Coco, quello della donna emancipata, a la garçonne, in pantaloni o in gonne corte a pieghe che lasciavano liberi i movimenti, vita bassa, giusta la cloche aderente sul capo, ma che con altro abbinamento esibisce la figura della ragazza scandalosa, colei che si comporta con estrema libertà sessuale, come la protagonista di un altro romanzo proibito, quello di Victor Margueritte: la pubblicazione del francese La garçonne, infatti, precede di un lustro L’amante di lady Chatterley, che è del 1924.

21 marzo 2026

Massimo Popolizio legge «Furore» di John Steinbeck

«Furore» da Steinbeck (regia, Massimo Popolizio)

Roma, Teatro Argentina
17 marzo 2026

LA RABBIA DEI POVERI NON HA MAI FINE

Nel 1936 John Steinbeck scrisse per il quotidiano The San Francisco News sette articoli sulla migrazione verso l’ovest dei contadini americani, costretti da un disastro ambientale, ad abbandonare le loro case per cercar fortuna in California. Nel 1930, infatti, le terre dell’Oklahoma furono colpite da una devastante siccità che trasformò le grandi pianure coltivate a mais in deserti, riducendo tutto in polvere. E con la polvere che offusca la vista e secca l’aria s’apre il racconto che Massimo Popolizio porta in scena, seguendo l’adattamento che Emanuele Trevi ha fatto di Furore, romanzo, uscito nel 1939, che da quegli articoli prese forma in soli cinque mesi. Così il narratore diventa il «cronista che osserva l’epopea della migrazione di migliaia di contadini verso la California, dove speravano di trovare una terra accogliente. Invece…», si legge nelle note riportate dall’attore e ideatore del progetto.

20 marzo 2026

«Ashes», uno spettacolo Muta Imago (regia, R. Fazi)

«Ashes», Muta Imago (regia, R. Fazi)

Roma, Spazio Diamante
19 marzo 2026

I FANTASTICI QUATTRO AL MICROFONO

Premetto che la performance mi è assai piaciuta. Premetto anche che la sperimentazione firmata Muta Imago, egida che nell’ambiente teatrale è sinonimo di alta qualità, è stata molto ben concepita. Quattro microfoni in scena accanto ad altrettanti leggii, e una consolle strumentale sulla sinistra. L’ottimo musicista, Lorenzo Tomio, prende posizione, dà il segnale d’ingresso e i quattro attori, al buio, raggiungono le loro postazioni: luce, suono e voci attaccano su tempi precisi, stabiliti dall’attentissima regia di Riccardo Fazi che ha scritto anche la drammaturgia. L’inizio è coinvolgente, avvolto nell’oscurità: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / per ch’io al cominciar ne lagrimai. / Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche...» Eh sì, non siamo molto lontani dalle impressioni che Dante trasse appena varcata la porta infernale e il buio lo cinse. Quei lamenti, quei pensieri smarriti nella penombra stimolano il senso dell’udito, proprio come capita al pellegrino nell’Aldilà. Si va avanti con parole apparentemente sconnesse, con frammenti di discorsi incompiuti, con dialoghi appena accennati, perché sono i suoni vocali a raccontare le vite di un’umanità chiusa nel silenzio emotivo della casa, dove sono soltanto i muri che raccolgono i suoni delle solitudini, anche in famiglia.

19 marzo 2026

«La storia» da Elsa Morante (regia, Fausto Cabra)

«La storia» da Elsa Morante (regia, Fausto Cabra)

Roma, Teatro Vascello
18 marzo 2026

«MAMMA, MI RACCONTI LA STORIA?»

Il «c’era una volta» si nasconde dietro la battuta della madre che dall’aeroporto annuncia telefonicamente lo sciopero ai figli, ai quali dice che nell’attesa leggerà un libro. È così che comincia la fiaba: «Un giorno di gennaio del 1941, un soldato tedesco…». Ad osservare più attentamente a come decolla il racconto, è una mamma che narra la favola della buonanotte ai suoi due piccoli. Sul palcoscenico, immediatamente, si materializzano le immagini partorite dalla fantasia dei bambini che, nella penombra della stanza, dove una lucina illumina soltanto le pagine del libro aperto, lasciano entrare i personaggi di cui seguono le vicende e ne ipotizzano le voci che sono le loro voci, e ne intravedono le sembianze che sono le loro stesse sembianze. Sono loro che si trasformano in Gunther, in Nino, in Useppe, nel nonno Giuseppe, in Davide, mentre ai volti delle donne regalano l’aspetto della madre che è lì seduta accanto al letto a leggere La storia.

18 marzo 2026

«Improvvisamente l’estate scorsa» di T. Williams (regia, S. Cordella)

«Improvvisamente l’estate scorsa» di T. Williams (regia, S. Cordella)

Roma, Sala Umberto
17 marzo 2026

L’OMOSESSUALITÀ, O LA PAZZIA DEGLI ALTRI

Nella penultima pagina del programma di sala, le note che forniscono il curriculum di Laura Marinoni, ricordano: «Milanese, debutta in tv a vent’anni e si forma all’Accademia Silvio D’Amico. Giuseppe Patroni Griffi la dirige in numerosi spettacoli diventandone il suo mentore…». Quei numerosi spettacoli furono dieci (calcolando due diverse edizioni dei Sei personaggi…) e l’ultimo fu proprio Improvvisamente l’estate scorsa, la regia che Peppino riuscì soltanto a imbastire. Poi si ammalò e improvvisamente se ne andò. Era il 2005 e Laura era stata richiamata, dopo qualche anno di lontananza dal suo maestro, per ricoprire il ruolo di Catherine. Sono trascorsi più di vent’anni e oggi veste i panni di Mrs. Violet Venable. Non c’è che dire: il suo mentore le sta sempre al fianco. Un’interpretazione che ricorda le dive del cinema degli anni Trenta, quelle che lui amava: altera e spietata come una Joan Crawford, sempre un po’ distaccata dal contesto delle passioni degli altri, cosciente sin da subito del proprio silenzio a protezione dello scandalo, cerca le luci di taglio, posizionate in proscenio, come fossero i primi piani cinematografici che più le si addicono; quasi preferisce fingere un rapporto incestuoso, pur di salvare le apparenze della mascolinità di suo figlio morto l’estate scorsa in circostanze misteriose. Logica, quasi vendicativa, quando tenta di convincere il Dott. «Zucchero» (un ottimo Edoardo Ribatto) che occorre lobotomizzare Catherine per farla tacere, promettendo in cambio una cospicua eredità; e infine ritorna diva nella scelta obbligata di fingersi in preda alla pazzia, che vede come una condanna, «una solitudine peggiore della morte».

17 marzo 2026

«Into the black» di A. Toti (regia, C. Angeli)

«Into the black» di A. Toti (regia, C. Angeli)

Roma, Teatro Tordinona
14 marzo 2026

UN SOFISTICATO NOIR A DUE VOCI

Questa non è la storia di Johnny Rotten, musicista rock anni ’60, inserito da Neil Young nei versi del suo cavallo di battaglia, meglio conosciuto come Hey Hey, My My, eppure il titolo è lo stesso di quel brano canoro che trionfò nel mondo, almeno per un decennio, a cominciare dal 1979, e che Christian Angeli ripropone oggi in versione strumentale, come fosse un omaggio, a chiusura spettacolo. In effetti, Into the black è il la che apre il sipario su una vicenda, sì, noir, ma scintillante soprattutto per il ritmo incalzante delle battute e delle situazioni che si creano durante il percorso investigativo della protagonista che, come Marlene in Testimone d’accusa, tenta di salvare il marito dalla sedia elettrica. Questa è la storia di Alessia Miller, innamorata moglie di Robert, tanto tenera quanto spericolata.

16 marzo 2026

«Bastava leggere» di Ottavia Bianchi (regia, G. Latini)

«Bastava leggere» di Ottavia Bianchi (regia, C. Sciaccaluga)

Roma, Teatro Altrove
15 marzo 2026

«IL TEATRO SI FA COL NULLA»

Buio in sala e due voci, dal tipico accento napoletano, cadenzano il dialogo furtivo di due loschi individui che s’intrufolano in un teatro. Sembrano ladri, ma poi si scopre che soltanto uno è onorevole, l’altro è un bravo ragazzo che l’accompagna, per un sopralluogo, ancora non autorizzato, che ha lo scopo di far redigere al più presto la documentazione per mettere i sigilli a quello che è l’unico spazio culturale di una anonima provincia italiana. Bastava leggere è una divertente commedia, nata dalla fantasia di Ottavia Bianchi, che trova moltissime analogie con la quotidianità di chi gestisce privatamente teatri che faticano a sopravvivere grazie all’entusiasmo, alla generosità e (perché no?) alla fede di chi crede ancora che il sostegno culturale possa essere d’aiuto alla popolazione. Per fortuna, dopo il Covid, almeno a Roma, le platee sono tornate ad essere affollate – questa è una gioia – ma sappiamo di tante altre realtà nazionali che invece stentano a difendersi dalle difficoltà che costi e burocrazia oppongono a un’attività che invece lo Stato dovrebbe sostenere: almeno in parte!

15 marzo 2026

«Hanno ucciso Baudelaire» di M. Buzzi Maresca (regia, G. De Feo)

«Hanno ucciso Baudelaire» di M. Buzzi Maresca (regia, G. De Feo)

Roma, Teatro Sophia
14 marzo 2026

IL PECCATO DA PERSEGUIRE COME ATTO DI RIBELLIONE

Strani fiori quelli di Buzzi Maresca: dal presentimento certamente maudit che affonda le radici nei giardini della Rive gauche, o negli anfratti parigini del Quartiere Latino, cuore de la vie de bohème più disordinata e cupa, ma dai petali profumati che sbocciano lungo il Tevere, in epoca a noi molto più vicina, dove l’arte del Male rivive in ogni angolo di strada occupato da una coperta o da un cartone, che sono le case dei senzatetto, dei clochard, (o come li chiamiamo noi più confidenzialmente) dei barboni. In mezzo a loro, nato dalla penna dell’autore, ce n’è uno che si risveglia, forse di notte, sospettoso come un Ulisse, arrabbiato come un Acab in cerca della sua identità, quella con la quale ha vissuto nel secolo precedente attraverso la poesia di Baudelaire, nel quale egli si riconosce come anima maledetta ma prediletta.

13 marzo 2026

«Le serve» di Jean Genet (regia, V. Cruciani)

«Le serve» di Jean Genet (regia, Veronica Cruciani)

Roma, Spazio Diamante
12 marzo 2026

L’AMBIGUITÀ DI MADAME È IL DISONORE AGGIUNTO

Benché sia visivamente ambientata in epoca moderna, con uno specchio temporale offerto dagli ingombri scenici che sono i grandi bauli neri da trasporto e che si trasformano in un avveniristico guardaroba con abiti da gran soirée, la regia di Veronica Cruciani idealmente non s’allontana dalle indicazioni dell’autore, che nel 1946 scrive Le serve ispirandosi a un episodio di cronaca nera accaduto nel 1933 a Le Mans: due sorelle a servizio in una famiglia borghese, per un semplice rimprovero a causa di un banale contrattempo, uccisero madre e figlia torturandole crudelmente. Una rivalsa, una vendetta che spinse gli psichiatri dell’epoca (Lacan su tutti) ad analizzare il comportamento delle due donne affette, secondo la scienza, da paranoia. Eppure, nella rilettura della Cruciani, che cura anche un più snello adattamento, gli anni Trenta illuminano la messinscena per l’eleganza dell’alta moda e per una serie di riferimenti cinematografici, più o meno evidenti.

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