11 maggio 2026

«Ape regina» di Giorgia Cerruti (regia, Giglio/Cerruti)

«Ape regina» di Giorgia Cerruti (regia, Giglio/Cerruti)

Roma, Teatro Basilica
9 maggio 2026

QUANDO MOLLY BLOOM SCELSE BILLY WILDER

Giorgia Cerruti, oltre a essere un’ottima interprete, credibile finanche nelle situazioni più paradossali, come in questa Ape regina che ha scritto per se stessa, costruisce i testi avvalendosi di una notevole preparazione culturale. Per fortuna, la sua dote migliore, merito anche di Davide Giglio che qui l’ha diretta e ben protetta, è l’attenzione che pone per carpire la curiosità del pubblico, l’affascinazione che poi è quel linguaggio teatrale che più resta nell’occhio e nella mente dello spettatore. Una giornata per Molly Bloom, che è il sottotitolo della sua ultima fatica romana (la Piccola compagnia della Magnolia è di Torino) proposta al Basilica per due sole repliche, è un monologo assai complesso da decodificare, tuttavia scorre bene, pieno di fascino, di malinconie e azzardi elargiti con eleganza e grande leggerezza e ironia: quel che basta per fare del buon teatro. Perché anche se non si comprende facilmente tutto il lavoro che c’è dietro la facciata, e che il nome di Molly Bloom lascia intuire, l’emozione per una liberazione di un animo femminile raggiunge con chiarezza e determinazione tutta la platea.

10 maggio 2026

«Opera Pia» di Gianfranco Vergoni (regia, Nicola Pistoia)

«Opera Pia» di G. Vergoni (regia, N. Pistoia)

Roma, TeatroSophia
9 maggio 2026

LOREDANA, LEONESSA DA PALCO

Ribadisco, se ce ne fosse bisogno: ogni qual volta vado a vedere un monologo, mi prudono le mani. E la performance di Loredana Piedimonte mi ha confermato che il mio non è un pregiudizio, ma un malessere che deriva dalla consapevolezza che i monologhi sono quasi sempre un ripiego artistico per chi potrebbe offrire molto di più, per chi sa che l’arte teatrale porta la cifra universale di Euripide, di Shakespeare, di Cechov (e l’elenco completo, per fortuna, è molto più lungo). Non me ne voglia Gianfranco Vergoni, autore di questo delizioso racconto di pene d’amor assai dibattuto, non è a lui che rivolgo la critica, anzi, ce ne fossero di storie così dense, spiritose e drammatiche! Senonché, la mia sensazione ribelle ha origine molto più complessa.

09 maggio 2026

«La festa» di Manzan/Placidi (regia, L. Manzan)

«La festa» di Manzan/Placidi (regia, L. Manzan)

Roma, Teatro India
8 maggio 2026

IL TEATRO BRINDA ALLA GEORGIA

Leonardo Manzan, che è ancora molto giovane, già si potrebbe definire l’eroe delle imprese più difficili, quelle quasi impossibili. In questi ultimi anni si è cimentato in una collaborazione artistica in Georgia, dove indirettamente ha vissuto la crisi politica e sociale, che dal 2024 ha colpito il paese. A seguito, infatti, delle elezioni del 4 dicembre di quell’anno, giudicate dallo stesso ministro (europeista e indipendente) degli affari esteri, «illegittime», «anticostituzionali», «inaccettabili», le proteste nazionali sono sfociate in manifestazioni popolari represse che hanno portato a diversi arresti e moltissime restrizioni, tra cui la chiusura del New Theatre di Tbilisi, dove il nostro, appena un mese prima, aveva riallestito, in lingua georgiana, il suo «Cirano deve morire», scritto sempre in coppia con Placidi. «Nel dicembre 2023 – dice Manzan facendo un passo indietro – lasciavo un Paese in festa per l’imminente candidatura all’Unione europea, ma meno di un anno dopo ho ritrovato una nazione divisa. Dopo l’ultima replica del nostro spettacolo c’è stata l’ultima supra a cui ho partecipato. La gioia era mischiata alla rabbia e alla tristezza per ciò che i miei compagni rischiavano di perdere, e che poi hanno perso davvero: il teatro oggi è chiuso, un loro collega è in carcere, il direttore licenziato. Eppure, brindavano. Era una festa.»

08 maggio 2026

«Le baccanti» di Euripide (Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa)

«Le baccanti» di Euripide (regia, Marco Isidori)

Roma, Teatro Vascello
7 maggio 2026

ERANO MEGLIO QUANDO STAVANO PEGGIO!

Alla memoria s’affaccia, con pachidermica fatica, il ricordo di un incubo dei primi anni Novanta, quando un nuovo gruppo di teatro sperimentale, dal nome assai giocoso, Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, si dilettava a esplorare i testi classici mischiando frasi e personaggi, inventando, con le parole, suoni frammentati che seguivano un’armonia più musicale (talvolta dodecafonica) anziché drammatica. Di drammatico, quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, ci fu la categorica decisione del gran rifiuto. Da allora, mai più visti, son trascorsi 35 anni, molte guerre, tre nuovi papi, quattro presidenti della Repubblica: mi son chiesto, chissà se, a parte l’età, qualcosa è cambiato nel concepimento del teatro firmato Marcido? Purtroppo no, erano decisamente meglio quando stavano peggio! Quando, cioè, all’inizio della carriera, il loro approccio al palcoscenico aveva il sapore della novità, e i loro sguardi vivevano di qualche giustificata incertezza. Oggi tutto mi sembra più vecchio di allora, vecchissimo. Un teatro riesumato dalle polveri della naftalina. Una prova finita in tragedia che perfino Zeus sarebbe stato meno antiquato.

07 maggio 2026

«Le vacanze dei signori Lagonia» di Colella/Lagi (regia, F. Lagi)

«Le vacanze dei signori Lagonia» di Colella/Lagi (regia, F. Lagi)

Roma, Spazio Diamante
6 maggio 2026

«UN SOGNO SOTTO L’OMBRELLONE»

Qua e là, in questa immaginaria spiaggia deserta del nostro sud, bagnato dallo Ionio, si scorgono riflessi beckettiani. In scena pochi elementi: un ombrellone e due sedie, un secchiello con la paletta, un borsone pieno di oggetti e indumenti da bagno estivo, e una tanica; dal lato opposto la prora di un gozzo tirato a secco. Sin dall’inizio si intuisce che Le vacanze dei signori Lagonìa (cognome tipico del catanzarese, con accentazione piana) si svolgeranno in riva al mare in una calda giornata di sole; infatti, al momento opportuno, spunterà fuori un ventaglio gigante, sproporzionato per qualunque visione realistica, che palesa l’eccentricità della situazione dichiarandone lo stile dell’assurdo.

06 maggio 2026

«Prima del temporale», da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio

«Prima del temporale» di Orsini/Popolizio

Roma, Teatro Argentina
5 maggio 2026

«TUTTI SCRIVONO UN MEMORIALE!»

«Grazie, Umberto, grazie»: il grido commosso di una spettatrice s’è innalzato più potente del tripudio finale che ha accompagnato l’ovazione per Umberto Orsini, alle prese con Prima del temporale. Dieci minuti di applausi scroscianti hanno salutato l’attore novantaduenne, compiuti poco più di un mese fa, a conclusione di una delle serate teatrali più emozionanti degli ultimi anni. Uno spettacolo che è stato un colpo al cuore per gli amanti del teatro, ma soprattutto per coloro che hanno conosciuto, apprezzato e accarezzato l’idea di un teatro che non esiste più, e di cui oggi si ascoltano gli echi di chi all’epoca c’era. Umberto Orsini quel teatro l’ha vissuto da protagonista, ne ha goduto i giorni migliori, i più felici e facoltosi, i più spensierati e goliardici, ma anche i più densi di arte e di amicizie. Perché il teatro, quel teatro, s’è fatto così: sempre con arte, impegno, devozione e amicizia. Sempre. Oggi è rimasto lui tra gli ultimi testimoni di quell’aureo tempo e ieri sera ce ne ha voluto regalare una reliquia sotto forma di autobiografia, che oltre a essere un condensato di emozioni, è stato un grande insegnamento.

02 maggio 2026

«Tre sorelle» da Anton Čechov (di Liv Ferracchiati)

«Tre sorelle» da Čechov (regia, Liv Ferracchiati)

Roma, Teatro India
1° maggio 2026

OLGA, IRINA E MAŠA DIVENTANO TRE AUTOMI DELLA PAROLA

La riscrittura che Liv Ferracchiati propone delle Tre sorelle di Anton Čechov un po’ confonde gli animi dei personaggi, un po’ invecchia il testo. Eppure, nelle intenzioni del regista – che qui si fa autore – c’è evidente la necessità di aggiornare i temi toccati dallo scrittore russo per trasporli all’oggi. Sembra un paradosso, ma, per come è stato pensato l’adattamento, gli argomenti che la leggerezza della penna di Čechov ha saputo rendere immortali, ritoccati da Ferracchiati, risentono del limite di un presente che è immensamente più misero rispetto all’eternità di un’opera esemplare. Lo spettacolo diventa il risultato di una sottrazione letteraria: a un materiale divenuto classico per la sua completezza è stato tolto tutto l’involucro poetico e i personaggi si sono inariditi fino a esprimersi come fossero automi. Al di là delle battute aggiunte (da altri testi cechoviani?) e di quelle rimaneggiate, c’è che questa sensazione viene suggestionata dalla frenesia imposta agli interpreti che sparano battute alla velocità e alla violenza di una mitragliatrice, tanto da far sembrare un minifestival di aforismi sulla vita, in cui il tema della guerra e dell’infelicità umana si sovrappongono di continuo!

23 aprile 2026

«dEVERSIVO» (primo di) tre spettacoli di Eleonora Danco

«dEVERSIVO» di Eleonora Danco

Roma, Teatro Vascello
22 aprile 2026

UN CAPPOTTO SBAGLIATO SU UNA VOCE STONATA

Non avevo mai visto Eleonora Danco: la curiosità stavolta ha avuto la meglio, a scapito, ahimè, del godimento. Non immaginavo di ritrovarmi di fronte a un cappotto sbagliato indossato da una voce stonata. Eppure, l’operazione della Danco ha cercato di rendere pubblica una piccola tragedia (personale e non solo), riletta in chiave ironica, raccontando le vicissitudini di un’attrice di teatro contemporaneo e l’improba fatica che deve affrontare per salire sul palcoscenico. La storia raccontata in dEVERSIVO (sì, tutto maiuscolo ma con l’iniziale minuscola, affinché si capisca bene che la destabilizzazione dell’arte perda i suoi principii eversivi, e che l’assonanza del titolo ci porti velocemente sulla retta via sgombra da insidiose macchie d’unto, viscide, scomode, pericolose come lo sono le sferzate di un artista che rema controcorrente), la storia – dicevamo – si svolge a Roma e il personaggio narrante è uno e trino: attrice, regista e scrittrice, come troppo spesso oggi si osserva.

22 aprile 2026

«Pignasecca e Pignaverde» di E. Valentinetti (regia, T. Solenghi)

«Pignasecca e Pignaverde» di E. Valentinetti (regia, T. Solenghi)

Roma, Teatro Quirino
21 aprile 2026

PROSEGUE L’OMAGGIO A GILBERTO GOVI

Per il secondo appuntamento con l’omaggio a Gilberto Govi, Tullio Solenghi sceglie un altro classico del repertorio del grande attore genovese: Pignasecca e Pignaverde: e, come il primo testo portato in scena, anche questo gira intorno ai «maneggi per maritare una figlia». Ma il Pastorino di Emerico Valentinetti, a differenza dello Steva di Bacigalupo, è un tignoso Arpagone alla genovese, dai tratti caratteristici della Commedia dell’arte: d’altronde Govi è diventato, nella memoria dei cultori, una maschera indelebile, esattamente come quelle classiche, al punto da indurre l’attore Solenghi a truccarsi ad arte per riprendere la fisionomia del maestro con quella faccia un po’ così.

21 aprile 2026

«Ricordi autobiografici» (1) di Fausto Nicolini, Seniore

Fausto Nicolini (1903)

Mi è stato chiesto, inaspettatamente, di approfondire le notizie sulla vita di Fausto Nicolini Sr. già da me sintetizzate nella pagina madre a lui dedicata. Tuttavia, mi pare opportuno lasciar direttamente a lui la parola, visto che nel 1956, in una lunga Comunicazione presentata all’Accademia pontaniana [1], di cui fu socio ordinario sin dal 1908 e, in seguito, più volte eletto presidente, egli stesso scrive di suo pugno i Ricordi autobiografici, pubblicati sia autonomamente, negli Atti dell’Accademia, sia poi riproposti da Riccardo Ricciardi in testa a «Il Croce minore», volume da cui sto estrapolando questi suoi scritti. A causa della prolissità del testo mi sono attenuto a rispolverare i brani più significativi per lui e per l’epoca, dividendo la pubblicazione in più parti. (fn)

UNA VITA CONSACRATA AGLI STUDI

Illustri colleghi e cari amici,
una disposizione statuaria non più osservata non solo in questa nostra Accademia, ma anche in parecchie altre nostre consorelle italiche è quella che impone ai soci novellini di non prender possesso del seggio accademico se non dopo d’aver commemorato il socio defunto, a cui ciascuno è succeduto. Nel 1908, quando nella nostra antica sede di Tarsia ebbi l’onore di commemorare il mio predecessore Amerigo de Gennaro-Ferrigni [2], […] le commemorazioni assumevano un tal quale carattere di solennità, tanto che quasi sempre i commemoratori si credevan tenuti a indossare, per l’occasione, un abito di cerimonia o […] quanto meno una giacca nera. Purtroppo, già con lo scoppio della prima guerra mondiale, vennero cadendo in desuetudine non poche belle usanze […] di quel buon tempo antico […] in cui non solamente si sapeva vivere, ma […] si trovava che la vita, travagliosa, affannosa, o dolorosa che a volte possa essere, è sempre cosa assai bella e che, perciò, metta gran conto viverla, e viverla con la maggiore intensità. E tra le cose travolte da quel primo vortice bellico furono appunto le nostre commemorazioni accademiche. Basti dire che già intorno al 1920 non era raro il caso che il commemorando fosse stato raggiunto negli Elisi da colui che avrebbe dovuto commemorarlo: con che sulle spalle del successore di quest’ultimo venivano a gravare […] non una ma due commemorazioni. E ci si fosse fermati a questo numero! […] Lungo gli anni corsi dal 1920 a oggi, esso molte volte è stato elevato alla seconda e, in qualche caso, persino alla terza potenza. [3] […]

Pour vous