05 febbraio 2026

«Lungo viaggio verso la notte» di Eugene O’Neill (regia, Gabriele Lavia)

«Lungo viaggio verso la notte» di Eugene O’Neill (regia, Gabriele Lavia)

Roma, Teatro Argentina
4 febbraio 2026

Tracollo FAMILIARE TRA LE SBARRE DELLA MENZOGNA

Gabriele Lavia ormai ci ha abituato: quando si tratta di rappresentare un interno preferisce le linee diagonali, così le due grandi librerie, invece di stare sul fondo a far da muro e appesantire l’orizzonte scenico, si trovano sulla tangente di sinistra, e i libri, anche lassù in alto, sembrano scorrere più leggeri; così il divano non è posizionato fronte al pubblico, come quando alle riunioni familiari ci si sottopone alla foto ricordo ogni anno più piatta e triste, ma segue la direzione della stanza; così la scena sembra più lunga e i movimenti ingannano la ribalta, che gli attori sfiorano senza mai correre il rischio di coinvolgere nel dialogo gli spettatori delle prime file. L’idea della regia è tutta nella scena realizzata da Alessandro Camera: una sala spaziosa con divano, poltrone, lampade, sedie, tavolino e pianoforte. C’è tutto l’occorrente per trascorrere una giornata in famiglia rinchiusi da una possente simbolica cancellata che costringe i dannati in una gabbia.

È certamente un carcere il significato delle sbarre; ma cosa c’è in Lungo viaggio verso la notte (una perfetta metafora poetica) che racchiude in una prigione i quattro protagonisti? La paura di non dire le cose come stanno, la verità – quella che fa male – da non prendere mai di petto, soprattutto le bugie che con gli anni diventano un fitto recinto che stritola la natura delle persone e non è più valicabile in alcun senso. È, infatti, senza speranza il dramma che Eugene O’Neill scrive nel 1940, in piena maturità, nel quale la claustrofobia consiste nei legami ormai intossicati dei componenti della famiglia Tyrone. C’è una forte componente autobiografica che l’autore riversa nei quattro atti: il padre attore, la madre pianista e morfinomane, la tubercolosi, l’alcolismo. Argomentazioni che risultano fondamentali per costruire i caratteri dei personaggi e alimentare il dramma. Molto efficace, a questo proposito, è l’adattamento che ha alleggerito, soprattutto nella prima parte, l’angoscia delle disgrazie, seminando piccole dosi lungo il percorso verso il buio della notte.

Il dramma si svolge in una giornata, dal mattino alla sera, e le ansie seguono l’andamento della luce del sole: più s’avvicina l’oscurità maggiormente aumentano i conflitti, soprattutto quelli con se stessi. In questo, il lavoro del regista è sopraffino: il clima in casa comincia a riscaldarsi lentamente (oserei dire, pacatamente) dalle piccole frasi, dette con sufficienza su argomenti insignificanti, ma spesso pronunciate con un’intenzione più grande del significato stesso delle parole, per restituire più chiaro il valore della tensione che si nasconde dietro di esse. È la verità che si ribella in ognuno e spinge violenta sotto le sillabe e sotto i silenzi, come una brace che riprende forza. Anche i gesti sono indicativi: schiaffi improvvisi che si trasformano subito in abbracci; tentativi di rissa (sia fisica che verbale) che sfociano nel senso di colpa. E la necessità di scaricare sull’altro la responsabilità dell’evidente disfacimento diventa l’illusione di potersi aggrappare a una ciambella di salvataggio poco prima di annegare. In famiglia ci si ama, sì, ma nell’amore si rischia anche di affogare.

Se per la madre c’è la morfina che l’annebbia facendola apparire uno spettro che vive nel passato e in esso trova rifugio, nei figli c’è l’alcol e il bordello che provvedono ad allontanare i loro fantasmi giornalieri. Il padre è l’unico che riesce a rintracciare un anelito di salvezza nel ricordo dei fasti di un tempo, quando calcava il palcoscenico, cosicché rivive, in un’ubriachezza di nostalgico romanticismo, gli storici personaggi che ha interpretato: Amleto, Re Lear, Edipo, Sigismondo. Ma anche lui si lascia poi andare ai fumi del whisky più sostanziosi ed efficaci. Evidentemente Shakespeare non basta per sopravvivere nell’umiliazione quotidiana, malgrado sia stato il teatro a far «l’uomo quello che è». E come nei grandi classici, dietro ogni battuta si nasconde una storia, un evento, un dolore che arriva da lontano: perfino quando James dice con vera gioia alla moglie che la vede più bella e poi aggiunge «vietato parlare di dimagrire», anche dietro questo semplice complimento s’accende una lampadina che segnala un allarme. Lo si percepisce al momento e lo si capirà in seguito con chiarezza.

Il dramma è struggente e, malgrado si svolga ai primi del Novecento, resta vivo in ogni nucleo familiare dove non mancano solitudini e sensi di colpa, carezze e arrembaggi. Sembra quindi una logica conseguenza che la magnifica messa in scena, osservata con occhio contemporaneo, sia curata con estrema precisione. E gli attori sono tutti bravi e perfettamente in parte, compresa Beatrice Ceccherini, nel ruolo minore della cameriera e confidente: la scena finale tra i due fratelli che litigano, fanno pace e nella pace ne nasce una confessione inaspettata è commovente e condotta, da Jacopo Venturiero e Ian Gualdani, con straordinaria verità. Tuttavia, l’altra sera, alla prima all’Argentina, malgrado io sia diventato un fan di Gabriele Lavia, ormai uno dei pochissimi che mi ricorda il bel teatro di un tempo, quello che si faceva con tanti giorni di prove, tanta pazienza e moltissima grazia – e talvolta anche un pizzico di intelligenza! – Lavia stesso mi perdonerà se, invece di lodare le sue capacità che ben conosciamo, stavolta metto sul trono Federica Di Martino, eccellente, commovente come lo era Giulia Lazzarini, a volte impalpabile, impercettibile, ma sempre portando l’anima un passo avanti a sé: il personaggio di Mary certamente glielo consente, ma la Di Martino trova in essa l’esatta misura della dipendenza dalla menzogna (più che dalla morfina) e la leggerezza della nebbia che le nasconde il mondo e che dal mondo la nasconde. (fn)
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Lungo viaggio verso la notte, di Eugene O’Neill. Traduzione, Bruno Fonzi; adattamento, Chiara De Marchi. Regia di Gabriele Lavia. Con Gabriele Lavia (James Tyrone), Federica Di Martino (Mary Tyrone), Jacopo Venturiero (Jamie Tyrone), Ian Gualdani (Edmund Tyrone), Beatrice Ceccherini (Cathleen). Scene, Alessandro Camera. Costumi, Andrea Viotti. Musiche, Andrea Nicolini. Luci, Giuseppe Filipponio. Suono, Riccardo Benassi. Produzione, Effimera – Fondazione Teatro della Toscana. Al teatro Argentina, fino a domenica 15 febbraio

Con microfoni impercettibili

Foto: Gabriele Lavia e Federica Di Martino (© Tommaso Le Pera)

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