TRA CANTO E CONTROCANTO
LA NEBBIA C’È E SI VEDE PURE!
La nebbia si addensa già prima di raggiungere la platea. Soffermandosi a leggere il titolo, infatti, s’intuisce che L’amore non lo vede nessuno sintetizza in maniera piuttosto sbadata una celebre riflessione di Sant’Agostino, il quale dice, a proposito della natura spirituale e invisibile del sentimento più puro: «L’amore non si vede in un luogo e non si cerca con gli occhi del corpo. Non si odono le sue parole e, quando viene a te, non si odono i suoi passi». Giovanni Grasso scomoda il Santo d’Ippona per celebrare il capolavoro della banalità: in editoria sotto forma di romanzo (Rizzoli, 2024) e in teatro sotto forma imbarazzante. Probabilmente in cuor suo sperava in un atto di clemenza da parte del teologo, ma Sant’Agostino, invece – giustamente – l’altra sera, al Quirino, se è intervenuto, l’ha fatto per far saltare il segnale del microfono della protagonista. Ma il problema dell’amplificazione è stato minimo rispetto alla noia, alla pedanteria e alla ripetitività di quel che abbiamo assistito.
La nebbia persiste in scena. Per un’ora e venti, non accade niente. Anzi, peggio: quel che, in partenza, avrebbe potuto smuovere l’interesse del pubblico, con l’improvvisa morte di una certa Federica e con l’istintiva reazione della sorella Silvia che, spinta dal dolore, indaga per conoscere la verità, s’impantana in una tediosa intervista tra la donna e un misterioso Mr. P., che poi diventerà Paolo. Una lunga indagine che sfocerà in un colpo di scena abbastanza ridicolo. I due si incontrano ogni martedì in un bar assai stravagante: l’unico bar al mondo senza bancone e senza barista, l’ultimo che all’esterno mantiene inalterata dagli anni Settanta l’insegna luminosa «Totocalcio» su sfondo verde (eppure si parla di whatsapp, di file, di password, quindi è evidente che il tempo sia trascorso), unico ristoro messo a disposizione di due soli avventori, dove nessun altro osa mettere piede, un particolare talmente surreale che trova impreparato perfino l’autore, il quale sente il dovere di aggiungere una battuta che fa arrossire finanche l’evidenza: «Certo che questo bar è sempre tutto solo per noi», dice Silvia lasciando sconcertata la platea. Se prima l’assurdità poteva essere giustificata da una trasposizione simbolica, da quel momento anche il più tenace sostenitore del simbolismo s’è dovuto arrendere!
La nebbia si infittisce dopo la prima scena. All’inizio, s’è detto, il dialogo è sostenuto dal dolore di Silvia per la recente scomparsa della sorella: ebbene, è l’unico stato d’animo che Stefania Rocca riesce a trasmettere, peccato che se ne perdano subito le tracce. Fino al termine, infatti, rimane un’attrice sfogliata di ogni emozione che si dibatte tra il gelo di una frase scialba e l’agnosticismo della recitazione vuota. Sarà per questo che Sant’Agostino le ha staccato il microfono! Durante gli incontri la regia di Piero Maccarinelli privilegia le suspence a tinte gialle, quelle predilette da Hitchcock, a sfondo psicologico, ma l’unico sfondo è quello del «controcanto». Mi spiego: i tavolini, intorno ai quali si incontrano Silvia e Paolo (Giovanni Crippa fa quel che può per sostenere un ruolo che si regge sulla credibilità dell’interprete e mai sulla solidità di scrittura), sono sistemati, insieme a un paio di slot machine (mai utilizzate), nella parte anteriore del palco; più dietro, un piano rialzato mostra una stanza dell’appartamento di Eugenia (Franca Penone, incolpevole), dove Silvia, appena terminato il colloquio con l’uomo misterioso, il canto dei protagonisti, corre a commentare con l’amica quel che gli spettatori hanno già ascoltato, il controcanto. Talvolta si anticipano pure i temi che si ripropongono poi al bar.
Con microfoni dispettosi
