«IL TEATRO SI FA COL NULLA»
Buio in sala e due voci, dal tipico accento napoletano, cadenzano il dialogo furtivo di due loschi individui che s’intrufolano in un teatro. Sembrano ladri, ma poi si scopre che soltanto uno è onorevole, l’altro è un bravo ragazzo che l’accompagna, per un sopralluogo, ancora non autorizzato, che ha lo scopo di far redigere al più presto la documentazione per mettere i sigilli a quello che è l’unico spazio culturale di una anonima provincia italiana. Bastava leggere è una divertente commedia, nata dalla fantasia di Ottavia Bianchi, che trova moltissime analogie con la quotidianità di chi gestisce privatamente teatri che faticano a sopravvivere grazie all’entusiasmo, alla generosità e (perché no?) alla fede di chi crede ancora che il sostegno culturale possa essere d’aiuto alla popolazione. Per fortuna, dopo il Covid, almeno a Roma, le platee sono tornate ad essere affollate – questa è una gioia – ma sappiamo di tante altre realtà nazionali che invece stentano a difendersi dalle difficoltà che costi e burocrazia oppongono a un’attività che invece lo Stato dovrebbe sostenere: almeno in parte!
Torniamo alla commedia. L’onorevole Zerbini e il suo portaborse Marra vengono sorpresi dai due gestori del teatro, i quali, di sabato sera, stanno finendo di portar via gli ultimi ricordi personali, quelli che per anni sono stati utilizzati per la scena. Da quest’incontro inopportuno nasce una serie di imprevisti che accentuano l’inevitabile collisione tra i due mondi: quello politico e quello artistico. I quattro, per un inconveniente, restano prigionieri nel locale e sono costretti a convivere fino al lunedì mattina. Nel frattempo, avranno modo di conoscersi meglio, di approfondire le ragioni degli uni e di scardinare le assurdità degli altri. Il deputato scopre che su un palcoscenico non si recita soltanto: «Lei non sa quante attività deve imparare un attore per sopravvivere», spiega Marisa. «Se vado a vedere una commedia e pago il biglietto, almeno vorrei capire quel che succede in scena», ribatte l’altro. Argomentazioni entrambe molto valide: se la prima si riferisce all’affanno degli artisti per arrivare a guadagnare almeno quel tanto che consente loro di pagare le bollette, la seconda fa breccia sulle incomprensibili rivisitazioni dei classici: «Non si può pretendere – conclude – che per capire un testo, bisogna prima leggere un libro.» Perfino un politico può aver ragione, anche se mai paga il biglietto!
La scrittura della Bianchi appare fluida, ironica, a volte comica, ben bilanciata e tocca molti punti dolenti che, soprattutto chi vive di teatro, o lo frequenta da anni, conosce molto bene. Malgrado l’autrice affronti i problemi reali con grande leggerezza (o forse scioltezza) l’esperienza che ha sul campo le offre l’opportunità di giocare la carta del Principe di Danimarca. Cosicché, tra un lazzo del bravissimo Gianni Ferreri, nella parte dell’onorevole, e una rivelazione «scioccante» dell’impacciato Marra di Luca Mascolo, battibecchi, tensioni e sfottò si arenano sulle teorie dell’arte drammatica che Amleto enuncia nel III atto, nel quale si criticano gli attori che gesticolano troppo o che interpretano personaggi in modo goffo: toh, proprio come i politici, fa notare la Bianchi! Da qui la svolta che ovviamente non anticipiamo.
Foto: Da sin. G. Latini, L. Mascolo, G. Ferreri, O. Bianchi (© Marco Bellucci)
