23 marzo 2026

«L’amante di Lady Chatterley» da David H. Lawrence (regia, G. Aprea)

«L’amante di Lady Chatterley» di Lawrence (regia, Gaia Aprea)

Roma, Off/Off theatre
21 marzo 2026

UNA CONNIE TROPPO CASTA, ANCHE SE «SCOPA»!

Nel mio immaginario, ancora influenzato da certe audaci visioni giovanili di quando divorai d’un fiato il romanzo di David H. Lawrence, non mi sarei mai aspettato di «incontrare» Lady Chatterley in casto completo cardigan e cloche, con doppio filo di perle al collo, com’è lo stereotipo della signorina perbene, troppo perbene, degli anni Venti. È vero che l’eleganza di Coco Chanel imperversava in quel periodo, ma certe fanciulle che avevano beneficiato di «un’educazione esteticamente anticonformista», come tiene a precisare l’autore per la sua eroina (e sua sorella Hilda), che avevano frequentato «Parigi, Firenze e Roma», che «non si erano sentite minimamente intimidite dall’arte o dagli ideali politici», anzi questi erano «il loro ambiente naturale» tanto da aver frequentato, grazie alla mentalità progressista del padre, i «grandi congressi socialisti», queste fanciulle, dicevo, avrebbero certamente scelto l’altro stile di Coco, quello della donna emancipata, a la garçonne, in pantaloni o in gonne corte a pieghe che lasciavano liberi i movimenti, vita bassa, giusta la cloche aderente sul capo, ma che con altro abbinamento esibisce la figura della ragazza scandalosa, colei che si comporta con estrema libertà sessuale, come la protagonista di un altro romanzo proibito, quello di Victor Margueritte: la pubblicazione del francese La garçonne, infatti, precede di un lustro L’amante di lady Chatterley, che è del 1924.

Per dar vita in scena a Constance Chatterley non bisogna sottovalutare che l’autore scrisse la storia lontano dal plumbeo puritanesimo d’Inghilterra. Per realizzare la sua impudica ispirazione dovette incontrare il sole delle colline fiorentine: è lì che è nata Connie, tra l’arte rinascimentale e la natura rigogliosa. Non a caso la descrive come una «ragazza rubiconda…, corpo vigoroso…, libera…, cólta»: a diciotto anni (che non sono i diciotto di oggi) già aveva conosciuto i piaceri del sesso, «l’amour avait passé par là» si legge nelle prime pagine. E di queste qualità sfrontate il giovane tenente Clifford Chatterley, di nobile schiatta, ne rimase affascinato tanto da chiederle di sposarla. Ora, a me è parso che, nella rilettura della pur brava Gaia Aprea, il personaggio, nell’atteggiamento come nella costumatezza fisica, tenda ad assumere altro carattere: più rassegnato e disponibile rispetto alla possibile condizione di demi-vierge che le si prospetta dopo l’incidente che ha paralizzato il marito.

Prima dell’incontro con il guardiacaccia, nel libro, Connie provoca un approccio con un giovane irlandese, e non solo: particolari che sono stati tagliati nell’adattamento teatrale per ovvi motivi di ridurre i tempi, ma che dovrebbero contribuire a suggerirne il carattere da intraprendere, a dare indicazioni esplicite sulla sensualità libera e straripante che la protagonista contiene, e che invece in palcoscenico l’elegante e stretto cardigan rattiene in movenze e gesti tipici di un’educanda e non quelli piuttosto disinvolti della donna emancipata creata da Lawrence. Cosicché, quando scocca la scintilla con il guardiacaccia Mellors, le parti quasi si invertono e par che sia soltanto lui a sentire l’esigenza di tuffarsi tra le braccia di lei, e non quella di entrambi.

Questa disarmonia con il personaggio principale fa sì che l’attrice sia molto più credibile e spiritosa e adattabile, quando recita le battute sia del cinico Clifford, rappresentato da una sedia a rotelle ricavata da una sdraio marinaresca (siamo però in campagna) di flotta inglese, che del sincero Mellors, energico amante dal temperamento rustico. Un atteggiamento che non rispecchia il linguaggio usato che invece è schietto e moderno: nei rapporti intimi chiaramente non si fa l’amore, ma si «scopa», e non si usano mai altri ambigui e noiosi perbenismi. La Aprea, inoltre, fa apparire anche la sorella Hilda e, inconsapevolmente, dona grande generosità alla memoria del servo di scena: pochi arredi ma sempre in movimento. Troppi! Quando la sedia scivola sulle ruote è certamente Connie che dialoga con Clifford, ma il paravento è spinto da altre mani che sono di servizio, esterne alla vicenda. Inoltre, l’attrice si spoglia, si riveste, si rispoglia in trasparenza (bello ed elegante l’effetto), calza nuovamente la cloche. Avrebbe giovato anche qualche sottrazione agli effetti sonori. Si avverte la presenza – sul palco – di una ridondante regia che incombe con una certa clausura sulla recitazione che comunque resta pulita e vivace, e anzi vorrebbe godere di maggiore libertà. La prosa di Lawrence è un testo più che solido e, pur se adattato e ridotto, mantiene la sua compattezza letteraria e non ha bisogno di tanti sostegni visivi per affrontare la ribalta. La scrittura di Lawrence meritava più fiducia: un monologo, movimentato che sia, non deve assomigliare a una commedia per essere rappresentato. (fn)
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L’amante di Lady Chatterley, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di David H. Lawrence. Adattamento e regia, Gaia Aprea. Selezione musicale, Davide Pennavaria. Spazio scenico e luci, Umberto Fiore. Aiuto regia, Ruben Aprea. Con Gaia Aprea. Produzione, Ge.A. All’Off/Off theatre, terminato

Con microfoni

Foto: Gaia Aprea (© Cosimo Sinforini)

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