L’AMBIGUITÀ DI MADAME È IL DISONORE AGGIUNTO
Benché sia visivamente ambientata in epoca moderna, con uno specchio temporale offerto dagli ingombri scenici che sono i grandi bauli neri da trasporto e che si trasformano in un avveniristico guardaroba con abiti da gran soirée, la regia di Veronica Cruciani idealmente non s’allontana dalle indicazioni dell’autore, che nel 1946 scrive Le serve ispirandosi a un episodio di cronaca nera accaduto nel 1933 a Le Mans: due sorelle a servizio in una famiglia borghese, per un semplice rimprovero a causa di un banale contrattempo, uccisero madre e figlia torturandole crudelmente. Una rivalsa, una vendetta che spinse gli psichiatri dell’epoca (Lacan su tutti) ad analizzare il comportamento delle due donne affette, secondo la scienza, da paranoia. Eppure, nella rilettura della Cruciani, che cura anche un più snello adattamento, gli anni Trenta illuminano la messinscena per l’eleganza dell’alta moda e per una serie di riferimenti cinematografici, più o meno evidenti.
È facile ritrovare nell’apparizione di Madame, maliarda e sensuale con cappello a cilindro, le sembianze dell’affascinante Lola di Marlène nell’«Angelo azzurro»; più sofisticato è rintracciare Gloria Swanson nella mitica scena del finale di «Viale del tramonto» quando Claire, in abito bianco, e su una pedana rialzata, descrive il momento dell’arresto con l’enfasi della star. È su queste scelte icastiche – stavo per dire citazioni, ma il vocabolo poco s’addice al caso – che prende vivace consistenza la metateatrale performance ideata da Jean Genet, sempre in bilico tra realtà e finzione scenica, tra crimine immaginario e omicidio preterintenzionale. All’inizio sembra tutto un gioco: Claire si diverte a indossare gli abiti di Madame e Solange a imitare la sorella, soggiogata dal fascino del potere emanato dalla ricca padrona.
C’è una soffusa perversione sessuale che aumenta gradualmente, con le incitazioni dell’una e dell’altra, pronta a contrarsi su se stessa per raccontare quel mondo senza femminilità, individuato da Sartre già ottant’anni fa. A Claire piace salire sempre più in alto nella scalata sociale, ama apparire bella, truccata, provocante, vuole sentirsi adorata, mentre Solange striscia ai suoi piedi, le lecca le scarpe: un tenace rapporto sado-masochista che mai trascende in un naturale erotismo, ma sempre rispecchia il «pudore» teatrale richiesto dall’autore. Veronica Cruciani mette un freno all’esibizionismo lussurioso delle due serve, che in questo modo vengono stimolate dalla follia che all’improvviso le rende asessuate, ma accentua l’ostentazione un po’ fanatica di Madame: Eva Robin’s, perfetta nella sua ambiguità, chiude il cerchio del malessere delle sue subalterne invidiose, meschine che vorrebbero essere Madame. Loro povere, considerate scarti, appartenente a un ordine sociale basso, volgare, e relegate a un genere dichiarato: donne e basta! Lei, invece, au-dessus, inimitabile e inarrivabile nella sua condizione privilegiata: un disonore che altre Serve in passato non hanno mai subito.
Con microfoni, solo per qualche effetto
