IL PECCATO DA PERSEGUIRE COME ATTO DI RIBELLIONE
Strani fiori quelli di Buzzi Maresca: dal presentimento certamente maudit che affonda le radici nei giardini della Rive gauche, o negli anfratti parigini del Quartiere Latino, cuore de la vie de bohème più disordinata e cupa, ma dai petali profumati che sbocciano lungo il Tevere, in epoca a noi molto più vicina, dove l’arte del Male rivive in ogni angolo di strada occupato da una coperta o da un cartone, che sono le case dei senzatetto, dei clochard, (o come li chiamiamo noi più confidenzialmente) dei barboni. In mezzo a loro, nato dalla penna dell’autore, ce n’è uno che si risveglia, forse di notte, sospettoso come un Ulisse, arrabbiato come un Acab in cerca della sua identità, quella con la quale ha vissuto nel secolo precedente attraverso la poesia di Baudelaire, nel quale egli si riconosce come anima maledetta ma prediletta.
Gianni De Feo vince la sfida teatrale di questo testo che conserva «tratti di versificazione», portando in scena un emarginato dall’animo ingarbugliato, che confonde la sua Jasmine, una puttana di cui s’è innamorato, con Jeanne Duval, la chanteuse mulatta, amante del poeta francese. È un personaggio senz’altro uscito dal catalogo dei relitti (Les épaves) baudelairiani che racchiude la passione per il peccato da perseguire come atto di ribellione nei confronti di una società che, anche all’epoca, ci voleva sempre più retti e ordinati (e finti): questa di Buzzi Maresca è un’acuta analisi dei nostri giorni. Il barbone romano raccoglie l’eredità morale dei Fiore del male e ne fa un suo Vangelo, tanto da rievocare brani di poesie, o singoli versi, o titoli di raccolte, che scritti sui cartoni che ricoprono il suo territorio diventano la scena della sua follia quotidiana. Follia nera, ma follia che fa sempre rima con poesia, pronta a denunciare l’esistenza di chi si lascia vivere con l’animo in periferia.
L’esotico barbone di De Feo è un nostalgico della verità, intesa come intimo pensiero, come modello di vita: riesce ad associare al sentimento malinconico perfino le percosse di quando viene picchiato, gesto in cui riconosce l’impeto verace dell’uomo, e ne prova sollievo perché dà consistenza al suo dolore. Non a caso, al centro della vita mette la carne, anzi le carni che evocano la carnalità del corpo a corpo che si dibatte tra passione e violenza, tra sangue e peccato. Fugge dall’ospedale che lo tiene imprigionato, prova orrore per il disprezzo che gli riservava la moglie, una donna priva di fantasia, uccide la sua Jasmine in un incubo mortale, eppure risorge nel delirio provocato dall’esilio forzato del suo mal di vivere.
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Hanno ucciso Baudelaire (Strani fiori), di Marco Buzzi Maresca. Diretto e interpretato da Gianni De Feo. Elementi scenografici, Roberto Rinaldi. Costumi, Janni Altamura. Drammaturgia musicale, Gianni De Feo. Luci, Gloria Mancuso. Produzione: Florian Metateatro. Al Teatro Sophia: domenica 15, ultima recita h. 18.00
Foto: Gianni De Feo (© Manuela Giusto)
