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21 aprile 2026

«Ricordi autobiografici» (1) di Fausto Nicolini, Seniore

Fausto Nicolini (1903)

Mi è stato chiesto, inaspettatamente, di approfondire le notizie sulla vita di Fausto Nicolini Sr. già da me sintetizzate nella pagina madre a lui dedicata. Tuttavia, mi pare opportuno lasciar direttamente a lui la parola, visto che nel 1956, in una lunga Comunicazione presentata all’Accademia pontaniana [1], di cui fu socio ordinario sin dal 1908 e, in seguito, più volte eletto presidente, egli stesso scrive di suo pugno i Ricordi autobiografici, pubblicati sia autonomamente, negli Atti dell’Accademia, sia poi riproposti da Riccardo Ricciardi in testa a «Il Croce minore», volume da cui sto estrapolando questi suoi scritti. A causa della prolissità del testo mi sono attenuto a rispolverare i brani più significativi per lui e per l’epoca, dividendo la pubblicazione in più parti. (fn)

UNA VITA CONSACRATA AGLI STUDI

Illustri colleghi e cari amici,
una disposizione statuaria non più osservata non solo in questa nostra Accademia, ma anche in parecchie altre nostre consorelle italiche è quella che impone ai soci novellini di non prender possesso del seggio accademico se non dopo d’aver commemorato il socio defunto, a cui ciascuno è succeduto. Nel 1908, quando nella nostra antica sede di Tarsia ebbi l’onore di commemorare il mio predecessore Amerigo de Gennaro-Ferrigni [2], […] le commemorazioni assumevano un tal quale carattere di solennità, tanto che quasi sempre i commemoratori si credevan tenuti a indossare, per l’occasione, un abito di cerimonia o […] quanto meno una giacca nera. Purtroppo, già con lo scoppio della prima guerra mondiale, vennero cadendo in desuetudine non poche belle usanze […] di quel buon tempo antico […] in cui non solamente si sapeva vivere, ma […] si trovava che la vita, travagliosa, affannosa, o dolorosa che a volte possa essere, è sempre cosa assai bella e che, perciò, metta gran conto viverla, e viverla con la maggiore intensità. E tra le cose travolte da quel primo vortice bellico furono appunto le nostre commemorazioni accademiche. Basti dire che già intorno al 1920 non era raro il caso che il commemorando fosse stato raggiunto negli Elisi da colui che avrebbe dovuto commemorarlo: con che sulle spalle del successore di quest’ultimo venivano a gravare […] non una ma due commemorazioni. E ci si fosse fermati a questo numero! […] Lungo gli anni corsi dal 1920 a oggi, esso molte volte è stato elevato alla seconda e, in qualche caso, persino alla terza potenza. [3] […]

16 aprile 2026

Ricordo di Salvatore Di Giacomo, di Fausto Nicolini Sr.

Tra i più divertenti scritti raccolti ne «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) leggo questo affettuoso ricordo del Nicolini sull’amico Salvatore Di Giacomo, di cui pubblico solo la prima parte (di tre). I due si conobbero nel 1896, a Santa Maria Capua Vetere, dove l’avo Niccola (bisnonno del Sr.) acquistò un palazzo ai tempi del suo mandato in Terra di Lavoro come Procuratore regio del Tribunale criminale. All’epoca Fausto aveva appena 17 anni, mentre il poeta, che colà aveva alcuni parenti, ne contava già 36. In quel periodo i miei bisnonni (genitori di Fausto e di mio nonno Luigi), preferivano vivere nell’antica Capua, anziché a Napoli, soprattutto per motivi legati al più facile controllo e amministrazione delle terre e dei fittavoli. (fn)

Napoli, 1962 cc.

ANCORA D’UN AMICO FRATERNO DEL CROCE

Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo è stato il primo letterato napoletano che, nella mia ormai più che decilustre [1] vita di letterato, io abbia conosciuto (naturalmente, nei riguardi di lui, adopero la parola «letterato» nel significato di, come si direbbe oggi, «lavoratore della penna», o, come diceva Ferdinando II, «pennaiuolo»: ché, incarnazione quasi perfetta dell’artista puro, il Di Giacomo era proprio il contrario di ciò che s’intende comunemente per «letterato»). S’era nel 1896, quando egli, che amava, con civetteria muliebre, togliersi alcuni anni, se ne dava una trentina, pure essendo giunto già oltre il mezzo del cammin di nostra vita. E s’era in quel di Santa Maria Capua Vetere, ove allora io, diciassettenne, dimoravo, e ov’egli veniva di quando in quando, ospite, se non rammento male, di suoi parenti lontani, ch’io frequentavo. E l’ho davanti agli occhi, come se fosse ieri, nell’atto in cui in una luminosissima serata estiva, sdraiato su una stuoia fuori una terrazza o, come diciamo a Napoli, «loggia», e circondato da una decina di più o meno venuste [2] rappresentanti del sesso gentile, diceva com’egli solo sapeva dirle, qualcuna delle sue liriche più belle.

05 aprile 2026

A Napoli nel 1711, il primo e unico sciopero del clero (di Fausto Nicolini Sr.)

Quando Fausto Nicolini raccolse gli scritti che andavano componendo il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi, 1963) era il 1962, l’anno degli scioperi. Sin dall’estate del 1960 ci furono aspri conflitti sociali e politici con manifestazioni operaie e popolari che si unirono alla lotta antifascista contro il governo Tambroni. Il 1962 vide una vera e propria ondata di scioperi, non solo tra i metalmeccanici della Fiat, ma di tutta la classe operaia. Furono organizzati molti picchetti ai cancelli delle grandi fabbriche del Nord: le proteste segnarono una svolta nella lotta sindacale. Tuttavia, nessuna organizzazione sindacale dell’epoca avrebbe mai pensato a proporre uno sciopero del clero. Impensabile! Eppure, nel 1711, a Napoli, sotto il regno di Filippo V di Borbone (alias, Filippo IV sul trono partenopeo), ci fu una serrata delle chiese per un litigio per i diritti per le onoranze funebri. Un evento davvero unico nella storia della Chiesa e della nostra Europa. (fn)

UNO SCIOPERO DI PRETI

I nostri organizzatori di scioperi a ripetizione non han pensato ancora a regalarci uno sciopero di preti. Vero è che, se vi pensassero, non credo riuscirebbero nell’intento, giacché nel clero napoletano, via via che esso, assottigliandosi di numero, è migliorato di qualità, ha percorso molto cammino l’idea che un ministro di Dio, il quale, per questioni economiche, ricusi l’opera propria, commette peccato gravissimo, che potrebbe quasi rientrare in quello di simonia.
Diversamente si pensava a Napoli circa duecentocinquanta anni fa, quando, dei cinquecentomila monaci di tutta Italia, il due per cento, ossia diecimila, dimorava a Napoli, la quale, calcolando altresì il clero secolare, i cosiddetti «diaconi selvaggi», chiamati anche «abati di mezza sottana», altre sorte di chierici non tonsurati, cioè i «cursori» e «attuari» (uscieri e birri) dei tribunali della curia arcivescovile, della nunziatura apostolica e della fabbrica di San Pietro, i laici o laiche addetti a chiese, conventi e tribunali ecclesiastici, e finalmente le tante «monache di casa» o «bizzoche», veniva a contare una popolazione ecclesiastica di circa ventimila persone. Numero tanto più esorbitante in quanto, non essendo la popolazione totale della città, decimata dalla peste del 1656, risalita ancora a duecentomila anime, corrisponde a una percentuale aggirantesi tra il dieci e il quindici per cento.

02 aprile 2026

«Giovanni Paisiello… e l’eruzione del Vesuvio…» di Fausto Nicolini Sr.

Sfogliando il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) che raccoglie oltre a una rigorosa Comunicazione presentata nel 1956 all’Accademia Pontaniana, di cui il mio avo fu più volte presidente, molti Scritti varî e la divertentissima Farsa liviana, ritrovo un più breve articolo che racconta un aneddoto che vede tra i protagonisti il musicista Giovanni Paisiello, il quale visse a Napoli gran parte della sua vita e che offrì a re Ferdinando IV una composizione che il sovrano promosse a inno del Regno delle due Sicilie. Mi piace pubblicarlo perché i fatti che si narrano restano vicini all’ambiente teatrale. Nello scritto, inoltre, compare il nome di Benedetto Croce come colui che per primo indagò sulle vicende prematrimoniali e matrimoniali di Cecilia Pallini, che divenne moglie del Paisiello. Purtroppo, mi duole non essere riuscito a rintracciare il frutto dell’indagine crociana, sicuro di potervi scoprire altri gustosi retroscena. (fn)

GIOVANNI PAISIELLO,
GIACOMO GOTIFREDO FERRARI
E L’ERUZIONE VESUVIANA DEL 1784

Scene e scenette napoletane

Tre i principali attori di queste scene e scenette: il Paisiello, sua moglie, donna Cecilia Pallini, e colui che ci ha serbato il ricordo dei suoi colloqui con l’uno e con l’altra, vale a dire il musicista roveretano Giacomo Gotifredo Ferrari, autore di certi Aneddoti piacevoli ed interessanti, i quali, pubblicati primamente a Londra nel 1830, furon ristampati, alcuni anni fa, nella «Collezione settecentesca» del nostro indimenticabile Salvatore di Giacomo.
Del Ferrari basterà dire che nel 1784 contava appena ventun anni e che, ignaro ancora del contrappunto, era venuto apposta da Rovereto a Napoli per istudiarlo. A un lustro dal mezzo secolo era pervenuto già il Paisiello, del quale non è da ricordare altro se non che, reduce allora dai trionfi russi, aveva raggiunto ormai l’apice della gloria. Qualche parola in più è da consacrare, invece, a donna Cecilia, le cui vicende prematrimoniali e matrimoniali trovarono, oltre settant’anni fa, un illustratore nell’allor giovanissimo Benedetto Croce.

10 marzo 2026

«I manoscritti dell’abate Galiani» di Benedetto Croce

«I manoscritti della abate Galiani» di Benedetto Croce

Roma, 9 marzo 2026

Cosa disse, a proposito delle lettere dell’abate Galiani, Benedetto Croce nell’articolo che l’ex ministro del Regno d’Italia, Emmauele Gianturco, indicò all’allora ventiquattrenne Fausto Nicolini? Mi par cosa buona e giusta pubblicare per intero lo scritto del Croce, che anni fa è stato anche per me motivo d’esortazione quando presi la decisione di donare alla Biblioteca nazionale di Napoli, l’intero archivio di Giuseppe Patroni Griffi, di cui ero stato, per un decennio, il depositario. Per non ripetere l’errore già commesso dai miei antenati con le lettere dell’abate Galiani, e soprattutto per non lasciare ai miei figli una scomoda eredità di migliaia di carte a loro sconosciute, il materiale di Patroni Griffi ora è diventato di pubblica utilità presso la sezione della Lucchesi Palli, miniera della storia del teatro napoletano e non solo.

03 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (2)

Roma, 2 marzo 2026

COME CONOBBI BENEDETTO CROCE

II
Storia

Dopo il 1857 i rapporti tra i Croce e i Nicolini si vennero via via allentando, sino a cessare del tutto. Sicché, a principio del presente secolo, il grande Benedetto Croce, di cui mi giungeva sempre più spesso all’orecchio il nome, era per me un estraneo. Tanto più che, pur avendo io seguìto assai straccamente all’Università i corsi di giurisprudenza e strappato una laurea in utroque, vivevo lontanissimo dal mondo degli studi e m’occupavo furiosamente di musica. Nel che è quasi implicito — confesso la cosa con rossore — che del Croce io avessi letto ne verbum quidem e non sapessi nemmeno con precisione di quali discipline s’occupasse.

02 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (1)

Roma, 1° marzo 2026

In vista di una più approfondita – ormai d’imminente pubblicazione – rivalutazione storica, analitica e culturale della figura di Fausto Nicolini (Napoli, 20 gennaio 1879 – ivi, 1º marzo 1965), del quale porto generosamente il nome, vinco una forte ritrosia per rendergli omaggio: non già perché «Zio Fausto» non lo meriti, tutt’altro, ma per quell’atavico pudore che ha sempre frenato prima mio padre e poi me nel voler decantare le lodi degli antenati. Oggi, 1º marzo 2026, data in cui ricorre il 61° anniversario della morte, sollecitato dall’impegno che il mio fraterno amico Simone Misiani, una volta compagno di gioventù, ora anche professore di Storia Moderna, in questi mesi sta prodigando agli studi sull’esimio Don Fausto, fratello di mio nonno Luigi, mi piace inaugurare, su questo blog, una rubrica che ospiti, di tanto in tanto, alcuni suoi scritti, ormai tutti editi, ma per lo più sconosciuti, a cominciare da quello più significativo, nel quale lo zio di mio padre racconta come avvenne l’incontro con Benedetto Croce nel lontano 1903. Una conoscenza che gli cambiò la vita, e che presto diventò un’assidua collaborazione, fino a tramutarsi in amicizia leale e soprattutto proficua.

06 luglio 2010

La giovinezza di Giambattista Vico


IL RIFIUTO DEL CARDINALE E L’ANELLO SACRIFICATO

Gli scrittori e gli studiosi che trattano argomenti meno popolari e meno superficiali di quelli che riscuotono immediato e facile clamore possono trarre una buona dose di conforto da questo episodio. Non è vero, infatti, che il passato sia pieno di soddisfazioni straordinarie e subito riconosciute tali e, di conseguenza, non può esser vero nemmeno che soltanto ai giorni nostri ci dobbiamo accontentare di soddisfazioni più a buon mercato. Non credano costoro che i nomi che oggi costellano un mitico Olimpo abbiano avuto un cammino facile solo perché essi erano essi: certamente son divenuti qualcuno, hanno conquistato un posto nella storia, sì, ma col tempo; resistendo a difficoltà insormontabili, spesso superate soltanto dall’abbrivio della loro fama raggiunta post mortem. Riflettano costoro che il ricordo è sempre una riproposta equivoca della realtà che fu; è, cioè, la rappresentazione dell’evento spesso ripulito di ogni scoria, di ogni addentellato contingente, quando non è, addirittura, la rappresentazione di quello che noi vogliamo che fosse ma che mai fu.

Pour vous