Lo spettacolo che ha debuttato, in prima nazionale, al Festival dei Due Mondi (Spoleto) il 26 giugno è stato visto dal sottoscritto il 20 giugno scorso in prova generale, al teatro della tenuta umbra di San Pancrazio di Peter Stein.
L’AMORE, CHE INFERNO!
Peter Stein, grazie all’esperienza che ormai gli appartiene, sposa con semplice familiarità il teatro di Anton Cechov tanto da coglierne con eleganza tutti i sottintesi drammatici e al contempo ironici, che finanche Stanislavski ne sarebbe invidioso! In quest’ultima fatica il regista tedesco ha fatto di una trama dall’impronta prettamente drammatica, quale è il Platonov, una commedia ironica sui difetti della società e sui vizi della gente. L’autore compose il testo, che è tra i meno rappresentati della sua opera, a soli vent’anni, tra il 1880 e l’81, e – in verità – risente di qualche esuberanza di scrittura giovanile: troppi i personaggi che non hanno uno sviluppo continuo e un po’ vengono dimenticati, qualche eccesso nei caratteri (come il pianto imposto alla figura di Maria Efímovna), qualche ripetizione che ingabbia perfino il protagonista, e soprattutto la lunghezza del testo che giunge alla conclusione dopo quattro atti, di cui il primo potrebbe tranquillamente vivere da solo come atto unico e nemmeno breve.
Il giovane Cechov compose il dramma per Marija Ermolova, famosa attrice del Teatro Maly di Mosca, e, consegnando personalmente il manoscritto, rimase invano in attesa di un riscontro. Deluso, abbandonò l’opera che andò dispersa, ma nel 1920 fu ritrovata tra le carte dello scrittore senza nemmeno il titolo. Occasione che diede ai vari traduttori di ricavarne quello che più s’adattava alla trama. Pernio centrale è il personaggio di Platonov, «la storia di un uomo – parole di Stein – dotato di talento e fascino, ma incapace di trovare un posto nel mondo. È amato da quattro donne, ma non riesce a scegliere. Si perde nei suoi stessi pensieri, oscilla tra desideri e paure, fino a detestarsi. Pensa al suicidio, e proprio quando trova il coraggio di vivere, una delle donne che lo ama lo uccide».
Nel Platonov, Cechov anticipa tutti i temi sviluppati poi successivamente: c’è la costante necessità si esprimere il desiderio di voler emancipare la donna (Zio Vanja), l’ossessione dei costi esorbitanti per il mantenimento delle grandi tenute (Il giardino dei ciliegi), il disgusto per la cattiveria generata dalla noia (Il gabbiano). E soprattutto s’avverte l’imbarazzo di poter dire in società quel che si pensa: motivo per cui Platonov è giudicato un pazzo ma anche un eroe. Stein ne fa un poeta della follia, un romantico antieroe, affidandosi alle stakanovistiche capacità realizzative di Alessandro Averone che regge il personaggio per cinque ore di rappresentazione. Ma il punto, a favore dell’operazione, è proprio questo: il tempo. I quattro atti impostati dall’autore vengono suddivisi dal regista in cinque scene: colorate diversamente; ambientate al chiuso e all’aperto, un’ampia veranda con panchine davanti a un padiglione cinese, oppure tra i cespugli di un giardino che s’illumina di fievoli lanterne e di fatui fuochi artificiali; o in una notte lunare davanti a una casetta in prossimità dei binari del treno, sotto i pali del telegrafo (il progresso in antitesi alla felicità è un altro classico delle intuizioni di Cechov); in una squallida stanzetta di un edificio scolastico; e infine in una sontuosa sala aristocratica dove, sulla parete frontale, svetta una collezione di coltelli da caccia. Le scene sono realizzate da Ferdinand Woegerbauer, il quale, al di là del valore visivo ed estetico, certamente pregevole, ha utilizzato materiali fin troppo leggeri per agevolare i cambi, ma che finiscono per essere talvolta inadeguati a resistere all’energia fisica degli attori. Vedere una parete che si sposta è sempre una sbadataggine. Impeccabili, invece, i costumi di Anna Maria Heinreich.
Si diceva del tempo: cinque ore di rappresentazione, quattro cambi di scena (affatto agevoli), un primo atto molto affollato in cui vengono presentati tutti i personaggi esponenti (chi più, chi meno) della noia, desiderosi di una felicità alla quale non sanno accostarsi, appartenenti al mondo degli illusi. Sono tanti i caratteri e i temi argomentati da Cechov, che in effetti cinque ore nemmeno basterebbero. Eppure, Stein riesce con poetica dolcezza a far scivolare il tempo e a dar corpo alla noia cechoviana prediligendo la leggerezza di un linguaggio visivo quasi giocoso, altalenante, appunto colorato. S’inizia con una partita a scacchi che sarà l’allegoria di un dialogo sempre battagliero, tagliente, in cui la schermaglia si legge anche in un corteggiamento, così come in un baciamano protocollare si può scorgere l’eccesso di una provocazione fino alla minaccia. Ma dove c’è levità e ironia non si rischia di cascare in pesantezze. Certamente qualche taglio al copione, riadattato da Stein, avrebbe giovato, ma pure è evidente che già due personaggi sono stati soppressi. Anche quando s’avverte qualche ripetizione sentimentale, questa non cede mai il passo alla stanchezza.
D’altronde Platonov, con il suo carattere «scorretto» (oggi si direbbe così), è corteggiato da quattro donne che rendono la sua vita un inferno, fino ad ammalarsi: tutte lo vogliono, tutte lo corteggiano; resta il dubbio se tutte lo amino per davvero. Sofia Egòrovna (interpretata con grande passionalità dalla bellissima Maria Chiara Centorami) certamente sì, così come la moglie Sascia (alla quale Odette Piscitelli dona dolcezza e clemenza); più complesse le opposte attrazioni che manifestano Maria Efímovna (Emilia Scatigno in grande spolvero di lacrime tipiche da commedia dell’arte) e Anna Petròvna esempio di donna emancipata, libera da impegni sentimentali e a caccia di forti emozioni. Ruolo centrale del dramma al quale Maddalena Crippa, scivolando sulle profondità dei toni bassi che le appartengono e ripescando qualche simpatico vigore della sua terra riesce a ribaltare i momenti più drammatici in commedia: e si ride di gusto.
Tra i caratteri maschili, promossa a pieni voti la saggia crudeltà di Sergio Basile (ricco ebreo concreto e spietato), l’inconsolabile sofferenza di Andrea Nicolini (qui anche musicista dal vivo, ma fuori scena, insieme con Davide Lorino eccellente chitarrista, costretto purtroppo in uno di quei ruoli che vivono a tratti e risentono di qualche incompiutezza). Ottima l’interpretazione di Alessandro Sampaoli nella parte dell’orco cattivo che spia sempre armato la vicenda e interviene con la veemenza della giustizia tradita: vorrebbe che tutti parlassero una sola lingua sentimentale, adottando la sua schietta sincerità, ma non riesce a donare a nessuno la semplicità delle foreste (dal selvaggio Ossip, nascerà la sensibilità di Astrov). È il personaggio che meglio descrive la rabbia del giovane Cechov che ancora si ribella con violenza a quel mondo a cui non riesce ad adeguarsi. Bravo Gianluigi Fogacci a smuovere dall’infelicità e dall’insoddisfazione di un personaggio che si regge sulle stampelle (in scena e sul copione) la grazia e il compiacimento di una vita più vicina alla realtà: il suo Porfirij Seminòvich è l’antagonista dell’insipienza generale, colui che avrebbe il desiderio di affrontare la vecchiaia serenamente accanto a una donna, il cui rifiuto, però, lo getta violentemente tra le braccia della follia: il suo grido «A Parigi, a Parigi» suona in maniera quasi irriverente all’invocazione «A Mosca, a Mosca» di Irina nelle Tre sorelle.
Foto: Alessandro Averone e Maddalena Crippa (© Manuela Giusto)
