ESERCIZI DI STILE ALLA RICERCA DELLA SATIRA!
Prima mi tolgo un fastidioso sassolino dalla scarpa. Annie Baker, tra le più autorevoli drammaturghe contemporanee statunitensi, già vincitrice di un Pulitzer nel 2014, nelle note di apertura a Circle mirror transformation, avverte registi e attori che si accingono a dar vita alla sua opera di «rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. […] Senza i suoi silenzi diventerebbe una satira, mentre si spera possa essere una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo». Già la pretesa di voler meditare su teatro, vita, morte e passaggio del tempo (argomenti filosoficamente abbastanza impegnativi e molto dibattuti) preferendo, alle parole, pause e silenzi sembra appartenere più al mondo della satira che a quello del dramma. Se qualche insegnamento a riguardo ci è pervenuto dagli antichi pensatori greci, che molto amavano discettare su questi temi universali, lo dobbiamo grazie alle loro parole, ai loro scritti: certamente non siamo stati educati né dai silenzi né dalle pause di quei saggi che precedettero la venuta di Cristo. Se poi la Baker, evidentemente erede di quella ricerca di intima elevazione e folgorazione interiore tipica della beat generetion di Kerouac, pretende di sostituirsi ad Eraclito, Platone e Aristotele con pause e silenzi è liberissima di sperare nella sua «piccola meditazione naturalistica».
Fatta la premessa, veniamo allo spettacolo. Ribadisco che il testo della Baker – malgrado pause e silenzi siano stati rispettati – mantiene indelebile il marchio di satira. Una satira umana dal risvolto riflessivo, un racconto che se scritto in terza persona potrebbe far parte della raccolta di una Comédie humaine più introspettiva, un esercizio di stile sul teatro nel teatro che un Pirandello giocherellone avrebbe potuto utilizzare per imbastire una nuova scena per altri personaggi anch’essi alla ricerca della verità. Valerio Binasco per primo, con quel buffo camuffamento da camionista, col pizzo da cattivo e gli occhiali da duro – lui che solitamente espone, come specchio della sua incantevole lucidità scenica, l’ingenuità di un infante – pare abbia tutte le intenzioni di voler trasformare il «Circle mirror» in un’autentica satira. Infatti, gli spettatori sogghignano di continuo, riconoscendo in quegli esercizi di recitazione qualche esperienza personale già vissuta durante le prove. Sì, perché l’opera della Baker è mirata a un pubblico di addetti ai lavori. Soltanto chi conosce i trucchi del mestiere, ossia quelle particolari tecniche di recitazione, riesce ad associare il ridicolo surreale di una determinata situazione, che si crea giocando un ruolo, al risvolto umano più profondo e sensibile. A meno che non si voglia trasformare l’inganno del Mirror in un riflesso psicoanalitico che mostri le nostre debolezze, la fragilità delle nostre relazioni, in un contesto metateatrale.
Ricordo bene, durante le prove di un famoso Pirandello di qualche anno fa, le lacrime di Mommina, che mentre scivolavano sul volto del personaggio si trasformarono all’improvviso in un pianto convulso e straziante dell’attrice ferita (realisticamente) nell’animo dall’aspro rimprovero di Verri. Il teatro è pieno di questi episodi che restano in precario equilibrio tra la finzione e la realtà; avvenimenti ricostruiti per il palcoscenico che ritornano alla vita, come in uno specchio, in una realtà imprevista. Il percorso intellettuale dell’uomo che pensa al teatro, però, da sempre corre nel senso contrario: ossia, dalla realtà quotidiana si spinge verso la finzione per il palcoscenico. Riconoscere le proprie debolezze, scoprire i propri difetti attraverso l’arte recitativa è normale, anzi dovrebbe essere sempre così. È l’avaro che ha creato Arpagone e non il contrario. E lo stesso accade nei rapporti che critichiamo tra i personaggi in palcoscenico. Ecco la circolarità del riflesso, simboleggiato dal grande anello (sempre presente) dell’hula hop.
Con microfoni esagerati
