LA COSCIENZA DEL PRINCIPE È UNA E TRINA
Che le letture critiche del testo più famoso del Bardo fossero più d’una, e talvolta anche controverse, lo sapevamo e ce n’eravamo fatta una ragione mettendoci in pace con noi stessi e soprattutto senza voler contraddire nessuno degli autorevoli studiosi shakespeariani; che nel personaggio di Amleto soggiornassero indefiniti dubbi che al contempo lo sostengono e lo infragiliscono in ogni istante del suo travaglio, e che questi potessero essere osservati da diverse prospettive, anche, è stato motivo di rassegnazione intellettuale; ma che tre di queste sfaccettature psicologiche, forse addirittura psicoanalitiche, del Principe di Danimarca potessero prendere consistenza scenica e diventare una coscienza in carne ed ossa, spaccata in tre parti, in cui ciascuna dialoga con le altre, questo, sì, è davvero sorprendente.
Per Luca Ariano, che ha curato la regia, e per Pietro Faiella, che ha scritto adattamento e traduzione, Amleto è uno e trino. E, probabilmente, se non avessero avuto l’accortezza di fermarsi al numero della Trinità ne avrebbero potuti aggiungere altri. Ma il tre è perfetto per ispezionare amore, virtute e sapienza di un principe ossessionato da sensi di colpa. L’amore lo si può scorgere attraverso il conflitto edipico individuato da Freud, la virtù nella finta follia indicata da Jones, e la sapienza nel desiderio represso su cui s’è concentrato Lacan. Tre sfumature della psiche che, nella visione di Ariano, contagiano l’intera corte con una nevrosi psicomotoria che si manifesta con evidenti patologie simili a tic in tutti, nessuno escluso.
Non a caso lo spazio scenico è racchiuso (come già accadde nel Riccardo III) in una scatola claustrofobica nella quale sembra che tutto accada nella mente del protagonista: la sua coscienza, infatti, si triplica e ciascuna cerca di influenzare l’altra. Pietro Faiella è un Amleto pronto ad architettare la vendetta, a vedere la sua tragedia con occhio sarcastico e malizioso, attitudine che lo spinge ad armare la mano contro lo zio, che invece resta bloccata grazie all’intervento del suo alter ego, interpretato da Lorenzo Parrotto, il quale, mosso da un profondo dolore interiore, spezza di continuo le sue riflessioni con drammatica ponderatezza. Più distante dall’intrigo incestuoso, governato dalla bramosia di potere di Claudio, e pronto ad allontanarsi è l’Amleto di Roberto Baldassari che trova nel desiderio di fuga l’illusione della salvezza.
Dalla platea – perché al tirar delle somme è sempre lo sguardo del pubblico quello che conta – la fascinazione dell’amletica trinità sorprende in principio, rende interessante il cervellotico svolgimento, ma si perde un po’ nei miasmi della conclusione, quando i nodi della vicenda vengono al pettine. I tre amleti si dividono bene le battute del più famoso monologo teatrale dell’essere o non essere che arriva come una seduta psicanalitica in cui ciascuno interroga l’altro, con il risultato più evidente che il dubbio è fondato e irrisolvibile. Di grand’effetto il dialogo con il teschio del buffone: dalle tavole del palco tre teste (più Yorick) sembrano prender vita dal terreno verminoso del cimitero, riesumate da un’unica coscienza. Lo smembramento chirurgico della coscienza di Amleto è riuscito, a scapito però di una coesione emotiva del personaggio che in questo modo perde il suo naturale equilibrio.
Bene gli altri attori: tra cui spicca Liliana Massari, una Gertrude che sembra uscita dallo schermo di un film in bianco e nero, quasi una diva del muto, e l’amorevole Orazio di Nicola De Santis al meglio della fedeltà sodale. Ofelia è sempre la parte più delicata della distribuzione: Roberta Azzarone trova maggior sicurezza e convinzione quando monta il pathos e l’ansia accelera la follia; lei è la purezza di una ragazza che sente crescere dentro di sé la necessità di una ribellione che non può esprimere e che esplode nell’alienazione mentale. Ariano punta su immagini estremamente forti: sia per Amleto, pronto a iniettarsi all’inizio una dose di eroina (una sequenza che, a mio avviso, stenta a trovare una chiara ragion d’essere, forse perché costruita su movimenti troppo minuziosi, poco evidenti), sia per Ofelia che, invece, nel delirio psicotico arriva all’urofagia come manifestazione compulsiva. Sorprendente anche la scelta di voler affidare a una donna (la graziosa Lucia Fiocco) la parte di Laerte: mi chiedo, però, se una sola frase pronunciata dal fratello di Ofelia sulla dolcezza delle lacrime femminili sia sufficiente a sostenere l’insolita decisione e far di un abile spadaccino un uomo sdolcinato e con coda di cavallo.
____________________
Amleto, di William Shakespeare. Regia di Luca Ariano. Traduzione e adattamento di Pietro Faiella. Con Pietro Faiella (Amleto), Lorenzo Parrotto (Amleto), Roberto Baldassari (Amleto), Liliana Massari (Gertrude), Roberta Azzarone (Ofelia), Nicola De Santis (Orazio), Luca Di Capua (Polonio), Lucia Fiocco (Laerte), Alessandro Moser (Claudio). Scenografia, Luca Ariano e Alessandra Solimene. Costumi, Elisa Leclè. Disegno luci, Nicola De Santis. Movimenti di scena, Sarah Silvagni. Produzione, Lubox Produzioni Artistiche e Teatro Mobile. Al Teatro Studi Cine Lab, fino al 7 giugno
Foto: Amleto uno e trino (© Manuela Giusto)
.jpeg)