20 luglio 2026

S’è chiuso il Campionato mondiale di calcio 2026

Finale mondiale calcio: Spagna-Argentina

Erbalunga, 19 luglio 2026

L’AMARO ADDIO DEL CAMPIONE

Lionel Messi non è riuscito nella storica impresa, riuscita solo a Pelè (1958 e ’62), di alzare la seconda Coppa in due edizioni consecutive del Campionato mondiale di calcio. L’Argentina torna a casa con un bagaglio di lacrime: il suo eroe era lì a un passo dal traguardo aveva trascinato la squadra alla finale dopo alcune, le prime, prestazioni eccellenti, poi però sempre più spente e pigre. L’Albiceleste, è vero, ha avuto un cammino più leggero rispetto ad altre nazionali, ma ha sempre dimostrato d’essere una formazione comunque all’altezza della competizione. Tuttavia, è stata segnata da un’impostazione molto altalenante: ottime giocate, magnifica organizzazione tattica, ma anche tanta stanchezza che lungo il percorso verso la finale è costantemente cresciuta. E, diciamo la verità, la stanchezza nasceva proprio dai piedi di Messi, il quale nelle ultime tre partite lo si è visto quasi sempre camminare e aspettare che il pallone lo raggiungesse per mettersi in moto.

Emblematica è stata la semifinale contro l’Inghilterra, quando Leo ha innestato la marcia vincente, trascinando alla reazione l’intera compagine, soltanto dopo la rete del vantaggio inglese. Forse sono stati quei pochi minuti gli unici che hanno fatto vedere le autentiche qualità individuali e di gioco dei biancocelesti: due gol in rimonta e una progressione caratteriale tipica dei campioni, contro una squadra di levatura superiore, rispetto alle altre già superate nei precedenti turni. E non ci sono stati favoritismi in quello scampolo di partita contro i rossocrociati: favoritismi che tanti hanno voluto vedere sin dal sorteggio iniziale in un girone probabilmente più «comodo» e un cammino nel tabellone agevolato dagli incroci favorevoli e governato dalla fortuna e dal buon gioco.

Sono molti anche coloro che pensano che Messi (e di conseguenza tutta la squadra) abbia giovato dell’occhio di riguardo da parte della Fifa, quella stessa federazione (all’epoca capitanata da Blatter) che ai tempi di Maradona osteggiava l’Argentina, e sempre per questioni che con il calcio avevano poco a che fare: la memoria corre alla finale dell’Olimpico, Italia ’90, vinta dai tedeschi di Matthaeus per un rigore concesso assai benevolmente!

Da allora il vento per i sudamericani è certamente cambiato. Messi ha fatto circolare più soldi che palloni in questo mondiale (non c’è dubbio!) e anche Trump ne ha beneficiato, tuttavia, la stoffa e il fascino dell’indiscusso eroe del calcio dell’ultimo ventennio non può passare in secondo piano. È umano avere un debole per un giocatore come Leo: corretto e silenzioso, determinante e spettacolare, simile e contrario al genio di Diego, l’idolo, il mentore, el diablo, el Pibe. Il rispetto che merita per il suo comportamento sempre sportivo spinge chiunque a preferirlo ad altri campioni, suoi contemporanei, più vanagloriosi e boriosi e sicuramente meno concludenti.

Oggi però è un triste giorno per Messi e per gli argentini tutti (e anche per molti nostalgici partenopei), ma cosa si potrebbe recriminare per questa palese sconfitta? Assolutamente nulla. Anzi, ci si dovrebbe meravigliare per lo scarto minimo di reti con cui gli spagnoli hanno messo le mani sull’ambito trofeo: 1-0. Risultato che premia la Roja ma non mette a fuoco l’apatia del non gioco argentino; non inquadra il passo lento del capitano; la scarsa lucidità dei centrocampisti, la paura di Scaloni, il quale non ha avuto il coraggio di inserire Lautaro al giusto momento.

Il vantaggio è arrivato all’inizio del secondo supplementare e i pochi minuti che restavano non sono stati sufficienti ai sudamericani per scrollarsi di dosso l’apatia di un gioco fino a quel momento statico e di poter predisporre un’offensiva risultata inesistente. Quando Ferràn Torres ha spedito la sfera in rete era il minuto 106 e lo score dei tiri in porta per l’Argentina era ancora fermo sullo zero, mentre la percentuale del possesso palla indicava quasi un 90% a favore degli spagnoli, tatticamente molto più ordinati, e soprattutto consapevoli di essere una squadra composta da undici giocatori senza star e senza supercampioni. Talmente consapevoli che si son potuti permettere anche il lusso di servire un Lamine Yamal non al massimo dello spolvero. Mentre gli argentini mostravano affanno che in qualche elemento sfociava in rabbia più che in gioco: una rabbia scaturita da palese incapacità di organizzazione, di fluidità nel portare avanti il baricentro del proprio centrocampo. Sono stati i rossi, infatti, a impensierire la difesa avversaria in varie occasioni, sin dai tempi regolamentari, affondando sortite pericolose, tanto che il vero Messi era tra i pali con la maglia del portiere a difendere da solo lo zero a zero: lode a Emiliano Martinez, il migliore in campo, superiore a tutti, per prontezza per riflessi, per sicurezza, per quella fiducia che gli altri avevano riposto in un capitano che invece girava a marce ridotte.

Il portiere albiceleste s’è rivelato superiore, ma non è bastato, anche agli undici schierati da De La Fuente, allenatore coi fiocchi, al quale va la corona del mondiale. Il protagonista della vittoria è stato lui: affidandosi a giocatori certamente di talento ha costruito a tavolino tutte le partite, tutte le marcature, tutte le vittorie. A cominciare da quella determinante e schiacciante sulla Francia in semifinale, allorquando i rossi si sono espressi al meglio. Rodri ha vinto il pallone d’oro del mondiale: meritato, sì, ma senza i consigli di De La Fuente probabilmente avremmo visto un altro calciatore sul podio, forse quel Fabiàn Ruiz che in più occasioni è parso determinante durante il cammino verso il trofeo e dotato di un estro imprevedibile.

Doveva essere la finale di Lionel Messi. Così non è stato. Nessun premio al gigante del calcio del nuovo millennio, il quale con questa sconfitta lascia definitivamente la maglia della sua nazionale per la quale ha segnato 125 reti in 207 presenze (quasi il triplo di Batistuta che nella speciale classifica lo segue al secondo posto con soli 47 centri). È stata la sua ultima partita a 39 anni compiuti da poco, senza neanche una gioia, nemmeno il sorriso del titolo di capocannoniere della competizione, strappato in extremis dal francese ‘Mbappé, autore di una doppietta nella stravagante sfida per il bronzo. Eppure, Leo ha dato il meglio di sé dopo il fischio finale, mentre in campo gli spagnoli alzavano le braccia al cielo e sugli spalti era un tripudio di bandiere giallorosse. Il campione, con gli occhi gonfi di pianto e l’argento al collo, dopo aver salutato compagni e avversari, ha raggiunto il punto più vicino ai suoi sostenitori, una valanga di cori biancocelesti e, nella bolgia del MetLife Stadium, ha osservato un minuto di silenzio per ringraziare tutti coloro che lo hanno applaudito ieri e sempre; per chiedere discretamente scusa per non aver centrato l’obbiettivo e per sancire un addio che mai avrebbe voluto festeggiare in lacrime. Comunque, grazie Leo. (fn)
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Campionato mondiale di calcio 2026 Finale: Spagna-Argentina 1-0, gol di Ferràn Torres (106’). Al MetLife Stadium di East Rutherford, New Jersey, 19 luglio 2026

Foto: Lionel Messi (© Eurosport)
 

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