30 marzo 2026

«Miracolo a Milano» di De Sica-Zavattini (regia, Claudio Longhi)

«Miracolo a Milano» di De Sica-Zavattini (regia, C. Longhi)

Milano, Teatro Strehler
24 marzo 2026

IL MIRACOLO NON S’È RIPETUTO

«Tanti auguri a Giulia», il coro della platea dello Strehler

Per un caso del tutto fortuito ho assistito a una replica – diciamo – «particolare» dell’allestimento di Miracolo a Milano: era il 24 marzo scorso, e quel giorno Giulia Lazzarini festeggiava il 92° compleanno. C’era un’atmosfera vibrante in sala e al finale un’ovazione entusiasmante ha salutato la meravigliosa beniamina di casa con un coro, della platea tutta, che intonava «tanti auguri a te… tanti auguri a Giulia». La Lazzarini oggi rappresenta più di chiunque altro la nobilissima storia del Piccolo Teatro. E quindi del teatro italiano. È stato un onore e un piacere averla potuta ammirare ancora una volta, sempre impeccabile, eternamente vivace, sul palcoscenico dedicato al suo maestro, nella parte di Lolotta che, nel film di Vittorio De Sica, fu di Emma Gramatica. Talmente perfetta nel ruolo che, sotto la candida cuffietta da notte, si potevano scorgere evidenti somiglianze tra le due regine della scena nostrana: segno che il talento recitativo ha una sua fisionomia.

24 marzo 2026

«I microfoni in palcoscenico», chiacchierata con Giuseppe Tantillo

Roma, 16 marzo 2026

«PREOCCUPANTE LA SCORRETTA EDUCAZIONE ALL’ASCOLTO»

Sono anni che mi batto per un uso più coscienzioso del microfono in scena. Purtroppo, a poco servono le critiche, gli avvertimenti e i consigli. Sempre più spesso all’apertura del sipario la prima sillaba pronunciata lascia intendere quale sarà l’impostazione della recita. Anche qualche sera fa, alla Sala Umberto, con un’attrice brava ed esperta come Laura Marinoni, i primi minuti sono stati «di prova» per il fonico che (comunque bravo) ha dovuto livellare i volumi a spettacolo avviato, creando ovviamente uno squilibrio di voci e di volumi. Poi tutto si è armonizzato al meglio, ma questo tipo di accortezze fanno ormai parte delle eccezioni: sta diventando regola teatrale, la sopraffazione della voce sul gesto, sull’espressione, sull’emotività dello stato interiore del comédien, perché mentre la prima è amplificata, le altre doti restano contenute in una più naturale esposizione. Non si vuol comprendere che l’arte della recitazione è la summa di varie estensioni sensibili del corpo di un attore che è il mezzo con cui si dà vita al personaggio.

23 marzo 2026

«L’amante di Lady Chatterley» da David H. Lawrence (regia, G. Aprea)

«L’amante di Lady Chatterley» di Lawrence (regia, Gaia Aprea)

Roma, Off/Off theatre
21 marzo 2026

UNA CONNIE TROPPO CASTA, ANCHE SE «SCOPA»!

Nel mio immaginario, ancora influenzato da certe audaci visioni giovanili di quando divorai d’un fiato il romanzo di David H. Lawrence, non mi sarei mai aspettato di «incontrare» Lady Chatterley in casto completo cardigan e cloche, con doppio filo di perle al collo, com’è lo stereotipo della signorina perbene, troppo perbene, degli anni Venti. È vero che l’eleganza di Coco Chanel imperversava in quel periodo, ma certe fanciulle che avevano beneficiato di «un’educazione esteticamente anticonformista», come tiene a precisare l’autore per la sua eroina (e sua sorella Hilda), che avevano frequentato «Parigi, Firenze e Roma», che «non si erano sentite minimamente intimidite dall’arte o dagli ideali politici», anzi questi erano «il loro ambiente naturale» tanto da aver frequentato, grazie alla mentalità progressista del padre, i «grandi congressi socialisti», queste fanciulle, dicevo, avrebbero certamente scelto l’altro stile di Coco, quello della donna emancipata, a la garçonne, in pantaloni o in gonne corte a pieghe che lasciavano liberi i movimenti, vita bassa, giusta la cloche aderente sul capo, ma che con altro abbinamento esibisce la figura della ragazza scandalosa, colei che si comporta con estrema libertà sessuale, come la protagonista di un altro romanzo proibito, quello di Victor Margueritte: la pubblicazione del francese La garçonne, infatti, precede di un lustro L’amante di lady Chatterley, che è del 1924.

21 marzo 2026

Massimo Popolizio legge «Furore» di John Steinbeck

«Furore» da Steinbeck (regia, Massimo Popolizio)

Roma, Teatro Argentina
17 marzo 2026

LA RABBIA DEI POVERI NON HA MAI FINE

Nel 1936 John Steinbeck scrisse per il quotidiano The San Francisco News sette articoli sulla migrazione verso l’ovest dei contadini americani, costretti da un disastro ambientale, ad abbandonare le loro case per cercar fortuna in California. Nel 1930, infatti, le terre dell’Oklahoma furono colpite da una devastante siccità che trasformò le grandi pianure coltivate a mais in deserti, riducendo tutto in polvere. E con la polvere che offusca la vista e secca l’aria s’apre il racconto che Massimo Popolizio porta in scena, seguendo l’adattamento che Emanuele Trevi ha fatto di Furore, romanzo, uscito nel 1939, che da quegli articoli prese forma in soli cinque mesi. Così il narratore diventa il «cronista che osserva l’epopea della migrazione di migliaia di contadini verso la California, dove speravano di trovare una terra accogliente. Invece…», si legge nelle note riportate dall’attore e ideatore del progetto.

20 marzo 2026

«Ashes», uno spettacolo Muta Imago (regia, R. Fazi)

«Ashes», Muta Imago (regia, R. Fazi)

Roma, Spazio Diamante
19 marzo 2026

I FANTASTICI QUATTRO AL MICROFONO

Premetto che la performance mi è assai piaciuta. Premetto anche che la sperimentazione firmata Muta Imago, egida che nell’ambiente teatrale è sinonimo di alta qualità, è stata molto ben concepita. Quattro microfoni in scena accanto ad altrettanti leggii, e una consolle strumentale sulla sinistra. L’ottimo musicista, Lorenzo Tomio, prende posizione, dà il segnale d’ingresso e i quattro attori, al buio, raggiungono le loro postazioni: luce, suono e voci attaccano su tempi precisi, stabiliti dall’attentissima regia di Riccardo Fazi che ha scritto anche la drammaturgia. L’inizio è coinvolgente, avvolto nell’oscurità: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle, / per ch’io al cominciar ne lagrimai. / Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche...» Eh sì, non siamo molto lontani dalle impressioni che Dante trasse appena varcata la porta infernale e il buio lo cinse. Quei lamenti, quei pensieri smarriti nella penombra stimolano il senso dell’udito, proprio come capita al pellegrino nell’Aldilà. Si va avanti con parole apparentemente sconnesse, con frammenti di discorsi incompiuti, con dialoghi appena accennati, perché sono i suoni vocali a raccontare le vite di un’umanità chiusa nel silenzio emotivo della casa, dove sono soltanto i muri che raccolgono i suoni delle solitudini, anche in famiglia.

19 marzo 2026

«La storia» da Elsa Morante (regia, Fausto Cabra)

«La storia» da Elsa Morante (regia, Fausto Cabra)

Roma, Teatro Vascello
18 marzo 2026

«MAMMA, MI RACCONTI LA STORIA?»

Il «c’era una volta» si nasconde dietro la battuta della madre che dall’aeroporto annuncia telefonicamente lo sciopero ai figli, ai quali dice che nell’attesa leggerà un libro. È così che comincia la fiaba: «Un giorno di gennaio del 1941, un soldato tedesco…». Ad osservare più attentamente a come decolla il racconto, è una mamma che narra la favola della buonanotte ai suoi due piccoli. Sul palcoscenico, immediatamente, si materializzano le immagini partorite dalla fantasia dei bambini che, nella penombra della stanza, dove una lucina illumina soltanto le pagine del libro aperto, lasciano entrare i personaggi di cui seguono le vicende e ne ipotizzano le voci che sono le loro voci, e ne intravedono le sembianze che sono le loro stesse sembianze. Sono loro che si trasformano in Gunther, in Nino, in Useppe, nel nonno Giuseppe, in Davide, mentre ai volti delle donne regalano l’aspetto della madre che è lì seduta accanto al letto a leggere La storia.

18 marzo 2026

«Improvvisamente l’estate scorsa» di T. Williams (regia, S. Cordella)

«Improvvisamente l’estate scorsa» di T. Williams (regia, S. Cordella)

Roma, Sala Umberto
17 marzo 2026

L’OMOSESSUALITÀ, O LA PAZZIA DEGLI ALTRI

Nella penultima pagina del programma di sala, le note che forniscono il curriculum di Laura Marinoni, ricordano: «Milanese, debutta in tv a vent’anni e si forma all’Accademia Silvio D’Amico. Giuseppe Patroni Griffi la dirige in numerosi spettacoli diventandone il suo mentore…». Quei numerosi spettacoli furono dieci (calcolando due diverse edizioni dei Sei personaggi…) e l’ultimo fu proprio Improvvisamente l’estate scorsa, la regia che Peppino riuscì soltanto a imbastire. Poi si ammalò e improvvisamente se ne andò. Era il 2005 e Laura era stata richiamata, dopo qualche anno di lontananza dal suo maestro, per ricoprire il ruolo di Catherine. Sono trascorsi più di vent’anni e oggi veste i panni di Mrs. Violet Venable. Non c’è che dire: il suo mentore le sta sempre al fianco. Un’interpretazione che ricorda le dive del cinema degli anni Trenta, quelle che lui amava: altera e spietata come una Joan Crawford, sempre un po’ distaccata dal contesto delle passioni degli altri, cosciente sin da subito del proprio silenzio a protezione dello scandalo, cerca le luci di taglio, posizionate in proscenio, come fossero i primi piani cinematografici che più le si addicono; quasi preferisce fingere un rapporto incestuoso, pur di salvare le apparenze della mascolinità di suo figlio morto l’estate scorsa in circostanze misteriose. Logica, quasi vendicativa, quando tenta di convincere il Dott. «Zucchero» (un ottimo Edoardo Ribatto) che occorre lobotomizzare Catherine per farla tacere, promettendo in cambio una cospicua eredità; e infine ritorna diva nella scelta obbligata di fingersi in preda alla pazzia, che vede come una condanna, «una solitudine peggiore della morte».

17 marzo 2026

«Into the black» di A. Toti (regia, C. Angeli)

«Into the black» di A. Toti (regia, C. Angeli)

Roma, Teatro Tordinona
14 marzo 2026

UN SOFISTICATO NOIR A DUE VOCI

Questa non è la storia di Johnny Rotten, musicista rock anni ’60, inserito da Neil Young nei versi del suo cavallo di battaglia, meglio conosciuto come Hey Hey, My My, eppure il titolo è lo stesso di quel brano canoro che trionfò nel mondo, almeno per un decennio, a cominciare dal 1979, e che Christian Angeli ripropone oggi in versione strumentale, come fosse un omaggio, a chiusura spettacolo. In effetti, Into the black è il la che apre il sipario su una vicenda, sì, noir, ma scintillante soprattutto per il ritmo incalzante delle battute e delle situazioni che si creano durante il percorso investigativo della protagonista che, come Marlene in Testimone d’accusa, tenta di salvare il marito dalla sedia elettrica. Questa è la storia di Alessia Miller, innamorata moglie di Robert, tanto tenera quanto spericolata.

16 marzo 2026

«Bastava leggere» di Ottavia Bianchi (regia, G. Latini)

«Bastava leggere» di Ottavia Bianchi (regia, C. Sciaccaluga)

Roma, Teatro Altrove
15 marzo 2026

«IL TEATRO SI FA COL NULLA»

Buio in sala e due voci, dal tipico accento napoletano, cadenzano il dialogo furtivo di due loschi individui che s’intrufolano in un teatro. Sembrano ladri, ma poi si scopre che soltanto uno è onorevole, l’altro è un bravo ragazzo che l’accompagna, per un sopralluogo, ancora non autorizzato, che ha lo scopo di far redigere al più presto la documentazione per mettere i sigilli a quello che è l’unico spazio culturale di una anonima provincia italiana. Bastava leggere è una divertente commedia, nata dalla fantasia di Ottavia Bianchi, che trova moltissime analogie con la quotidianità di chi gestisce privatamente teatri che faticano a sopravvivere grazie all’entusiasmo, alla generosità e (perché no?) alla fede di chi crede ancora che il sostegno culturale possa essere d’aiuto alla popolazione. Per fortuna, dopo il Covid, almeno a Roma, le platee sono tornate ad essere affollate – questa è una gioia – ma sappiamo di tante altre realtà nazionali che invece stentano a difendersi dalle difficoltà che costi e burocrazia oppongono a un’attività che invece lo Stato dovrebbe sostenere: almeno in parte!

15 marzo 2026

«Hanno ucciso Baudelaire» di M. Buzzi Maresca (regia, G. De Feo)

«Hanno ucciso Baudelaire» di M. Buzzi Maresca (regia, G. De Feo)

Roma, Teatro Sophia
14 marzo 2026

IL PECCATO DA PERSEGUIRE COME ATTO DI RIBELLIONE

Strani fiori quelli di Buzzi Maresca: dal presentimento certamente maudit che affonda le radici nei giardini della Rive gauche, o negli anfratti parigini del Quartiere Latino, cuore de la vie de bohème più disordinata e cupa, ma dai petali profumati che sbocciano lungo il Tevere, in epoca a noi molto più vicina, dove l’arte del Male rivive in ogni angolo di strada occupato da una coperta o da un cartone, che sono le case dei senzatetto, dei clochard, (o come li chiamiamo noi più confidenzialmente) dei barboni. In mezzo a loro, nato dalla penna dell’autore, ce n’è uno che si risveglia, forse di notte, sospettoso come un Ulisse, arrabbiato come un Acab in cerca della sua identità, quella con la quale ha vissuto nel secolo precedente attraverso la poesia di Baudelaire, nel quale egli si riconosce come anima maledetta ma prediletta.

13 marzo 2026

«Le serve» di Jean Genet (regia, V. Cruciani)

«Le serve» di Jean Genet (regia, Veronica Cruciani)

Roma, Spazio Diamante
12 marzo 2026

L’AMBIGUITÀ DI MADAME È IL DISONORE AGGIUNTO

Benché sia visivamente ambientata in epoca moderna, con uno specchio temporale offerto dagli ingombri scenici che sono i grandi bauli neri da trasporto e che si trasformano in un avveniristico guardaroba con abiti da gran soirée, la regia di Veronica Cruciani idealmente non s’allontana dalle indicazioni dell’autore, che nel 1946 scrive Le serve ispirandosi a un episodio di cronaca nera accaduto nel 1933 a Le Mans: due sorelle a servizio in una famiglia borghese, per un semplice rimprovero a causa di un banale contrattempo, uccisero madre e figlia torturandole crudelmente. Una rivalsa, una vendetta che spinse gli psichiatri dell’epoca (Lacan su tutti) ad analizzare il comportamento delle due donne affette, secondo la scienza, da paranoia. Eppure, nella rilettura della Cruciani, che cura anche un più snello adattamento, gli anni Trenta illuminano la messinscena per l’eleganza dell’alta moda e per una serie di riferimenti cinematografici, più o meno evidenti.

12 marzo 2026

«Un dettaglio minore» da A. Shibli (regia, M. Luconi)

«Un dettaglio minore» da A. Shibli (regia, M. Luconi)

Roma, Teatro India
11 marzo 2026

IL SOLILOQUIO DI UN BEL QUADRO

Non si può negare che il grande telo bianco disteso sulla scena, che ricopre alcuni ingombri, tra cui un pianoforte, una cassapanca e cumuli di vestiti e cataste di giornali, smuova una soffusa curiosità. Non si può negare che i movimenti lenti con cui l’attrice ritira il tendaggio, quasi a volerlo riavvolgere nel proprio ventre, per scoprire i resti di un odio nato millenni fa e non ancora finito, susciti fascino. Non si può negare che la voce di Dalal Suleiman si sposi perfettamente con le note musicali che arrivano dal mondo musulmano e immediatamente, insieme, ci ipnotizzano per straniarci dalla nostra realtà in un incantamento che però dura poco. Finito l’attimo della scoperta, terminato il momento della suggestione, evaporata l’illusione della trasmigrazione in Medio Oriente, eccoci tutti seduti a guardarci l’un l’altro e a chiederci con gli occhi se e quando accadrà qualcosa.

11 marzo 2026

«People, places & things» di Duncan Macmillan (regia, P. Favino)

«People, places & things» di D. Macmillan (regia, P. Favino)

Roma, Teatro Ambra Jovinelli
10 marzo 2026

«UN URLO IN CERCA DI UNA BOCCA»

Che Pierfrancesco Favino fosse un ottimo attore lo sapevamo tutti: la macchina da presa ne ha fotografato più volte le straordinarie qualità. Che fosse un bravissimo regista, invece, è una notizia che ancora deve arrivare al grande pubblico e chissà se arriverà, perché parliamo di teatro, quindi, della folla che riempie una platea e la risonanza del plauso è circoscritta, discreta, talvolta anche intima. Comunque, complimenti a Favino: per la sua prima regia ufficiale (dopo gli esordi, sempre portati a buon fine, a quattro mani) ha portato in scena una commedia di non facile realizzazione, con numerosi cambiamenti di scena e con una compagnia di dieci attori che interpretano almeno una ventina di personaggi. Ancora un autore inglese dalla scrittura assai fluida, ma dall’argomento più che solido, Duncan Macmillan scandaglia la vita della giovane Nina che poi sarà Emma e che infine rivelerà d’essere Sara: un’attrice, un’alcolista, una tossicodipendente.

10 marzo 2026

«I manoscritti dell’abate Galiani» di Benedetto Croce

«I manoscritti della abate Galiani» di Benedetto Croce

Roma, 9 marzo 2026

Cosa disse, a proposito delle lettere dell’abate Galiani, Benedetto Croce nell’articolo che l’ex ministro del Regno d’Italia, Emmauele Gianturco, indicò all’allora ventiquattrenne Fausto Nicolini? Mi par cosa buona e giusta pubblicare per intero lo scritto del Croce, che anni fa è stato anche per me motivo d’esortazione quando presi la decisione di donare alla Biblioteca nazionale di Napoli, l’intero archivio di Giuseppe Patroni Griffi, di cui ero stato, per un decennio, il depositario. Per non ripetere l’errore già commesso dai miei antenati con le lettere dell’abate Galiani, e soprattutto per non lasciare ai miei figli una scomoda eredità di migliaia di carte a loro sconosciute, il materiale di Patroni Griffi ora è diventato di pubblica utilità presso la sezione della Lucchesi Palli, miniera della storia del teatro napoletano e non solo.

09 marzo 2026

«Riccardo III» di Shakespeare (regia, Andrea Chiodi)

«Riccardo III» di Shakespeare (regia, Andrea Chiodi)

Roma, Teatro Argentina
8 marzo 2026

IL RE SOGNA (MA FORSE NO)

Soltanto al termine si delinea più chiaramente l’idea che Andrea Chiodi ha partorito per costruire su misura un Riccardo III per lasciar esprimere al meglio l’abilità recitativa di Maria Paiato, indiscussa regina della nostra scena. Un Duca di Gloucester, principe del male, dunque interpretato da una donna, da una voce luciferina, dalle movenze ambigue: tutte caratteristiche che rendono mefistofelico il personaggio più cattivo del panorama teatrale. Tuttavia, la realizzazione di quest’idea risente di alcune stonature che diventano vere e proprie trappole per il regista, il quale non può accontentarsi di una traduzione, seppur aggiornata, ma richiede l’intervento di Angela Dematté per adattare la tragedia di Shakespeare alle esigenze della nuova rappresentazione.

08 marzo 2026

«Marcinelle, storie di minatori», scritto e diretto da Ariele Vincenti

«Marcinelle» scritto e diretto da Ariele Vincenti

Roma, Spazio Diamante
7 marzo 2026

RARA MAGIA DEL TEATRO

Ormai è raro lasciare la platea a fine spettacolo completamente soddisfatti e convinti di aver visto qualcosa di «indimenticabile» (lo scrivo tra virgolette perché negli anni Ottanta si ripeteva spesso, ma oggi, ahinoi, non si pronuncia più!). Marcinelle è un vero e proprio evento teatrale dietro il quale non ci sono grosse produzioni, e questo è il segno più evidente che per far del buon teatro non occorrono tanti denari ma buone idee, non sono necessari i nomi famosi in cartellone ma capacità selettive di chi ha il palcoscenico nel sangue. Capita non più di un paio di volte a stagione di ammirare ancora prove di altissimo livello attoriale, di regie curate nei minimi dettagli: si apprezza l’opera compiuta nella sua interezza, oppure il testo, gli interpreti, o il regista, ma da anni – e la lunga mancanza di quest’emozione mi aveva convinto che difficilmente sarebbe potuto riaccadere – non mi succedeva di provare una simile emozione agli applausi finali. E insieme con me, il pubblico tutto: in piedi, entusiasta e commosso per aver seguito queste incredibili storie di minatori che possono entrare a far parte delle piccole grandi magie del teatro italiano. Ed è un peccato poterne annunciare soltanto l’ultima replica.

07 marzo 2026

«Charlotte & Theodore» di Ryan Craig (regia, M. Farau)

«Charlotte & Theodore» di Ryan Craig (regia, M. Farau)

Roma, Teatro Cometa Off
6 marzo 2026

UN TESTO CHE SI RIBELLA ALLA CULTURA WOKE

Secondo le più recenti indagini di mercato, sono le Birkenstock ad aver soppiantato le Clarke: in Inghilterra sono scarpe diventate emblema maniacale tra coloro che appoggiano i più moderni laburisti, tanto che se ne possono comprare anche due sinistrorse, perché pare che la scarpa destra nessuno la voglia più indossare. La facile boutade viene spontanea dopo aver ascoltato il monologo di Teddy che conclude il suo sfogo di ribellione dicendo: «Non permetterò che la mia lingua venga vigilata da qualche fascista con le Birkenstock.» «Pensi che sia questo il fascismo?», gli chiede Lotty. «Comincia così: cercano di controllare le tue parole, poi i tuoi pensieri, e a poco poco intaccano la tua libertà d’azione». Ryan Craig, inglese del 1972, scrive per la scena l’intelligente dialogo intitolato Charlotte & Theodore (nel 2023), che Massimiliano Farau porta al Cometa Off nella versione tradotta da Enrico Luttman; con il quale contesta tutte le restrizioni e le nuove educazioni imposte dalla nuova cultura precauzionale, quella che per non offendere è pronta ad annientare la storia del Mediterraneo, culla di civiltà e, secondo gli esperti di ultima generazione, anche del patriarcato, del sessismo, del bullismo et similia.

06 marzo 2026

«Don Giovanni», uno spettacolo di Arturo Cirillo

«Don Giovanni» di Arturo Cirillo

Roma, Sala Umberto
5 marzo 2026

GESTUALITÀ MOZARTIANA PER L’OMAGGIO A MOLIÈRE

Malgrado gli autori effettivi siano nomi altisonanti, come Molière e Da Ponte (con Mozart), questo è uno spettacolo che porta indiscutibilmente la firma di Arturo Cirillo. Nessuno dei tre giganti del teatro (di prosa e lirico) riconoscerebbe suo l’allestimento visto alla Sala Umberto del Don Giovanni, e soprattutto all’unisono dichiarerebbero che quel personaggio non è rappresentato così come loro lo hanno pensato. Eppure, la storia corrisponde sia alla trama musicata da Mozart, con Leporello servitore, sia all’altra, simile ma non identica, che Molière mise in scena scrivendo la parte di Sganarello per se stesso. Entrambe sono figlie dell’opera di Tirso de Molina (1616), ma questa di Cirillo si allaccia per ritmi e sonorità al libretto di Da Ponte e alla comicità della scrittura dell’autore prediletto da Re Sole.

05 marzo 2026

«Orlando», da Virginia Woolf (regia, Andrea De Rosa)

«Orlando» da Virginia Woolf (regia, Andrea De Rosa)

Roma, Teatro Vascello
4 marzo 2026

ALL’OMBRA DELLA QUERCIA IN FIORE,
UNA «JEUNE FILLE EN FLEUR»

Non ho fatto a tempo a riprendermi dall’affettuosa ramanzina per non aver apprezzato uno scialbo e vano monologo denso di insensatezze, definito dai più «uno spettacolo al femminile», che il destino mi propone una versione, per voce solo, tratto dall’Orlando dell’immensa Virginia Woolf, romanzo divenuto emblema della fluidità di genere. Andrea De Rosa coglie al volo il momento storico in cui tutti siamo alacremente concentrati a sbandierare i vessilli dell’omosessualità, e a proteggere con fervore la libertà di poter esibire il proprio istinto, ieri di mascolinità, domani di femminilità, per educarci a rispettare i tempi di seduzione dei nostri desideri. E soprattutto a ricordarci che Orlando, personaggio immaginario, scrittore, poeta, cavaliere e inossidabile amante della vita, impiega diversi secoli per vivere entrambe le situazioni, da uomo e da donna. Prima gode della propria esuberanza in un corpo di maschile e poi, dopo un lungo sonno, si risveglia nell’altro sesso per riscoprire le gioia e i piaceri della nuova esistenza.

03 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (2)

Roma, 2 marzo 2026

COME CONOBBI BENEDETTO CROCE

II
Storia

Dopo il 1857 i rapporti tra i Croce e i Nicolini si vennero via via allentando, sino a cessare del tutto. Sicché, a principio del presente secolo, il grande Benedetto Croce, di cui mi giungeva sempre più spesso all’orecchio il nome, era per me un estraneo. Tanto più che, pur avendo io seguìto assai straccamente all’Università i corsi di giurisprudenza e strappato una laurea in utroque, vivevo lontanissimo dal mondo degli studi e m’occupavo furiosamente di musica. Nel che è quasi implicito — confesso la cosa con rossore — che del Croce io avessi letto ne verbum quidem e non sapessi nemmeno con precisione di quali discipline s’occupasse.

02 marzo 2026

«Come conobbi Benedetto Croce» di Fausto Nicolini Sr. (1)

Roma, 1° marzo 2026

In vista di una più approfondita – ormai d’imminente pubblicazione – rivalutazione storica, analitica e culturale della figura di Fausto Nicolini (Napoli, 20 gennaio 1879 – ivi, 1º marzo 1965), del quale porto generosamente il nome, vinco una forte ritrosia per rendergli omaggio: non già perché «Zio Fausto» non lo meriti, tutt’altro, ma per quell’atavico pudore che ha sempre frenato prima mio padre e poi me nel voler decantare le lodi degli antenati. Oggi, 1º marzo 2026, data in cui ricorre il 61° anniversario della morte, sollecitato dall’impegno che il mio fraterno amico Simone Misiani, una volta compagno di gioventù, ora anche professore di Storia Moderna, in questi mesi sta prodigando agli studi sull’esimio Don Fausto, fratello di mio nonno Luigi, mi piace inaugurare, su questo blog, una rubrica che ospiti, di tanto in tanto, alcuni suoi scritti, ormai tutti editi, ma per lo più sconosciuti, a cominciare da quello più significativo, nel quale lo zio di mio padre racconta come avvenne l’incontro con Benedetto Croce nel lontano 1903. Una conoscenza che gli cambiò la vita, e che presto diventò un’assidua collaborazione, fino a tramutarsi in amicizia leale e soprattutto proficua.

01 marzo 2026

«Invenzioni» da Elena Ferrante (regia, Andrea Giannoni)

«Invenzioni», da Elena Ferrante (regia, A. Giannoni)

Roma, Spazio Diamante
28 febbraio 2026

LA FIERA DELLA BANALITÀ IN 70 MINUTI

Nel 2018 il quotidiano inglese The Guardian offrì una rubrica settimanale alla nostra scrittrice Elena Ferrante. La collaborazione cominciò il 20 gennaio del ’18 e terminò il 12 gennaio del ’19. Gli articoli sono stati poi riuniti in un volume intitolato «L’invenzione occasionale». Da questi Andrea Giannoni ne ha ricavata una sfilacciata raccolta di brevi monologhi, che – come gli articoli – parlano per assoli. Gli argomenti sono tra i più immaginifici che la mediocrità possa partorire: il primo amore, del quale la scrittrice ricorda bene soltanto la fermata dell’autobus dove incontrava lui: d’altronde aveva 12 anni e a quell’età anche una pensilina può sprigionare il suo fascino!

Pour vous