mercoledì 26 novembre 2008

Molto rumore per... una bella prova

La RecenZione



Molto rumore per nulla
di Shakespeare, regia di Gabriele Lavia


Gabriele Lavia ha dato spirito e corpo alla sua invenzione registica togliendo tutto il superfluo e, avendo tra le mani perfino una buona traduzione – grazie alla moderna scioltezza linguistica di Chiara De Marchi – anche un po’ del necessario: per questo non ha faticato molto a raggiungere le vette dell’empireo, con l’arma della semplicità e con la rapidità dei suoi interpreti pronti a caricarsi (con l’entusiasmo tipico di chi calpesta le tavole del palcoscenico da poco) di più ruoli e di più mansioni. In scena si vede un lungo tavolo per le prove di una commedia e, molto più avanti, in un angolo, due pianoforti; a terra una ventina di tappeti coprono l’ampio praticabile del teatro India. L’atmosfera, suggerita dagli ingombri, ricorda quella dei Sei personaggi… pirandelliani, ma all’improvviso una ventina di giovanotti invadono con enfasi il teatro. E si comincia proprio con gli attori che interpretano se stessi, ma tra loro non sussiste alcuna differenza di classe, né soprattutto di camerino: non arriva in ritardo la Prima attrice con il cagnolino; manca il Primo attore con la sua prosopopea antiquata; non esiste l’Attor giovane, il Generico. Sono tutti giovanissimi (eccetto due, ma presto, grazie alla magia teatrale, non ci si fa più caso, e anche gli anziani diventano agili e freschi upokrités) e tutti gasatissimi di poter iniziare a giocare al teatro sul serio, come insegna la Figliastra. Da quel momento, fino al termine, non c’è un attimo di respiro. Di corsa gli attori raggiungono il proscenio e – proprio come i personaggi pirandelliani – prendono possesso della scena, ma (a differenza di quei sei – più uno) costoro, per farlo, hanno necessità di travestirsi con abiti che ipotizzano un tempo vago, sì, ma assai antico. Con un gran baccano canoro, costruito ad arte, cantando e danzando un leit motiv molto orecchiabile («Non piangete donne belle, né alla luna, né alle stelle. L’uomo è sempre traditore infedele e ingannatore...») che ritornerà più volte, si intravede subito il marchio musicale e festoso dello spettacolo.
Tutto, infatti, rientra in uno stile di giovinezza. Qualche sbavatura viene rattoppata dall’impudenza con cui la compagnia affronta Shakespeare: questo ci fa capire quanto sia più semplice allestire una sua commedia senza risciacquare il testo negli amplessi (irrazionali e sempre poco seducenti) della nostra psicologia, o di quella capziosa di metteur en scene presuntuosi e problematici, figli e nipoti di un’avanguardia ormai remota. Perfino gli entr’act dei comici, quelli che spesso hanno dato grattacapi ai registi dei nostri tempi, sono apparsi fluenti, non hanno spezzato il ritmo alla vicenda, né la tensione allo spettatore. Il merito primario di Lavia è stato, però, quello di aver individuato nell’attrice protagonista, Giorgia Salari, la sorpresa della serata, quella plausibile verosimiglianza (immaginaria) con il personaggio di Beatrice. Senza questa presenza non ci sarebbe stato il motivo reale per mettere in scena Molto rumore per nulla. Con una simile Beatrice, maschiaccia negli atteggiamenti ma al tempo stesso sensuale e controversa come una “femminaccia”, ma anche simpatica e belloccia, la commedia prende quota da subito, sollevandosi dall’atmosfera di saggio accademico. I romantici equivoci dello Stretto, che tutto hanno di sentimentale tranne che le gelosie stereotipate della Trinacria, trovano fascino e suscitano interesse, senza mai cadere nei facili atteggiamenti del siculo di molti film nostrani. Nella versione di Lavia, di prettamente siciliano, resta la parentesi di Carruba e dei suoi sgherri, nella quale il regista pigia eccessivamente il tasto della gag che rischia, alla lunga, di essere ripetitiva. Di rispettabile riuscita, teatralmente parlando, la trovata elementare per simulare le passeggiate nel bosco in cui i protagonisti rivelano le verità (quelle che non si dovrebbero sapere ma che invece, se i rivali non sapessero, la commedia non andrebbe avanti): due alberelli portati a centro scena attorno ai quali girano gli attori, emulando le gag dei cartoni animati. Già altre volte si è assistito alla stessa soluzione, ma in questo contesto la finzione teatrale appare efficace, perché rientra nell’idea di base che vuole lo spettacolo in prova.
Si è detto che l’allestimento evita il saggio accademico, proprio perché qualche critica, invece, lo annovera tra questi. Evidentemente non ci si vuole render conto che i saggi accademici, ai nostri giorni, ormai sono gli unici spettacoli che risentono, per precisione, di una preparazione vecchio stile: 40/50 giorni di prove (se non di più) con maestri capaci di saper insegnare e allievi disponibili ad apprendere, scevri ancora dai capricciosi vezzi di attori già saputelli e spesso già registi di se stessi prima ancora di conoscere a fondo un testo. Ci si dovrebbe inchinare e si dovrebbe imparare dalla rappresentazione di un saggio accademico, piuttosto che da una messa in scena moderna costruita in maniera superficiale e frettolosa come una fiction. (fn)

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