martedì 6 luglio 2010

La giovinezza di Giambattista Vico



La STORIA





Il rifiuto del cardinale e l'anello sacrificato






Gli scrittori e gli studiosi che trattano argomenti meno popolari e meno superficiali di quelli che riscuotono immediato e facile clamore possono trarre una buona dose di conforto da questo episodio. Non è vero, infatti, che il passato sia pieno di soddisfazioni straordinarie e subito riconosciute tali e, di conseguenza, non può esser vero nemmeno che soltanto ai giorni nostri ci dobbiamo accontentare di soddisfazioni più a buon mercato. Non credano costoro che i nomi che oggi costellano un mitico Olimpo abbiano avuto un cammino facile solo perché essi erano essi: certamente son divenuti “qualcuno”, hanno conquistato un posto nella storia, sì, ma col tempo; resistendo a difficoltà insormontabili, spesso superate soltanto dall’abbrivio della loro fama raggiunta post mortem. Riflettano costoro che il ricordo è sempre una riproposta equivoca della realtà che fu; è, cioè, la rappresentazione dell’evento ripulito di ogni scoria, di ogni addentellato contingente, quando non è, addirittura, la rappresentazione di quello che noi vogliamo che fosse e non lo fu.
Questa introduzione è il miglior modo per rievocare un personaggio tra i più ingiustamente trascurati della nostra cultura: il filosofo Giambattista Vico che il fato, apparentemente avverso, aiutò più volte a forgiare il suo lungimirante pensiero. Nacque a Napoli nel 1668 da un padre “di umore allegro” e una “madre di tempra assai malinconica”, come è scritto nella biografia: “onesti parenti”, definizione che indicherebbe lo stato di una scarsa agiatezza economica. Figlio di libraio, e con altri sette fratelli, il piccolo Giambattista imparò a leggere assai precocemente, ma all’età di sette anni un ruzzolone dall’alto d’una scala gli procurò una grave frattura al capo che lo lasciò privo di sensi per circa cinque ore: “talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe’ tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvissuto stolido”. Profezia che si rivelò del tutto infondata: sia nel primo, che nel secondo caso!
A causa di quella caduta fu costretto a rinunciare alla scuola per tre anni. Lontano dalle lezioni continuò a leggere e a studiare e, quando riprese a frequentare un istituto, si capì immediatamente quanto le sue capacità d’apprendimento fossero maggiori rispetto a quelle dei compagni suoi coetanei; tanto che il padre, intuendone l’indole, lo invitò a seguire i corsi delle classi superiori. Fu lo stesso alunno prodigio a convincere i docenti che l’avanzamento sarebbe stata la scelta più ovvia e opportuna. Quindi passò alla scuola dei Gesuiti dove optò per gli studi filosofici e di diritto canonico. Vedendolo così incline alle materie letterarie e giuridiche, fu mandato presso il tribunale di Napoli “ad apprender meglio la tela giudiziaria”.
Un altro episodio, sempre dovuto al caso, fu determinante per la formazione di Giambattista Vico, il quale, per abitudine familiare, andava spesso a frugare in libreria, e non solo in quella paterna. Capitò che, in una di queste, si trovò al cospetto di uno tra i più esimi giureconsulti dell’epoca, tal monsignor Geronimo Rocca, vescovo d’Ischia. Lo riconobbe, si presentò, e tra i due nacque improvvisa una pacata discussione: l’alto prelato restò affascinato dal ragionamento del giovane sul metodo d’insegnare la giurisprudenza; il suo entusiasmo per quell’arguto studente universitario s’accese a tal punto da proporgli di andare a far da precettore ai suoi nipoti in un castello nel Cilento, dal di lui fratello, il marchese Domenico Rocca. Il lungo soggiorno a Vatolla, sulle colline a pochi chilometri da Agropoli, regalò a Vico la possibilità di poter visionare l’immensa biblioteca di quell’aristocratica famiglia: un patrimonio culturale che divenne allora la base per la formazione vichiana, e oggi è il centro intorno al quale è nata la Fondazione G. B. Vico a Palazzo De Vargas.
Al castello di Vatolla, ora, si giunge percorrendo una strada intitolata alla Scienza nuova, l’opera più prestigiosa di Giambattista Vico, a cui naturalmente è dedicata la piazza principale del paese, sulla quale si affaccia Palazzo De Vargas. Ma è da lì che il suo pensiero filosofico mosse i primi passi e dunque non sarebbe un errore ipotizzare un cammino inverso lungo via della Scienza Nuova che proprio in quella piazza segnò, per il filosofo, il punto di partenza verso la gloria umanistica.
Quando, nel 1725, Vico s’apprestava a terminare la prima versione della Scienza (quella conosciuta col titolo di Scienza nuova in forma negativa, due volumi manoscritti andati purtroppo dispersi), si affrettò a individuare un personaggio illustre e ricco a cui dedicarla; ben sapendo, secondo le consuetudini dell’epoca, che chi avesse accettato tale onore (in questi casi le lodi da parte dell’autore si moltiplicavano a secondo delle necessità!) si sarebbe impegnato tacitamente a fronteggiare le spese di stampa. Chiacchierando con Bartolomeo Intieri, un erudito fiorentino di chiara fama, la scelta cadde su monsignor Lorenzo Corsini, quell’anno già cardinale-vescovo di Frascati, oltre che presidente del Supremo Tribunale Apostolico, oltre che tesoriere generale e governatore di Castel Sant’Angelo, il quale nel dicembre 1725 fece pervenire all’autore della Scienza nuova risposta affermativa. Trascorsi sette mesi e terminata l’opera, Vico “sollecitò o fece sollecitare il Corsini ad adempiere la sua implicita promessa”. Ma la risposta – datata Roma 20 luglio 1726 – non fu quella che Vico s’aspettava. Così scrisse il cardinale:

Illustrissimo Signore, nella visita, ch’io feci ultimamente nella mia diocesi di Frascati, mi occorse di metter mano a molte esorbitanti spese, per le quali ho dovuto poi restringere alcune altre, che qua prima io soleva usare con qualche sorta di larghezza. Su questo confidenzial motivo, che apro alla buona estimativa di V. S., mi riprometto il di lei cortese compatimento, se non ho modo, come per altro bramerei, di secondare la Sua istanza. Gradirò bensì, ch’ella me ne porga l’adeguato compenso, coll’impiegarmi in altre occasioni di Suo vantaggio; e le auguro infine ogni maggior prosperità.

Il determinato rifiuto del cardinale ferì il filosofo più duramente di quanto avesse già provveduto, molti anni prima, il ruzzolone scaligero: questi, infatti, cadde in un periodo di grande sconforto e disperazione. Ma nessun signore è più signore di un napoletano, quand’esso sia d’animo puro. Vico, anche se a malincuore, si rimise a lavoro, e dei due manoscritti ne fece una sostanziosa riduzione; e sentendosi in dovere di onorare la propria parola, si guardò bene dal cancellare la dedica a Sua Eminenza. Il 1730 vide la luce della Scienza nuova prima, che l’autore portò autonomamente ai torchi di stampa sacrificando un prezioso anello familiare.
A margine della lettera cardinalizia, Vico appuntò a malincuore queste parole: “Lettera di Sua Eminenza Corsini, che non ha facultà di somministrare la spesa della stampa dell’opera precedente alla Scienza nuova: onde fui messo in necessità di pensar a questa [cioè alla nuova stesura] dalla mia povertà, che restrinse il mio spirito a stamparne quel libricciuolo, traendomi un anello che avea, ov’era un diamante di cinque grani di purissima acqua, col cui prezzo potei pagarne la stampa e la legatura degli esemplari del libro, il quale, perché mel trovavo promesso a divulgarlo, dedicai ad esso signor cardinale.”
Proprio quell’anno, Lorenzo Corsini, divenne papa Clemente XII e si ritrovò, non certo per meriti, dedicata un’opera tra le più illuminate del nostro panorama culturale. Chissà se fu per liberarsi d’un peso morale, o di un senso di colpa sollecitato dall’Altissimo, che durante il suo papato abbellì Roma d’importanti architetture. L’anno successivo, infatti, il pontefice impose la messa in opera di un famoso progetto (ormai già centenario) del Bernini che rappresentava la storia dell’Aqua Virgo: la fontana di Trevi. E non soltanto: fece restaurare l’Arco di Costantino e ordinò l’edificazione di un nuovo monumentale palazzo sul colle del Quirinale, la Consulta.
Vico, intanto, speranzoso che la dedica avesse suscitato nel novello papa l’orgoglio del riscatto, e che costui volesse davvero impiegarsi – come scrisse nella lettera del 20 luglio 1726 – in altre occasioni a suo vantaggio, gli inviò una supplica per il figlio Gennaro affinché “potesse seguire il padre nella carriera degli studi e, insieme, aiutarlo a mantenere la famiglia”: ovvero – chiese Vico – un assegno annuo fisso, in cambio di benefici ecclesiastici, che naturalmente si condensavano in approfondimenti d’erudizione testimoniati da saggi e trattati filosofici oltre che canonici. Anche quella risposta fu negativa.
Se il lupo perde il pelo, il porporato (quando diviene papa) lascia l’abito rosso; entrambi, però, continuano ad accarezzare il vizio!(fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, dicembre 2009



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