sabato 29 novembre 2008

Nel gelo di Filumena, un Eduardo mummificato

La RecenZione

Filumena Marturano
di Eduardo De Filippo, regia di Francesco Rosi



Leggendo la locandina e conoscendo il temperamento degli attori principali, le attese per questa serata sono tra le più ansiose delle ultime stagioni: Lina Sastri dovrebbe essere Filumena senza nemmeno ricorrere a particolari astrattismi interpretativi; Luca De Filippo potrebbe essere tranquillamente un Domenico Soriano ancor più giusto di suo padre. E la regia? Rosi offre, sulla carta, una certezza qualitativa. Naturalmente, però, si va a teatro anche per essere contraddetti… e infatti, essendo spesso stato investito da una sensazione tetra, pesante delle scene ideate da Enrico Job (grande scenografo scomparso nel marzo scorso), all’apertura del sipario l’ampio salone di casa Soriano mi ha stupito benevolmente: l’eleganza della stanza e la profondità sfruttata per vedere uno spicchio arioso, romantico ma non troppo, della Napoli borghese, non di quest’odierna ma di quella ancora con parvenze nobilissime, è stata la prima nota a favore della messa in scena.
Comincia il primo atto, del terzo e ultimo allestimento eduardiano della coppia De Filippo-Rosi (che in tre stagioni ha riportato alla ribalta anche “Napoli milionaria!” e “Le voci di dentro”), e i due protagonisti li troviamo in proscenio l’una a sinistra e l’altro a destra, ognuno con il suo fido subalterno alle spalle. La posizione agli angoli della scacchiera ricorda un infantile gioco, detto universalmente “i quattro cantoni”; ma quell’antico passatempo era vivacizzato da repentine corse e accompagnato da urla festanti; Rosi invece, optando per una recitazione che mantenga il più possibile a distanza la facile tentazione della popolaresca sceneggiata (diciamo pure: per non rischiare la sceneggiata) gela tutto. Quindi i quattro personaggi in scena restano per tutto l’atto rintanati ognuno nel proprio cantone, non azzardando mai una mossa, nemmeno nei momenti più viscerali. E in Filumena (testo e personaggio) questi non mancano. Da principio il gelo suggerito da Rosi regala al pubblico esperto una curiosa novità, un’intuizione inaspettata, soprattutto per chi conosce le appassionate corde recitative della protagonista che in questo modo è imbavagliata, costretta ad un rigore molto efficace, quasi altero. Al termine del primo atto però il gelo si trasmette (in parte) anche in platea per l’eccessivo immobilismo: la staticità fisica e la fissità recitativa consegnano un Eduardo (autore) tumulato e mummificato. Si sente un gran bisogno di movimento e, quando il sipario si riapre sulla scena comica tra i due subalterni, lo si spera e lo si anela; invece la cameriera entra, conquista il suo angolo avanti a sinistra e da lì non si muove più, ricordando anche nella recitazione l’imbavagliamento imposto dalla regia. Poi arrivano i figli di Filumena che offrirebbero la possibilità di maggior movimento, ma non è così: tutto resta fermo. Immobilità che nel pubblico si trasforma in irritazione.
Successivamente soltanto a lei, alla protagonista, è concesso di muoversi – perché il personaggio lo richiede e finalmente l’ottiene – e la Sastri prende coscienza delle sue possibilità artistiche così ben trattenute durante la prima parte. Se l’immobilità iniziale aveva rappreso la protagonista, la seconda immobilità (quella degli altri) regala all’attrice più slancio e coraggio: da che le sue battute risentivano tutte, come da prassi, della regola della baritonesi trasferita al dialetto napoletano, la Sastri riesce a osservarla anche “in puro cecoslovacco”, come simpaticamente osservò una nobile voce autoritaria qualche anno fa. A seguire la trama resistono in pochi: non più i non napoletani, e nemmeno poi i napoletani, ma solo chi conosce il testo a memoria. Un delirio di frasi smozzicate e accennate, frantumate e recuperate a briciole sparse, insomma una vera sofferenza; un delirio che si riflette negli atteggiamenti e nei gesti ripetuti con l’ossessione di un automa: lo scialle preso per i pizzi e richiuso sul petto, le mani che cascano sempre e solo sulle gambe. Dall’altra parte resiste la staticità di Luca De Filippo, credibile, a questo punto, più come statua di Don Giovanni che come l'energico Soriano. E c’è pure quella degli altri costretti eternamente alle corde: vietato per loro conquistare il centro del ring; e, nelle uscite, costoro, per pronunciare per intero le battute di sortita, zoppicano (da attori, non da personaggi) sulla porta, quasi ad arrivare a pestarsi i piedi con finti passettini.
Il terzo atto. La stessa identica scena rivestita a festa con fiori che annunciano l’arrivo degli sposi. Eccoli giungere dall’ingresso in fondo a destra. E’ il momento più movimentato, quello che visivamente distoglie lo spettatore da una sonnolenza cullata dai suoni incomprensibili di Lina Sastri, la quale finalmente ora può dar libero sfogo alle sue lacrime senza doverle nascondere. Ricordiamolo: Filumena non sa piangere perché – lo rivela essa stessa al primo atto – “solo chi conosce ‘o bbene sape chiagnere, ma Filumena Marturano, bbene, nun l’ha maje conosciuto”; la Sastri invece sì, sape chiagnere, e le lacrime, durante gli atti precedenti, le scendono a iosa, incurante di quanto afferma. Una contraddizione per qualunque occhio critico.
All’improvviso cala un siparietto e in trasparenza alcuni servi di scena portano via tutto, fiori, corbeilles, tavolo da pranzo, sedie, divanetti e poltroncine (mai usate, chissà perché!); al rialzarsi della tela le luci sul fondale si abbassano oscurando la bella Napoli e un proiettore illumina solo una poltrona al centro. E’ evidente che i protagonisti hanno traslocato in un’altra stanza. Ma non è così, perché subito ci si accorge che essi entrano ed escono dallo stesso ingresso in fondo a destra. Perché allora la scena è mutata? Nessuno lo capisce. Non lo può sapere nessuno, tranne coloro di buona memoria che assistettero, molti anni fa, a un recital di Eduardo al teatro Tenda in cui, il grande attore colloquiava con la voce registrata della sorella Titina rappresentata, anche allora, da quella stessa poltrona: un tenero omaggio (da attribuire a Luca De Filippo, più che a Rosi) a suo padre e a sua zia: un omaggio che, per la maggior parte del pubblico resta un arcano. (fn)

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