giovedì 12 novembre 2009

La regia stordita dell’allegro obitorio


La RecenZione



Una volta nella vita
di Gianni Clementi
regia di Felice Della Corte


Chissà se Gianni Clementi, autore di questa divertente pièce teatrale, è a conoscenza che già nel 1930 due signori americani, amanti del grande cinema hollywoodiano, ispirati dalla comicità dei fratelli Marx, scrissero Once in a lifetime (Una volta nella vita, appunto), riproposta in Italia nel 1993 dalla compagnia di Giuseppe Patroni Griffi, équipe definita da un critico “la nuova Shakespeare Company”. Mi pongo questa domanda perché il copione ideato da Clementi non ha nulla a che fare con l’opera degli americani: tranne che per il medesimo titolo, è tutta un’altra vicenda. Lì, i protagonisti, tre scalcagnati attori di teatro, andavano in cerca di fortuna (quella che passa una volta nella vita) sperando di poter insegnare l’arte della recitazione ai divi del muto all’improvviso spiazzati dal vidaphone, il sistema che donò voce alle immagini proiettate dalla pellicola; qui invece, ci si trova in un obitorio al cospetto di quattro cadaveri freschi di giornata pronti a dar spettacolo dei loro peccati commessi in vita… una volta, cioè!
Lasciando da parte la commedia di George Kaufman e Moss Hart, addentriamoci in quella di Clementi, il cui lugubre ambiente lascia interdetto lo spettatore ben disposto dagli annunci, sui giornali e nel foyer del teatro, a gustarsi una serata all’insegna della comicità e della leggerezza. Per fortuna, in un periodo in cui è stato riesumato il mitico Thriller di Michael Jackson, morti che s’alzano e camminano sono all’ordine del giorno e l’iniziale impressione macabra è parzialmente attutita.
Sin dall’inizio, però, le movenze e i toni impostati dalla regia agli attori sono sfacciatamente comici, laddove la comicità ancora non si è dichiarata. Ed è questa la base sulla quale mi permetto d’impostare la critica. Clementi, infatti, da autore, agisce su due pedali: calibrando comicità e serietà. E, secondo me, questa felice intuizione dovrebbe far da guida alla cifra registica, che invece ama prediligere esclusivamente il pedale comico anche quando non se ne sente la necessità. Si sa: far ridere, oggi, è un’arma televisiva abbastanza comune, e cavalcare l’onda è assai più semplice che fenderla. Ma qui siamo in teatro e possiamo anche fare a meno del digitale comico. In teatro, come ben sanno Kaufman & Hart, e come anche Gianni Clementi ha impostato la sua scrittura, si devono dosare con precisione gli ingredienti, come in una pasticceria, altrimenti, esagerando con lo zucchero, il troppo dolce potrebbe diventare stucchevole. La vis comica arriva, da testo, dal lamento del mago-morto. E’ su di lui, sul personaggio interpretato con spigliatezza dal simpaticissimo Marco Cavallaro, che Della Corte avrebbe dovuto puntare per i momenti più esilaranti, riservando agli altri personaggi una maggiore capacità per riportare le macabre tensioni alla mercé del pubblico. Il continuo scimmiottare battute ed avallare gag da parte di tutti non giova all’equilibrio dello spettacolo. Si tratta proprio di seguire l’ago di una bilancia che irrimediabilmente qui pende sempre da una parte, anche quando il testo cerca di tirarlo dall’altra.
Tuttavia il pubblico, diseducato da inappropriati stravizi televisivi, se la ride con gusto; di conseguenza gli attori si fanno spesso trascinare dal divertimento della platea, quando invece dovrebbe essere esattamente il contrario: “Tu, esimio spettatore, ridi quando lo voglio io, e se voglio farti piangere, piangerai al mio comando”, ecco quale dovrebbe essere la filosofia di un teatrante.
Non a caso i duetti scambiati con il presuntuoso e spocchioso bancario, dalle sofisticate sembianze di Alfonso Liguori, sono quelli che maggiormente risentono della necessità di cambiare registro di recitazione: sarebbe stato opportuno abbracciare, per esempio, l’imperturbabile stile di David Niven – che di film comici ne fece un centinaio – oppure, restando in patria, Vittorio De Sica. Invece, l’attore s’è dovuto caratterialmente costruire addosso una parte che sul copione non c’era e che col copione andava a cozzarsi. E anche lo sfortunato ladruncolo di Andrea Pirolli, che rappresenta addirittura il lato tragico della vicenda, s’imbambola troppo spesso nell’inutile ricerca (oggi convenzionale) del sostegno del pubblico, per la battuta ammiccata, per l’effetto forzato che il testo non prevede.
L’osservatore poco esperto obietterà: saranno gli attori, allora, a commettere questo genere di esuberanze? No, rispondo, perché gli attori, quando agiscono in coro verso un unico traguardo, significa che a quel traguardo sono stati indirizzati da qualcuno. E da chi, se non dal regista che non ne ha frenato le naturali irruenze, e le consuete scivolate?
Altro difetto che trovo – ma sempre e solo nell’impostazione registica – è una superficialità di movimenti. Mi spiego. Se si hanno in scena quattro lettini con le rotelle perché non smuovere, di volta in volta, la scena creando sempre nuove possibilità agli esecutori, anziché prediligere la pericolosissima ribalta? La ribalta crea imbarazzi nel teatro di prosa che è ben differente dalla rivista, genere ormai riservato alle scabrose esibizioni visibili soltanto al piccolo schermo (piccolo, per modo di dire!). La scena in cui viene simulata una seduta spiritica proposta in piedi e direttamente rivolta al pubblico… che senso ha? Non è una seduta spiritica, ma diventa una sorta di passerella dell’avanspettacolo, che non c’entra nulla con le atmosfere suggerite da Clementi.
Una volta nella vita resta, comunque, un divertente spettacolo in cui, da una parte autore e attori (l’intera compagnia è di buon livello tecnico), hanno materiale artistico da proporre, e dall’altra la regia tende a semplificare e a risolvere con un modo di far teatro che il teatro non contiene... non dovrebbe contenere. (fn)

Nessun commento:

Posta un commento