02 aprile 2025

«Le due regine», di Roberto Russo

Roma, Off/Off Theatre
1° aprile 2025

«LA PACE NON È UN MIRACOLO, È SACRIFICIO»

Le due regine si affrontano in un incontro di boxe. Entrano nel rettangolo presentate da una voce fuori campo che annuncia i loro ingressi: di sfidante, la scozzese Stuart, e di campionessa, l’inglese Tudor. Prima di cominciare a darsele di quella ragione che da una parte è santa (ma un po’ mignotta) e dall’altra vergine (ma dichiaratamente inacidita), ascoltano le regole imposte da Roberto Russo, autore cólto e fantasioso, che si diverte a costruire un match tanto bizzarro quanto pieno di verve e di verità storiche. Sono naturalmente «vietati i colpi alla nuca e alle reni – annuncia lo speaker alle contendenti – e soprattutto evitate di picchiare sotto la cintura perché potreste avere delle sorprese!». Svelata con un tocco di ironia la teatrale scelta di far recitare due uomini travestiti da regine. Gianni De Feo e Bruno Petrosino irrompono sul ring, nascoste da eleganti maschere veneziane, con un prologo di riscaldamento prima dar inizio all’incontro: Maria Stuart, dopo anni di prigionia dovrebbe essere la più arrabbiata, dovrebbe scalpitare per recuperare il tempo perduto, il trono mai avuto, e invece sfodera un’apparente delicatezza d’animo che la rende già preda succulenta dell’altra, Elisabeth Tudor, una iena che non perde uno sguardo per gettar veleno.

01 aprile 2025

«M. informato dei fatti», di Filippo Maria Macchiusi

Roma, Spazio Diamante
31 marzo 2025

UN’EMOZIONE NON LASCIA INDIFFERENTI

Non è soltanto M. – che probabilmente sta per Macchiusi – ad essere informato dei fatti. Anche noi abbiamo indagato, prima ancora di leggere le note che l’autore, l’interprete e il regista ha scritto su se medesimo. La più avvincente notizia è che Filippo Maria raggiunge la ribalta di un palcoscenico dopo una laurea in Medicina e Chirurgia, e vi approda con un certo ritardo, verrebbe da dire: sì, perché, al contrario dei soliti incidenti di percorso che la passione artistica rappresenta per molti ragazzi, i quali si scoprono attori, cantanti o altro per fatalità, in questo caso sono gli studi universitari ad essere stati d’impaccio all’accensione della precoce fiamma teatrale che ha infuocato l’animo del giovanissimo Macchiusi. Se per un verso è lodevole e auspicabile che un dottore in Medicina si dedichi ai traumi del teatro nella speranza di sanarli, dall’altro non vorremmo che il contagio del malanno di cui soffre la scena nazionale possa corrompere un così determinato e dirompente entusiasmo artistico, oltre al fisico possente che lo contiene.

31 marzo 2025

«Una relazione per un’Accademia», da Franz Kafka

Roma, Teatro India
30 marzo 2025

IL PRIMATE DI MARINELLI BALLA SULLE NOTE DI CAROSONE

Se Gregor Samsa, trasformatosi all’improvviso in un gigantesco coleottero, è il prototipo del personaggio kafkiano, se Joseph K., inspiegabilmente arrestato per cui deve difendersi da un’accusa che non conosce, è colui che, meglio di altri, rappresenta il soggetto di una situazione kafkiana, una scimmia che subisce una metamorfi fisica opposta a quella di Gregor (da animale a uomo) e arriva ad essere invitata dai membri di un’Accademia a tenere una relazione sulla sua esperienza e sulla vita precedente, una scimmia così, dicevo, diventa la summa del ritratto del panorama letterario di Franz Kafka.

30 marzo 2025

«Bianco», di Giuseppe Tantillo

Roma, Teatro Belli
29 marzo 2025

UN INVITO A NON SEPPELLIRSI NEI GIORNI FELICI

Difficile riuscire a pensare che la più brutta malattia abbia un colore, difficilissimo poi poter immaginare che sia vestita di bianco, «come una sposa il giorno del matrimonio». Eppure, quando si osservano le cellule guaste, esse paiono tingersi proprio di bianco, e, come una sposa davanti all’altare, resta lì, attaccata al suo uomo, finché morte non li separi. Le infinite sfumature di Bianco contengono anche questa possibilità, che più che un colore è una macchia, alla quale non si pensa mai, ma che, quando arriva, non si cancella più, nemmeno se sparisce. Giuseppe Tantillo ci accompagna in un viaggio senza tempo: potrebbe essere consumato in un lampo, come in un anno o in dieci, o forse più. L’incontro che descrive tra Mia e Lucio potrebbe essere reale, ma anche soltanto il bagliore di una speranza di lei o di lui. O forse, come sembra dalle apparenze, di entrambi.

29 marzo 2025

«La pulce nell’orecchio», di Georges Feydeau

Roma, Teatro Vascello
28 marzo 2025

HÔTEL FEYDEAU, DOVE LA FOLLIA DIVENTA L’ARTE PER SOPRAVVIVERE

Finalmente una regia che con franchezza dichiara di non volersi prendere sul serio e che affronta il gioco del teatro con la sapienza dei fanciulli e con l’entusiasmo del divertimento e della leggerezza. In scena, una compagnia di dodici attori affiatatissimi che sanno dosare l’arte del jouer le role con il giusto spirito giocoso che è alla base del «facciamo finta che tu sei la moglie, lui è il marito e l’altro è l’amante». Il merito va a Carmelo Rifici che fa apparire il divertissement come fosse un’improvvisata, dall’aria talvolta ostentatamente maldestra o azzardata, mentre invece è un perfetto meccanismo di tempi, movimenti, battute e gag con ingressi e sostituzioni che si avvicendano di continuo. L’idea della regia si appoggia su un gran classico del vaudeville francese: La pulce nell’orecchio che Georges Feydeau scrisse nel 1907 per svelare quei desideri di trasgressione che fanno parte della nostra vita quotidiana: tutti vorremmo evadere, ma tutti vorremmo rimanere fedeli. È il «sentimento del contrario» che, come sostiene Pirandello, diventa il distintivo umoristico che Feydeau traduce, attraverso i suoi personaggi, con «l’avvertimento del contrario» suscitando esilarante comicità.

28 marzo 2025

«Ti ho sposato per allegria» di Natalia Ginzburg

Roma, Teatro Quirino
27 marzo 2025

UN MATRIMONIO ALL’INSEGNA DELLA STRAVAGANZA

La lettura che Emilio Russo ha prediletto (e realizzato poi in scena) di Ti ho sposato per allegria soffre della stessa constatazione che il regista ammette pubblicamente nelle note che scrive di suo pugno. Secondo lui l’opera di Natalia Ginzburg è «Stuzzicante. Gustosa. Stratificata. Come la parmigiana di melanzane che, chissà perché, è l’unico menù previsto…». Probabilmente il desiderio di sole estivo e il profumo di un piatto casalingo e prelibato hanno avuto la meglio sulla complessità del rapporto tra Giuliana e Pietro. La conferma giunge dal fatto che nelle note di regia manca la parola più importante, divorzio, fondamentale per comprendere un legame matrimoniale che è conseguenza di un’allegria che – già nel titolo – sta ad indicare un’imperdonabile superficialità. La commedia è stata scritta nel 1965, in pieno subbuglio politico tra i partiti progressisti che si battevano contro la reazionaria volontà della Democrazia Cristiana tenacemente opposta alla possibilità di una legge sul divorzio. Legge che fu approvata in parlamento nel 1970 e rimessa subito in discussione fino al definitivo referendum popolare sull’eventuale abrogazione del 1974. Ben nove anni di contestazioni nazionali prima di arrivare a una sentenza definitiva.

26 marzo 2025

«Erodiade» di Giovanni Testori

Roma, Teatro Vascello
25 marzo 2025

FRANCESCA BENEDETTI,
E LA PAROLA SI FECE SANGUE

Al teatro Vascello, due serate dedicate a Francesca Benedetti, novant’anni a novembre prossimo. Al termine della performance la platea gremita è esultante, tutta in piedi, e le tributa un’ovazione: «Sento davanti a me un tale muro d’amore che non riesco a trattenere la commozione», dice l’attrice ringraziando. Si è appena alzata dal trono che l’ha tenuta prigioniera di un demonio per oltre un’ora. Erodiade, monologo di Giovanni Testori che la Benedetti porta in scena ormai da tempo. È Marco Carniti che, con un’attenta regia fatta di immagini, la sostiene; anzi, verrebbe da dire, che la trattiene, tanto è potente l’ardore dell’interprete che rispecchia fedelmente le intenzioni della scrittura. Il personaggio ideato da Testori è una furia e incarna l’odio più violento, è un vulcano che erutta livore e l’attrice non si risparmia nel mostrare l’intimità dei sentimenti più reconditi: l’odio per la figlia, la rabbia per aver fallito l’incontro della vita, il veleno nei confronti di Erode. L’invidia, tanta invidia, per la bellezza di Salomé, perché la sua, ormai, è sepolta.

25 marzo 2025

«Visita al padre», di Norm Forster. Lettura

Roma, Teatro Argentina
24 marzo 2025

QUANDO L’ALZHEIMER DIVENTA FONTE DI VERITÀ INAUDITA

Non dirò un’assurdità, anche se tale potrebbe apparire, se confesso che dopo lo spettacolo ho sentito un forte desiderio di correre a casa per mangiare del formaggio. Non era fame, piuttosto il modo più istintivo e naturale di partecipare, ancora, al dramma (sotto forma di lettura) che avevo ascoltato all’Argentina. Sì, perché nel momento in cui Donald, il vecchio padre, a cui ha dato voce un dolcissimo e spiritoso Massimo De Francovich, racconta il momento più sconvolgente della sua esistenza, la tanto attesa verità, lo fa chiedendo con capricciosa insistenza un pezzo di formaggio che in quell’istante rappresenta l’unica ragion di vita, il sostentamento di ogni sua necessità. Così, l’ingombro pesantissimo che il vecchio sta finalmente rivelando, dopo sette anni di indagini del figlio, su un segreto che egli nasconde da circa quarant’anni, passa in secondo piano, come fosse la cronaca di una serena gita domenicale e non come una liberazione epocale. Ed ecco che, mentre gustavo il mio boccone di formaggio, ho avvertito il compiacimento di aver partecipato a quella confessione «spericolata» e inaudita, a cui volevo offrire solidarietà e comprensione, convivialità e fratellanza.

23 marzo 2025

«Favole di Oscar Wilde», uno spettacolo di Giancarlo Sepe

Roma, Teatro La Comunità
22 marzo 2025

PER COMINCIARE A LEGGERE IL NOSTRO ANIMO

L’atmosfera delle favole appartiene a Giancarlo Sepe come una parola al vocabolario. Gli appartiene per natura intellettuale, per concepimento mentale ed emotivo; e da lì non può scappare, perché Sepe si è appoggiato attorno a questa passione, che è un capolavoro di astrazione, e le ha donato concretezza. Già entrando nel suo teatro sembra di immergersi in un antro favolistico in bianco e nero, dove alle pareti svetta l’immagine della favola cólta, della favola surrealista, i cui protagonisti sono sempre adulti destinati all’afflizione di dover guardare la realtà da un osservatorio assai infantile e puro. E in occasione dell’omaggio a Oscar Wilde – spettacolo che torna in scena a 24 anni dal suo debutto – è palese il riscontro. Si entra, infatti, in una giostra che sarà avvolta dal buio, facendoci diventare gli oggetti del dissidio di un gioco per bambini guastato da un diversivo per adulti: lo stesso contrasto che si verifica tra il piacere distensivo offerto dall’ascolto di una favola annunciata e la sensazione claustrofobica che avvolge lo spettatore durante la visione.

22 marzo 2025

«Guerre», di Louis-Ferdinand Céline

Roma, Ar. Ma Teatro
21 marzo 2025

«LA GUERRA È CHIUSA NELLA MIA TESTA»

Se si dovesse fare una recensione si dovrebbe crocefiggere l’iniziativa che è ancora da perfezionare e forse più. Ma stavolta me ne astengo. E il motivo c’è. Allora dirò che questa non vuol essere una critica, piuttosto il resoconto di una serata molto interessante. E preciserò anche che Ivan Festa ha avuto l’accortezza di intrattenersi, al termine della performance, per condividere la sua idea e per ascoltare le perplessità di chi lo ha seguito con attenzione. La materia trattata è consistente, potente, storica e vale la pena sostenere sia il progetto che l’esecutore. Difficilmente potrà assumere la forma spettacolare di una rappresentazione, ma Guerre (mi raccomando: è da leggere alla francese!), quando metterà le ali, sarà certamente una bella novità scenica, letteraria certamente, ma soprattutto sarà una descrizione poetica di un capitolo inedito della Grande guerra.

Pour vous