BRUCE, DA SOLO, CONTRO LA REPRESSIONE DELLA PAROLA
Dietro le cinque grandi lettere che, mentre il pubblico prende posto, magnifiche e luminose svettano in palcoscenico, componendo il nome di Lenny, di cui Giuseppe Pavia vuol raccontare la storia, si nascondono le scene. Alessandro Chiti usa le prime due per dar l’idea di un camerino di un night club e le ultime due per rappresentare il bar del locale, lasciando la N centrale come elemento fisso. Sono girevoli spinti a mano dagli attori, i quali, entrando e uscendo, preparano l’ambiente dove recitare per poi rivoltarlo di nuovo verso le quinte. La commedia lambisce le due ore e i «cambi di scena» non sono pochi, quindi, passata la prima ventata che potrebbe avere il sapore della solita novità, il peso e la ripetizione dei movimenti creano un certo sovraccarico, forse addirittura un ritardo eccessivo nei tempi, mentre lo stile del testo e la regia che lo accompagna desiderano un po’ più di scioltezza, di leggerezza, di sveltezza.









