lunedì 27 giugno 2011

"Quando eravamo..."


La RecenZione


"Quando eravamo..."
Interludio in versi di
Fausto Nicolini

Immagini di
Giuseppe Patroni Griffi



Una pubblicazione che vuole essere un prezioso omaggio a uno tra le più eclettiche e rappresentative personalità artistiche del Novecento, presentandoci un suo lato ancora inedito: la fotografia.
Non c’è neppure un’ombra di riaffermazione trionfalistica in questo interludio di Fausto Nicolini che inalbera un titolo dispregiativo per rovesciarlo in antifrasi; c’è piuttosto un mood malinconico nei confronti di un tempo, di una società, di un costume rivissuti come in una zoomata a ritroso sul filo di un’autoironia leggera e controllatissima.
Il libro si apre con un verso destinato a diventare tacitamente emblematico. Quando eravamo… - lungi dal voler essere una monografia su un artista, o una storia della lettura silenziosa dei generi sessuati di una cerchia di intellettuali – sollecita il sospetto verso chi ama isolarsi in chi, invece, come gli amarcord di quando si stava insieme, rimane fedele ad un dialogare tutto asessuato e trisessuale. Un incontro tra il rigore del memoriale, gli estri dell’intuizione poetica e l’intricata fluidità dell’album di documentazione fotografica; un percorso a ritroso nella vita di quel giovane drammaturgo, scrittore, regista teatrale e cinematografico, conosciuto come Peppino Patroni Griffi. Tuttavia, Nicolini, come altri poeti, si pone in una direzione di scrittura che mette al centro il rapporto tra soggetto e realtà, tra concretezza e visione, tra individuo e molteplicità, in una poesia che si assume il compito di essere, non lo specchio della storia privata dell’autore, ma l’espressione dell’esperienza vissuta che tocca i grandi temi della vita.
Quando eravamo… è stata scritta ricalcando e sottolineando la singolare dote artistica di Giuseppe Patroni Griffi, quella sua geniale e naturale strafottenza o, come scrive Raffaele La Capria, “la divina spregiudicatezza”.
E a Peppino Patroni Griffi è dedicata.


Per acquistarlo invia un’email a posta@onyxeditrice.com



"Quando eravamo..."
Interludio in versi di Fausto Nicolini
Immagini di Giuseppe Patroni Griffi
Onyx Editrice
Anno: 2011
ISBN: 978-88-89410-37-0
prezzo: € 30

giovedì 24 febbraio 2011

“Orgasmi e balocchi” diversivi sul tema del gioco nell'eros




Alle Stanze segrete, dall’8 al 13 marzo pv,

sarà di scena

Orgasmi e balocchi

spettacolo teatrale ideato e interpretato da Carmela Ricci
diretto da Fausto Nicolini, su testi erocomici di autori vari.




Sei diversi monologhi erotici/brillanti. Un percorso, divertente e divertito, attraverso varie esperienze di gioco nell`ambito dell`eros unite dal filo conduttore del “gioco” nell’eros, inteso come divertimento, e leggerezza. Uno spettacolo per lasciarsi tentare da un universo mai conosciuto abbastanza e, chissà perché, ancora offuscato da tanti tabù. Il monologo finale, tratto dall’omonimo racconto erotico della stessa Ricci “Il regalo” pubblicato a novembre del 2009, è stato premiato nel 2010 al Festival di corti teatrali Short.


Teatro STANZE SEGRETE, via della Penitenza, 3 (Trastevere) Roma
Orari spettacoli: dal lunedì al sabato h 21, domenica h 19
Prezzo biglietto: € 13
consigliata la prenotazione allo 06.687.26.90 / 388.924.60.33

domenica 5 dicembre 2010

Quando la commozione non arriva per caso

La RecenZione


Donna Rosita nubile


di Federico Garcìa Lorca
regia di Lluis Pasqual




Da quanto tempo, in teatro, la commozione non mi scuoteva!
Per una volta mi piace cominciare a scrivere d’istinto. Puro istinto. Perché, è vero, assistendo a “Donna Rosita nubile” il sentimento che mi lega al teatro – a una certa idea del teatro in cui sono cresciuto, quella che affonda le radici nell’educazione teatrale – ha subito il trauma del risveglio. Lo stesso che, paradossalmente, prova chi all’improvviso esce dal coma e d’incanto recepisce di nuovo le vibrazioni dell’esistenza. Che qui, tradotto in termini emotivi, si chiama nostalgia. E’ la nostalgia di vedere rappresentato il rigore, cioè l’etichetta scomparsa delle grandi rappresentazioni, l’omaggio a un Credo certamente acatollico ma ugualmente sacro. Una devozione rivolta non esclusivamente al cosa sì è visto (che pure ha la sua valenza), ma piuttosto al come è stato riproposto. Il teatro, si sa, è un gioco infinito durante il quale la Signora Finzione cerca di imitare la Signora Realtà; unica regola: guai a prenderne il posto, pena la catastrofe. Ma a catastrofi, ben peggiori, abbiamo assistito in questi anni: quando abbiamo visto la prima delle due madame andarsene da sola per la sua strada, senza alcuna meta, cioè senza alcun rigore, osservando esclusivamente la regola del pressappochismo, delle mezzecalzette: l’esempio di teatro che alla lunga accompagna lo spettatore affezionato verso un coma critico sempre più profondo, verso l’incapacità di giudizio critico: un letale anestetizzante.
Lluis Pasqual, regista catalano da qualche anno ormai di casa al Piccolo di Milano (il teatro che fu di Strehler, ente produttore dello spettacolo), indica la giusta cura per venirne fuori: per combattere una crisi anestetizzante offre il viatico estetizzante – con meravigliosa violenza, e anche con un pizzico di ammirevole presunzione! Ripropone una storiella semplice, scritta da Garcia Lorca (nel 1935) alla vigilia della guerra civile spagnola, imbiancandola di eternità e di universalità: via i riferimenti storici, via i rossi iberici, via le fiammate andaluse per dar forza e vigore alla parola, alla dizione perfetta riproposta da un cast straordinario, alle movenze leggere quasi astratte, spesso danzate, per dilettarsi con i tempi che scandiscono la cronologia della vicenda. Ci sono due sipari bianchi sul fondo che, spostandosi da destra a sinistra e viceversa, segnano le fasi di un valzer lungo una vita – quella di Donna Rosita, appunto – ora con un Andante, ora con un Adagio, ma sempre in un’atmosfera da lento bolero che naturalmente occhieggia soltanto alla Spagna, senza mai la minima prevaricazione. Una delicatezza che sottolinea l’elegante sensibilità del metteur en scene!
Un pianoforte e qualche sedia dipinti di bianco, tutto qui; poi soltanto trasparenze (le scene sono di Ezio Frigerio) e abiti per lo più candidi (di Franca Squarciapino). E in questo candore e in queste nebulosità disegnate dal leggero tratto dell’onestà dei protagonisti s’individua il pregio maggiore della regia: aver dosato il rigore tecnico degli attori con l’intransigenza morale dei personaggi. Condotte pregevoli che, osservate con severità, s’avvalorano e si rafforzano a vicenda: per cui il dolore del tradimento, l’onta della menzogna, acquistano un carattere così forte, così offensivo, che trascinano lo spettatore fino all’odio nei confronti di colui che ha ingannato la bella Rosita. L’attesa della quale risulta commovente attraverso i dialoghi, a volte veri e propri resoconti, tra una zia appena disincantata, e un’anziana tata genuina, addirittura saggia, ma di quella saggezza contadina che oggi può coglierci impreparati. Il dramma, infatti scorre con parole liquide, alla velocità della caduta di un lungo ruscello di montagna, i cui sobbalzi sono intervallati da quelle pozze d’acqua, apparentemente calme, segnate dagli interventi della protagonista, capace tuttavia di portare una ventata di autentica freschezza che si raggela proprio quando riceve la visita delle amiche o finte tali.
Gli attori, eccellenti, meritano senz’altro una segnalazione particolare; ma occorre una premessa che ancora corrobora la qualità dell’operazione. Pasqual, per portare in scena una storia semplice, ma di raffinata scrittura, si affida a esecutori esclusivamente di scuola classica. Non è un caso. Certe commedie vanno sostenute, oltre che da una regia esemplare, anche da una recitazione impeccabile. Se si può trovare un neo nel parterre attoriale lo si individua nel caratteristico timbro vocale della signora Andrea Jonasson (nella foto), che in questa occasione, di tanto in tanto, stona con il candore dell’atmosfera, con l’impalpabile liquidità delle parole, con l’inconsistenza degli eccessi drammatici, riportando lo spettatore ad una realtà dalla quale gli altri interpreti cercano di elevarsi. Magnifica la prova della signora Franca Nuti che ha ricordato il modo modesto e grandioso di stare in palcoscenico delle storiche Morelli, delle Ferrati, delle Brignone; ottima la partecipazione di Gianfranco Dettori che aggiunge, alla svagatezza del personaggio, un pizzico di poesia non priva di una certa autoderisione. E immensa è Giulia Lazzarini. Che grande attrice! Come riesce ad appropriarsi delle minuziose civetterie del ruolo: si direbbe una servetta, anche se costruita dall’autore con dovizia di particolari; ma quale intelligente e raffinata immedesimazione, al limite di leziosità sempre controllate e mai eccessive, di una freschezza inesauribile, e continuamente calibrate con tocchi d’ironia soffusi e discretamente trasognati. Signori, chapeau! (fn)

venerdì 1 ottobre 2010

Ancora sul principe della jettatura



La STORIA






Innominato da Dumas, scopriamo chi era

(II parte)



Avevamo lasciato il nostro jettatore a bordo di una imbarcazione francese veleggiando verso Tolone, rattristato per la morte del fratello ucciso in duello per causa sua, e per la dipartita del padre stroncato dal dolore. Alessandro Dumas dedica un intero capitolo del Corricolo al viaggio del principe di *** verso lidi lontani – ma noi, non avendo la sua penna, lo riassumeremo in poche parole per non cadere in stucchevoli ripetizioni – tragitto durante il quale il capitano del vascello, non avendo tenuto in seria considerazione le maldicenze sul conto del suo ospite (prima di salpare da Napoli un’anima pia s’affrettò a metterlo in guardia onde prepararlo a qualunque imprevisto) non fece a tempo a ricredersi che, dopo due giorni e mezzo di navigazione, all’altezza di Livorno, si vide costretto a virare bruscamente verso la Corsica per evitare l’attacco di due bastimenti inglesi. Il principe lo rincuorò appena intuì che il vento premiava l’alta velatura di bordo e la forma snella dello scafo, agile a scivolare leggero sulle acque. “Con il levante in poppa non li sentiremo più abbaiare”, disse pavoneggiandosi il capitano soddisfatto della distanza guadagnata sulle inseguitrici. E il principe di rincalzo esclamò mirando a est l’orizzonte: “Oh, durerà, eccome se durerà!”. E la voce del marinaio di vedetta si levò forte e allarmata: “Il vento salta da est a nord”. In pochi minuti il vascello fu raggiunto e bombardato da entrambi i lati. Nulla potettero i francesi: si arresero e furono tratti in ostaggio. Il povero capitano, rassicurato dai vincitori affinché il principe, rimasto naturalmente illeso, fosse preso in consegna su uno dei due bastimenti, chiese il permesso di andare a prendere effetti personali in cabina e si sparò. L’ammiraglio inglese, comprendendo che l’ospite fosse persona di stimabile levature, gli offrì i migliori servigi, riservando le celle più anguste alla ciurma dei prigionieri.
Quel che non riuscì alla potenza delle armi francesi, riuscì alla potenza del principe. Soddisfatti del bottino conquistato, i britannici spiegarono le vele e si diressero verso le Baleari certi che nessuno li avrebbe disturbati. Appena, però, scorsero le coste delle isole iberiche, un nuvolone nero si addensò su di loro e all’improvviso le acque si tinsero di un bianco funesto: una violentissima tempesta scatenata dal maestrale li investì a tribordo spezzando ben due dei tre alberi; le onde s’alzarono più alte dei torrioni di un castello e i marinai francesi, dapprima sbatacchiati, furono liberati. La nave fu scaraventata sugli scogli e soltanto alcune scialuppe furono in grado di raggiungere il porto di Minorca. Scrive Dumas: “Il principe di *** aveva sopportato la tempesta con la stessa buona sorte con cui eluse il combattimento navale ed era disceso a Mahon senza aver neanche sofferto il mal di mare”. Noblesse oblige!
Lontano da Napoli gli echi delle sue “virtù” si affievolirono. Viaggiò incessantemente per l’Europa alla ricerca di serenità. Soltanto il suo amministratore manteneva con lui rapporti per ovvii motivi e un giorno sparse la voce che finalmente il principe aveva preso moglie e presto sarebbe tornato nella città natia. Notizia dai più salutata con le mani in tasca alla ricerca di cornetti o altro.
Quando sbarcò, dopo cinque anni, la sua stella funesta era rimasta intatta: soltanto aveva aggiunto agli occhiali, la tabacchiera che, stando al codice della jettatura, avrebbe raddoppiato l’influsso maligno. Con lui scesero dalla nave la moglie e due bambini. Immediatamente i napoletani riconobbero nel maschietto l’erede potenziale del principe: stesse labbra, stesso sguardo, stessa camminata; la certezza fu immediata, il dono fatale era stato tramandato geneticamente. Ma dove c’è un carnefice c’è anche una vittima. E la prescelta era lei, la bambina, Elena, creatura deliziosa educata dalla madre con sani e severi principi. Fu naturale che crescendo, la bella Elena attirò su di sé le ammirazioni dei giovani aristocratici napoletani. Tra loro ce ne fu uno, il conte di ***, malvisto dal principe per via di certi trascorsi burrascosi da spudorato donnaiolo, e proprio di lui Elena s’innamorò. Dovette lottare oltre un anno contro i capricci del padre per arrivare a strappargli l’accordo. Finalmente, quando vide la figlia sull’orlo di una grave malattia a cui la medicina non poteva porre rimedio, il principe acconsentì alle nozze e, dopo il gran ballo dato per l’occasione, salutando gli sposi, dimenticando tutti i pregiudizi – proprio lui! – che aveva nutriti nei confronti del genero, disse con aria paternalistica: “Venite, cari figliuoli, a ricevere la mia benedizione!”. Pose i palmi delle mani sulle loro teste e pronunziò parole che si rivelarono un vero e proprio anatema: “Crescete e moltiplicatevi!”. Dopo sei mesi la figlia confessò di essere nelle stesse condizioni in cui si trovava prima del matrimonio.
Napoli si divise: gli uomini dalla parte di Elena, le donne (molte delle quali a ragion veduta) dalla parte del conte. Si ricorse prima alla prova del “Congresso carnale” (un’usanza medievale per provare se l’uomo fosse realmente incapace di adempiere ai suoi doveri) e infine alla decisione della Sacra Rota di annullare il matrimonio non essendo stato consumato. Trascorsero tre mesi ed Elena tornò all’altare per sposare un cavaliere, ma al momento del congedo dai genitori, quando il principe si apprestava a lanciare la sua benedizione, la figlia alzò le braccia inorridita gridando: “Padre, vi prego, non una parola di più”. Quando, tre giorni dopo, ritrovò i genitori, Elena profuse un sorriso così radioso e soddisfatto che i comprensibili timori materni immediatamente si dissiparono.
La nascita del nipote determinò una tregua inaspettata. Il piccolo divenne il beniamino del nonno al quale rendeva teneri sorrisi in cambio di affettuose coccole. Furono questi i motivi che resero il principe distratto – diciamo così – dal posare il suo occhio su altri. Innocuo sì, ma a tempo determinato! Fino a quando un giorno ebbe l’incarico di recarsi in Francia da Carlo X di Borbone per congratularsi, a nome del re di Napoli, per l’ultima impresa bellica: la presa di Algeri. Questa nuova incombenza diplomatica lo avrebbe, però, costretto a staccarsi per qualche tempo dall’amato nipotino e il fastidio lo rese di pessimo umore: giunse a Parigi il 24 luglio 1830, fu ricevuto due giorni dopo dal sovrano e l’indomani scoppiò la rivoluzione di luglio. Dieci giorni di tafferugli e il trono di Francia passò a Luigi Filippo d’Orleans, dopo 241 anni ininterrotti di reame borbonico.
Il principe riprese la strada di casa e approfittò per far tappa a Roma per ossequiare il Santo Padre. Pio VIII gli offerse la pantofola da baciare, poi l’anello e… tre giorni dopo volò tra le braccia Signore.

***

Fermiamoci qui, perché questi ultimi due eventi storici e sicuramente databili offrono all’attento lettore del Corricolo di Alessandro Dumas la possibilità di capire lo spirito con cui l’autore de I tre moschettieri e de Il conte di Montecristo riportò le impressioni del suo lungo soggiorno napoletano. E’ vero che molte delle sue opere sono annoverate tra quelle storiche ma è inconfondibile lo stile romanzesco, spesso ironico, a volte deliziosamente giocoso. Un’analisi delle date ci aiuta a comprendere che il Dumas (appunto giocando con argomenti disimpegnati e aperti al divertimento intellettuale, quale può essere questo della jettatura) abbia commesso qualche leggerezza storica. Dice infatti che il famoso jettatore giunse a Parigi il 24 luglio 1830 e in pochi giorni il trono di Francia cambiò casato: è vero, i riferimenti storici di questi avvenimenti sono esatti. Ma è riscontrabile anche la morte di Pio VIII (Papa Castiglioni): notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 1830. Dunque è poco credibile che il nostro protagonista, smanioso di riabbracciare il nipotino, abbia impiegato ben quattro mesi per ritornare a Napoli. Onore comunque al Dumas, il quale contribuì ad arricchire con il suo prezioso autografo un argomento così tipicamente partenopeo, ricostruendo senz’altro con qualche immaginazione l’esilarante personaggio del principe di ***.
Suvvia, possibile che a distanza di secoli non si possa ancora pronunciare il nome di costui? Lo storico Fausto Nicolini – che del firmatario di questi articoli fu il prozio – stretto collaboratore di Benedetto Croce, scoprì, tra gli archivi che andava quotidianamente sviscerando, l’arcano del principe. Si chiamava Cesare della Valle, duca di Ventignano, nacque a Napoli nel 1766 e morì nel 1860. Si dilettò con le lettere e scrisse, oltre a innumerevoli versi, anche alcune tragedie, tra cui lo stesso Croce ricorda una Medea. Negli archivi familiari Fausto Nicolini senior rintracciò la prova scritta dell’appendice giudiziaria che sortì dall’episodio della “benedizione paterna”: la figlia del duca, donna Olimpia (e non Elena, come scrive Dumas), era andata in sposa al duca di Parabito, don Giovanni Ferrari, e il loro matrimonio fu effettivamente annullato: avvocato di quella causa di separazione fu, infatti, Niccola Nicolini, ministro del re e bisnonno di quel Fausto.
Addirittura il più illustre don Benedetto, nei Quaderni della Critica (1945, n. 3, c. III) trovò tempo e diletto per dedicarsi alla jettatura, prendendo a pretesto la Cicalata del Valletta (che abbiamo introdotto nell’articolo precedente), e si domanda: “Perché mai a Napoli, negli ultimi decennii del settecento, si parlò e si scrisse tanto della jettatura, a segno che questa parola … diventò nota anche ai forestieri, come si vede nei libri di Dumas e Gautier?” Moda, suggestione, ozio? Alla base c’è senz’altro “un intimo piacere” – come sottolinea il Valletta – un gusto perverso di certa umanità nel voler trovare argomenti di conversazione poco impegnativi su cui si possa ridere e spettegolare. Non si creda quindi che la jettatura sia argomento restaurato (abbiamo già detto che nacque dai miti greci) dalla bassa plebe, piuttosto dalle “smorfiette delle vezzose dame – citiamo Croce – che davano o trasmettevano e diffondevano il tono del prescelto modo di artificiale aborrimento”. In altri termini: come potevano opporsi al tedio di certe noiose serate salottiere quelle dame senza troppi interessi intellettuali e con limitati argomenti di conversazione? Spettegolavano, attribuendo a questo o a quello il fascino di poteri malefici. E non va sottovalutata l’analogia storica: furono Venere e Giunone, due donne, a partorire il germe della jettatura e donne furono le restauratrici, a discapito degli uomini. Raramente, infatti, si è parlato al femminile nel mondo del malocchio!
Lo stesso Croce (notoriamente adepto al “Non ci credo, però…”) riporta un episodio che potrebbe illuminare un po’ di più. Tra il 1840 e il 1850 a Napoli si diffuse voce che un altro gentiluomo possedesse capacità catastrofiche. Costui, però, di temperamento assai focoso, prese la consuetudine a sfidare in duello chiunque sussurrasse il suo nome o prendesse precauzioni al suo passaggio. Accadde che giunse a Napoli un ignaro signore russo, il quale fu informato subito della pericolosità di tale gentiluomo, ma, fidandosi della sua educazione, non credette a una sola parola di quanto gli riferirono e quando a cena chiese chi fossero i commensali, udendo di nuovo quel nome, proferì appena un “Ah, quello!”. Il gentiluomo si avvicinò subito al russo per avvisarlo che l’indomani avrebbe dovuto rispondere dell’offesa. Il giorno dopo si fece il duello e al primo scontro lo straniero fu ferito alla fronte. Mentre si procedeva alla medicatura, la vittima cercò di scusarsi con l’avversario: “Signore, io sono russo, non credo alla jettatura; ma riconoscerete che è un caso ben strano che, appena giunto a Napoli, il primo nome che abbia appreso ieri sia stato il vostro, la sera stessa vi abbia incontrato di persona, e oggi mi capiti, da voi, una sciabolata sulla testa!”
Ancora Croce riferisce di un colloquio che ebbe con il suo amico e letterato tedesco Karl Vossler, studioso e amante delle nostrane meraviglie artistiche e naturali. Quando nel 1915 l’Italia s’apprestava a entrare in guerra contro la Germania, il Vossler corse a cercare conforto dall’amico per la sciagura che avrebbe potuto provocare il conflitto: maltrattamenti, distruzioni, incendi. Vossler a un certo punto scoppiò addirittura a piangere, imputando al suo popolo il possibile massacro di tanta bellezza; ma Croce lo rincuorò: “Al posto vostro, mio caro, non piangerei troppo sulla sorte dell’Italia. Vedete, noi siamo un poco jettatori: la storia ci insegna che chi prende le armi contro l’Italia finisce sempre male”.

***

Concludendo la nostra cicalata sulla jettatura, in due puntate, ci preme risolvere un naturale quesito. E’ risaputo che Napoli ha esportato nel mondo la pizza, e in qualunque parte del pianeta la parola “pizza” è associata all’immagine del Vesuvio o a quella di Pulcinella. La jettatura, a differenza della pizza, non è nata a Napoli, dunque perché anche questa è diventata emblema della napoletanità? La risposta è semplice. In qualunque altra civiltà le credenze sul malocchio si portano dietro risvolti cupi, tristi, angosciosi, maliziosi, decadenti e persino temibili; lo spirito del napoletano invece ha rivoltato il lato nero della faccenda e ne ha trovato uno colorato, frizzante, brioso, che ha divertito generazioni di aristocratici nullafacenti dediti alle facezie, che involontariamente hanno influenzato la curiosità di scrittori, poeti e romanzieri, che a loro volta hanno dato l’opportunità agli studiosi di ricercare origini storiche ed episodi. Così è nata una vera e propria letteratura, parola che soltanto a Napoli può far rima con jettatura.
E naturalmente, come tenne a precisare Peppino De Filippo, Non è vero… ma ci credo! (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, maggio 2009



giovedì 16 settembre 2010

Da Ferdinando IV al principe di ***



La STORIA





Vittime e carnefici del fascino della jettatura


(I parte)




La sera del 3 gennaio 1825, l’ormai anziano borbonico sovrano delle Due Sicilie, dopo aver disputato una partita al giuoco delle carte e dopo aver adempito all’impegno di ogni buon cattolico recitando le orazioni, andò serenamente a dormire. Si portava sulle spalle settantasei anni, sessantacinque dei quali da regnante: una discreta fatica! Ovvio che il popolo partenopeo, riconoscente, fosse particolarmente affezionato al suo re. Fu questo il motivo per cui, la mattina seguente – quando alle dieci un maggiordomo di Palazzo, non avvertendo ancora alcun rumore provenire dalla camera reale, scoprì il corpo senza vita di Ferdinando IV – i napoletani, appena si sparse la triste notizia, vollero ostinatamente rintracciare nell’improvvisa morte del regnante una causa soprannaturale. Re Nasone, come era nominato, la sera precedente non aveva manifestato alcun malore, dunque perché la mattina successiva non si era più svegliato? Ecco cosa si scoprì.
Da quindici anni, re Ferdinando IV, non esente da certi pregiudizi superstiziosi, continuava a rinviare l’incontro con tal Andrea de Jorio, un canonico all’epoca archeologo di chiara fama, il quale lo tormentava con la richiesta di un’udienza per presentargli un volume di cui era l’autore. Il sovrano, ben sapendo che il De Jorio fosse annunciatore di strani eventi, aveva fino ad allora resistito ma, vinto dalle insistenze di coloro che lo circondavano, i quali mai avrebbero voluto che il re cascasse in equivoci di mala creanza, accordò al De Jorio per il pomeriggio del 3 gennaio la sospirata udienza. Quella mattina, però, appena desto, vista la bella giornata, il re espresse il desiderio di voler partire per una battuta di caccia e di volersi fermare, poi, a dormire alla Reggia di Caserta, ma ne fu dissuaso: l’ennesima scortesia al buon canonico avrebbe provocato certamente qualche malumore con la Chiesa, sostenne qualcuno. Nessuno tra i consiglieri comprese che il desiderio del sovrano fosse in realtà soprattutto una scrupolosa precauzione. Il re dunque incontrò il canonico il pomeriggio del 3 gennaio, e quello fu l’ultimo giorno di cui vide la luce!
“Se non ci fosse san Gennaro in cielo, da gran tempo la jettatura avrebbe annientato Napoli; se non ci fosse la jettatura in terra, da gran tempo san Gennaro avrebbe fatto di Napoli la regina del mondo”, così Alessandro Dumas (padre) spiega il motivo per cui Napoli e la jettatura sono legate da una forza indissolubile; anche se la jettatura, com’è risaputo, ha origini molto più antiche. Il nome ci giunge dai latini che dicevano fascinum (affascinamento) per indicare il mal d’occhio, cioè l’intenzione di gittare incantamenti: ergo jettare. I greci chiamavano questa nefasta influenza, determinata dalla potenza degli occhi, alexiana, e attraverso i miti dell’Olimpo ci è stata tramandata una curiosa storia di gelosia tra Giunone e Venere, una vicenda in cui il potere degli occhi è predominante, suggerendo ai lettori sensibili a questo fascino la maniera più comune di jettare il maleficio.
Ecco come un noto giureconsulto del Settecento, Nicola Valletta, partenopeo naturalmente, la trascrive nella sua Cicalata sulla jettatura (studio approfondito sul tema pubblicato per la prima volta nel 1787): “Venere, ancora verginella, uscendo dal mare, si andava spassando con tutti gli dei, al punto da compiere con Bacco tal cosa che qui non si può dire. Intanto Giunone, giacché sterile e perciò incapace di produrre figliuoli, verde di bile e terribilmente gelosa, si trasformò in una vecchia ostetrica, con l’intenzione non di assistere al parto la bella Venere ma ammazzare il nascituro Priapetto, affascinandolo malignamente. Ed ecco che interviene Bacco che salva Priapo dalla tremenda jettatura … Sappiamo infatti che Priapo non aveva affatto piccina l’ascosa parte del corpo, innominabile per modestia, e che anzi per la enormità della proporzione … potesse allontanare i nefasti della jettatura, giacché destando riso e interesse, distoglieva gli occhi dei crudeli invidiosi”. Accadde insomma che Bacco per proteggere il suo pargolo, lo fornì al momento del parto di un membro sproporzionato – oggi lo definiremmo per l’appunto priapesco – al fine di disorientare lo sguardo mortale della crudele ostetrica, la quale, stupita o forse attratta da cotanta generosità, rimase ella stessa affascinata e impotente. Da allora e per molti secoli, l’immagine del membro maschile fu il primo emblema da opporre al malocchio: si sovrapponeva alle porte delle botteghe, delle case, delle stalle, e finanche si appendeva – come ciondolo beneaugurante – al collo delle puerpere. Da qui la riproduzione del fallo prese il nuovo significato di simbolo della fecondità, lasciando al fallico corno l’eredità di proteggere dal fascino della jettatura.
Non potendo ostentare amuleti che una società più moderna avrebbe giudicato impudichi, i napoletani, e più di loro gli abitanti dell’entroterra, usavano attaccare, nelle loro abitazioni, sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, un paio di corna con le punte rivolte verso colui che entra, sostituite poi dal più spiritoso cornetto di corallo tipico dell’epoca nostrana da fissare sopra l’uscio, punta rigorosamente verso il basso. Questi suggerimenti, e molti altri simili, si trovano nel volume intitolato La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano dato alle stampe nel 1832 proprio da quell’Andrea de Jorio, presunto responsabile della morte di Ferdinando IV, il quale probabilmente ignorava che la fama del canonico fosse anche frutto dell’interesse letterario che legava il De Jorio alla questione della jettatura. Segno evidente che non sempre la facile credenza popolare, intorno a personaggi rinomati come portatori di malocchio, abbia valide fondamenta.
Non sempre, però, non significa mai. Infatti, soltanto prendendo accurate precauzioni (prima di affrontare certi argomenti è consigliabile davvero effettuare opportuni scongiuri), possiamo raccontare di quel principe di *** – contemporaneo del De Jorio – il quale, forse ancora oggi, detiene il primato di uomo più pericoloso di tutti i tempi. Prima di lui, è vero, si leggono sin dalle scritture latine di potenti jettatori ma nessuno poté uguagliarlo: ci fu chi riuscì con uno sguardo a spezzare un tavolo di marmo solo perché fu lodato durante un banchetto; ci fu chi mirando in cielo il volo elegante di un falco lo fulminò all’istante; ci fu chi riuscì a opacizzare lo specchio nel quale si rifletteva tutte le mattine una deliziosa fanciulla che in pochi giorni divenne pure calva. Lo stesso Nicola Valletta racconta di quando, dovendo andare dal re per chiedere un sussidio per questioni professionali, incappò in un collega che scorgendo il memoriale su cui l’erudito aveva riassunto le specifiche da presentare al sovrano, con brusca cera, sentenziò: sarà difficile. “Allora io – scrive il Valletta – monto in carrozza e mi avvio verso la Villa del Re, in Caserta. E che cosa mi capitò? Tutto quanto di male può capitare in un viaggio: acqua dirotta, vetturino avvinazzato, un cavallo afflitto da dolori reumatici e, terribile a dirsi, mentre ero per accostarmi al Sovrano, per umiliargli le mie suppliche, ecco che non trovo più in tasca il memoriale gelosamente custodito”.
Il principe di ***, dicevamo (seguendo il racconto di Dumas padre riportato nelle pagine de Il Corricolo), meno gli occhiali, la parrucca e la tabacchiera, immancabili accessori di ogni provetto jettatore, nacque con tutti i caratteri della jettatura. Ancora in fasce già mostrava connotati precisi: labbra sottili e naso uncinato. Particolari che non sfuggirono alla prosperosa balia la quale, appena il poppante le sfiorò il seno, perdette il latte; dacché la di lui madre spirò nel momento in cui mise alla luce il secondogenito. Celebrò la sua entrata in seminario con un’epidemia di tosse convulsa di cui soltanto lui, già miope e anemico, riuscì a evitarne il contagio. Seguì i corsi con gran successo, raggiungendo agli esami sempre il primo premio, tranne che in una occasione quando fu superato da un compagno che, mentre s’apprestava a ricevere la medaglia, inciampò in un gradino spezzandosi una gamba.
Re Ferdinando, sempre lui, sì, in un momento delicato del reame, intuendo che il trono fosse insidiato da un francese, certo Napoleone, annunziò che l’arcivescovo benedisse in pompa magna le bandiere borboniche in Santa Chiara. La cerimonia si preannunciava solenne: i collegi, le scuole e i seminari ebbero la concessione di mandare gli allievi più rappresentativi, i più bravi. Tutto si svolse con calma e grandiosità fino al momento della sfilata degli stendardi; fu allora che un giovane portabandiera fu colto da un colpo apoplettico cadendo stecchito davanti al nostro jettatore, il quale raccogliendo il drappo gridò: “Viva il re”. Tre mesi dopo Gioacchino Murat entrò a Napoli prendendo la reggenza dell’impero napoleonico nelle Due Sicilie.
Passeggiando per Toledo con alcuni suoi colleghi il nostro bravo seminarista magnificò le magnificenze del San Carlo descrittegli da amici più adulti, e sospirando espresse il desiderio di voler assistere all’opera anche per conoscere le belle dame che frequentavano i palchi dorati; le sue parole inopportune arrivarono alle orecchie dei precettori che lo rimproverarono vietandogli assolutamente di andare a teatro. Il principino sfidò la superbia degl’istitutori: ordinò un vestito nuovo al sarto di famiglia, affittò una carrozza e raggiunse il San Carlo: l’indomani il teatro era un mucchio di cenere.
Il giorno seguente a quello in cui entrò come novizio in un convento furono soppressi gli ordini religiosi. Un evento devastante, perché non potendo più praticare la carriera ecclesiastica, il nostro entrò in competizione con il fratello maggiore, Ercole, già ambasciatore, aspirando anch’esso a un futuro da diplomatico. Debuttò finalmente in società nella prestigiosa villa di una nobildonna: appena fu pronunciato il suo nome all’ingresso, un cameriere scivolò con il vassoio dei gelati, banale coincidenza che non allarmò la contessa, la quale invitò il principe in giardino per mostragli la vista meravigliosa dei riflessi dell’incantevole cielo stellato da cui all’improvviso fulmini e saette annunciarono l’imminente arrivo del temporale, altra coincidenza sulla quale la padrona di casa dovette glissare optando per il concerto di una famosa cantante. La contessa, quindi, prese posto, nella sala della musica, su una poltrona i cui piedi posteriori non ressero al peso e la nobildonna ruzzolò all’indietro; il soprano dopo un paio di stecche fu colpita da un attacco di tosse e dovette arrendersi; quando la festa ormai turbata da queste continue coincidenze e gl’invitati imbarazzati cominciarono a fuggire, al principe venne la generosa idea di lodare la bellezza di un lampadario che durante la notte, nel salone ormai buio e per fortuna deserto, si stacco dal soffitto infrangendosi in mille pezzi.
Nonostante, come si è detto, tra fratelli non corresse buon sangue, il primogenito, rientrato a Napoli per qualche commissione, ascoltando per istrada alcune maldicenze (chissà quali!) da parte d’un giovanotto nei confronti del fratello minore, sfidò costui a duello per mantenere alto il nome del casato. Il principe Ercole era considerato tra i migliori spadaccini del tempo, ma il minore, cioè il jettatore, insistette per fargli da testimone e in quattro stoccate il buon Ercole venne infilzato fatalmente al torace. In breve, per il troppo strazio, anche il vecchio padre si lasciò morire; e lui, il nostro principe addolorato e sconsolato, non trovando in Napoli altra consolazione, chiese ospitalità a un vecchio lupo di mare e s’imbarcò per Tolone. Lasciamolo per ora veleggiare verso nord-ovest a bordo del vascello francese in età ancora giovanile, ma il lettore sappia che, come ogni jettatore che si rispetti, morì alla veneranda età di novantaquattro anni e gli effetti catastrofici dei suoi sguardi e delle sue parole non conobbero tregue e neppure confini.
A noi non resta, prima di chiudere, che ripetere e osservare un’efficace filastrocca coniata, in latino maccheronico, da un anonimo buontempone partenopeo affinché la rievocazione del nostro principe jettatore non ci porti strane coincidenze:
Terque, quaterque, testiculis tacti,
extirpatio pili, non est praegiuditium,
sed contra jectatura valet.

continua...
(fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, aprile 2009