mercoledì 18 dicembre 2013

Quel Silenzio che fu di Romolo Valli


La RecenZione

Prima del silenzio

di Giuseppe Patroni Griffi
regia di Fabio Grossi
con Leo Gullotta





“A vida é arte do encontro”, la vita è l’arte dell’incontro: così scriveva il poeta Vinicius de Moraes. Tutte le amicizie nascono da un incontro, ma non tutti gli incontri possono diventare amicizia. Se la vita di Giuseppe Patroni Griffi è stata costellata da incontri, l’arte con cui ha celebrato e consumato il concetto di amicizia è stata fondamentale finanche per la sua produzione artistica. In ogni opera c’è un riferimento autobiografico, il sentimento di un’amicizia, la luce di un incontro, e quando così non è, c’è un omaggio a un amico. E’ un concetto, questo, facile da riscontrare anche soltanto scorrendo i titoli delle sue commedie: In memoria di una signora amica, per esempio, fu scritta per la signora Ghirelli, la mamma del suo compagno d’adolescenza; oppure Gli amici dei miei amici sono i miei amici (nella versione definitiva il sostantivo “amici” fu sostituito dalla parola “amanti”) che diventa lo slogan con il quale l’autore dichiara il suo credo. In Allium c’è un continuo riferimento al mondo delle sue amicizie dei tempi più felici; così come La morte della bellezza è romanzo pregno di episodi personali in cui il legame d’amicizia tra i protagonisti si trasforma in un disperato rapporto d’amore. Ma anche la più insospettabile Cammurriata fu pensata e scritta per generosità amicale per l’altra anima di Patroni Griffi!
L’elenco potrebbe continuare, ma mi fermo, perché è giusto arrivare al punto. I legami più profondi, Patroni Griffi li ha sparsi tra le righe di Prima del silenzio. Con questo testo del 1979, Peppino ha condensato tutte le sue amicizie, le sue passioni: a cominciare da Gary Cooper – elegantissimo midnight cowboy al seguito di una donna di classe – mito hollywoodiano che lo catturò, ancora in erba, all’arte cinematografica; poi Nora Ricci e Luchino Visconti, che per amicizia si scambiano cortesie in un reale gioco mortale; e Duddù La Capria, primo traduttore dei poeti inglesi degli anni Trenta; e Mario Ferrero che a Londra, sfruttando un “capriccio” di Memo Benassi, riuscì a incontrare T. S. Eliot; e l’atavico rapporto con Nizza e la Costa Azzurra, laddove il padre di Peppino, il barone di Faivano, andava a giocare quando il Casinò era ancora sospeso su una palafitta in mezzo al mare e la Bataille des fleur era la rappresentazione della guerra dei buoni; quindi sua madre, la quale vedeva nei poveri la ragione d’esistere dei ricchi che devono essere sfruttati, e regalar loro illusioni. In questa sequela di incontri accennati, di emozioni vissute, di ricordi accesi, c’è il mondo sentimentale e culturale di uno scrittore che trovò nella recitazione di Romolo Valli quei toni, quelle leggerezze, quel silenzio lirico che gli appartenevano; scoprì che l’amicizia con Valli andava al di là del vedersi, del sentirsi, del raccontarsi, del volersi bene. Con Valli, Patroni Griffi, sfiorò la simbiosi: ecco perché “Prima del silenzio è stata scritta per Romolo Valli, gli apparteneva e gli appartiene per sempre”, perché ogni opera letteraria resta sentimento d’autore, e Valli ne fu la voce. Una voce che, a suo modo, ha collaborato al parto definitivo dell’opera, suggerendo lemmi e inflessioni a lui più congeniali, per dar più naturalezza alla voce dell’autore.
Ecco. Chiunque oggi voglia mettere in scena Prima del silenzio ha tutto il diritto di leggere il testo come meglio crede, e di restituircelo (a suo rischio e pericolo, naturalmente) con la sua cifra: lo si fa con Shakespeare, con Pirandello, con Molière, lo si può fare tranquillamente con Patroni Griffi; ciascuno ha il diritto di credere nella sua idea registica, mantenendosi perfino in precario equilibrio sul filo che separa l’errore dal capolavoro. Bene, detto questo, però, occorre – è proprio necessario, questo sì – che allo spettatore arrivi il sentimento dei personaggi. Un personaggio teatrale vive solo di sentimento, non possiede altro; perché le parole che gli furono imposte sono frutto di un sentimento. Per farmi capire finanche dai bambini: Otello non è uguale all’annunciatrice televisiva; Amleto esprime i suoi sentimenti tramite i rapporti che l’autore gli crea. Se a un personaggio teatrale togli i rapporti, e se le parole (che la voce di quel personaggio dovrebbe proferire) sono confuse perché ingabbiate da tempi tecnici (e non più teatrali), allora il personaggio prima traballa come le immagini di un video che riceve male il segnale dal trasmettitore, poi sparisce per diventare quella signorina qualunque che annuncia programmi televisivi, emettendo parole che lo spettatore avvertirà esclusivamente con l’udito e mai con il sentimento.
Pirandello, per esempio, dipinge Madama Pace come un "ectoplasma", qualcosa cioè che non esiste: infatti, non appare insieme agli altri “sei personaggi”; ma quando di lei c’è bisogno, eccola fisicamente alla ribalta, per creare quei rapporti necessari alla realizzazione di tutti gli altri, compresa essa stessa! Se un regista teatrale non è padrone di questo concetto basilare, perché si carica di un peso che nessuno gli impone?
Il lettore, anche il meno esperto di teatro, imbattendosi nel testo di Prima del silenzio, per forza resterà colpito, più di ogni altra sensazione, dalla trama… che non c’è! Perché ci sono soltanto “due persone che s’incontrano” e che per un attimo “credono all’eternità del loro incontro e operano in quel senso, proprio perché sospettano che non è vero”. Se al pubblico non si restituisce questa determinante finzione vitale – cardine dell’opera – se non si sottolinea il gioco letterario – fatto di brevissimi racconti colorati, di battute stravaganti, di enunciazioni bizzarre – lo spettatore perderà anche il sostegno della parola e con essa si rassegnerà all’annunciato naufragio.
E dopo sarà solo silenzio. Il silenzio di un incontro col nulla. (fn)

lunedì 27 giugno 2011

"Quando eravamo..."


La RecenZione


"Quando eravamo..."
Interludio in versi di
Fausto Nicolini

Immagini di
Giuseppe Patroni Griffi



Una pubblicazione che vuole essere un prezioso omaggio a uno tra le più eclettiche e rappresentative personalità artistiche del Novecento, presentandoci un suo lato ancora inedito: la fotografia.
Non c’è neppure un’ombra di riaffermazione trionfalistica in questo interludio di Fausto Nicolini che inalbera un titolo dispregiativo per rovesciarlo in antifrasi; c’è piuttosto un mood malinconico nei confronti di un tempo, di una società, di un costume rivissuti come in una zoomata a ritroso sul filo di un’autoironia leggera e controllatissima.
Il libro si apre con un verso destinato a diventare tacitamente emblematico. Quando eravamo… - lungi dal voler essere una monografia su un artista, o una storia della lettura silenziosa dei generi sessuati di una cerchia di intellettuali – sollecita il sospetto verso chi ama isolarsi in chi, invece, come gli amarcord di quando si stava insieme, rimane fedele ad un dialogare tutto asessuato e trisessuale. Un incontro tra il rigore del memoriale, gli estri dell’intuizione poetica e l’intricata fluidità dell’album di documentazione fotografica; un percorso a ritroso nella vita di quel giovane drammaturgo, scrittore, regista teatrale e cinematografico, conosciuto come Peppino Patroni Griffi. Tuttavia, Nicolini, come altri poeti, si pone in una direzione di scrittura che mette al centro il rapporto tra soggetto e realtà, tra concretezza e visione, tra individuo e molteplicità, in una poesia che si assume il compito di essere, non lo specchio della storia privata dell’autore, ma l’espressione dell’esperienza vissuta che tocca i grandi temi della vita.
Quando eravamo… è stata scritta ricalcando e sottolineando la singolare dote artistica di Giuseppe Patroni Griffi, quella sua geniale e naturale strafottenza o, come scrive Raffaele La Capria, “la divina spregiudicatezza”.
E a Peppino Patroni Griffi è dedicata.


Per acquistarlo invia un’email a posta@onyxeditrice.com



"Quando eravamo..."
Interludio in versi di Fausto Nicolini
Immagini di Giuseppe Patroni Griffi
Onyx Editrice
Anno: 2011
ISBN: 978-88-89410-37-0
prezzo: € 30

giovedì 24 febbraio 2011

“Orgasmi e balocchi” diversivi sul tema del gioco nell'eros




Alle Stanze segrete, dall’8 al 13 marzo pv,

sarà di scena

Orgasmi e balocchi

spettacolo teatrale ideato e interpretato da Carmela Ricci
diretto da Fausto Nicolini, su testi erocomici di autori vari.




Sei diversi monologhi erotici/brillanti. Un percorso, divertente e divertito, attraverso varie esperienze di gioco nell`ambito dell`eros unite dal filo conduttore del “gioco” nell’eros, inteso come divertimento, e leggerezza. Uno spettacolo per lasciarsi tentare da un universo mai conosciuto abbastanza e, chissà perché, ancora offuscato da tanti tabù. Il monologo finale, tratto dall’omonimo racconto erotico della stessa Ricci “Il regalo” pubblicato a novembre del 2009, è stato premiato nel 2010 al Festival di corti teatrali Short.


Teatro STANZE SEGRETE, via della Penitenza, 3 (Trastevere) Roma
Orari spettacoli: dal lunedì al sabato h 21, domenica h 19
Prezzo biglietto: € 13
consigliata la prenotazione allo 06.687.26.90 / 388.924.60.33

domenica 5 dicembre 2010

Quando la commozione non arriva per caso

La RecenZione


Donna Rosita nubile


di Federico Garcìa Lorca
regia di Lluis Pasqual




Da quanto tempo, in teatro, la commozione non mi scuoteva!
Per una volta mi piace cominciare a scrivere d’istinto. Puro istinto. Perché, è vero, assistendo a “Donna Rosita nubile” il sentimento che mi lega al teatro – a una certa idea del teatro in cui sono cresciuto, quella che affonda le radici nell’educazione teatrale – ha subito il trauma del risveglio. Lo stesso che, paradossalmente, prova chi all’improvviso esce dal coma e d’incanto recepisce di nuovo le vibrazioni dell’esistenza. Che qui, tradotto in termini emotivi, si chiama nostalgia. E’ la nostalgia di vedere rappresentato il rigore, cioè l’etichetta scomparsa delle grandi rappresentazioni, l’omaggio a un Credo certamente acatollico ma ugualmente sacro. Una devozione rivolta non esclusivamente al cosa sì è visto (che pure ha la sua valenza), ma piuttosto al come è stato riproposto. Il teatro, si sa, è un gioco infinito durante il quale la Signora Finzione cerca di imitare la Signora Realtà; unica regola: guai a prenderne il posto, pena la catastrofe. Ma a catastrofi, ben peggiori, abbiamo assistito in questi anni: quando abbiamo visto la prima delle due madame andarsene da sola per la sua strada, senza alcuna meta, cioè senza alcun rigore, osservando esclusivamente la regola del pressappochismo, delle mezzecalzette: l’esempio di teatro che alla lunga accompagna lo spettatore affezionato verso un coma critico sempre più profondo, verso l’incapacità di giudizio critico: un letale anestetizzante.
Lluis Pasqual, regista catalano da qualche anno ormai di casa al Piccolo di Milano (il teatro che fu di Strehler, ente produttore dello spettacolo), indica la giusta cura per venirne fuori: per combattere una crisi anestetizzante offre il viatico estetizzante – con meravigliosa violenza, e anche con un pizzico di ammirevole presunzione! Ripropone una storiella semplice, scritta da Garcia Lorca (nel 1935) alla vigilia della guerra civile spagnola, imbiancandola di eternità e di universalità: via i riferimenti storici, via i rossi iberici, via le fiammate andaluse per dar forza e vigore alla parola, alla dizione perfetta riproposta da un cast straordinario, alle movenze leggere quasi astratte, spesso danzate, per dilettarsi con i tempi che scandiscono la cronologia della vicenda. Ci sono due sipari bianchi sul fondo che, spostandosi da destra a sinistra e viceversa, segnano le fasi di un valzer lungo una vita – quella di Donna Rosita, appunto – ora con un Andante, ora con un Adagio, ma sempre in un’atmosfera da lento bolero che naturalmente occhieggia soltanto alla Spagna, senza mai la minima prevaricazione. Una delicatezza che sottolinea l’elegante sensibilità del metteur en scene!
Un pianoforte e qualche sedia dipinti di bianco, tutto qui; poi soltanto trasparenze (le scene sono di Ezio Frigerio) e abiti per lo più candidi (di Franca Squarciapino). E in questo candore e in queste nebulosità disegnate dal leggero tratto dell’onestà dei protagonisti s’individua il pregio maggiore della regia: aver dosato il rigore tecnico degli attori con l’intransigenza morale dei personaggi. Condotte pregevoli che, osservate con severità, s’avvalorano e si rafforzano a vicenda: per cui il dolore del tradimento, l’onta della menzogna, acquistano un carattere così forte, così offensivo, che trascinano lo spettatore fino all’odio nei confronti di colui che ha ingannato la bella Rosita. L’attesa della quale risulta commovente attraverso i dialoghi, a volte veri e propri resoconti, tra una zia appena disincantata, e un’anziana tata genuina, addirittura saggia, ma di quella saggezza contadina che oggi può coglierci impreparati. Il dramma, infatti scorre con parole liquide, alla velocità della caduta di un lungo ruscello di montagna, i cui sobbalzi sono intervallati da quelle pozze d’acqua, apparentemente calme, segnate dagli interventi della protagonista, capace tuttavia di portare una ventata di autentica freschezza che si raggela proprio quando riceve la visita delle amiche o finte tali.
Gli attori, eccellenti, meritano senz’altro una segnalazione particolare; ma occorre una premessa che ancora corrobora la qualità dell’operazione. Pasqual, per portare in scena una storia semplice, ma di raffinata scrittura, si affida a esecutori esclusivamente di scuola classica. Non è un caso. Certe commedie vanno sostenute, oltre che da una regia esemplare, anche da una recitazione impeccabile. Se si può trovare un neo nel parterre attoriale lo si individua nel caratteristico timbro vocale della signora Andrea Jonasson (nella foto), che in questa occasione, di tanto in tanto, stona con il candore dell’atmosfera, con l’impalpabile liquidità delle parole, con l’inconsistenza degli eccessi drammatici, riportando lo spettatore ad una realtà dalla quale gli altri interpreti cercano di elevarsi. Magnifica la prova della signora Franca Nuti che ha ricordato il modo modesto e grandioso di stare in palcoscenico delle storiche Morelli, delle Ferrati, delle Brignone; ottima la partecipazione di Gianfranco Dettori che aggiunge, alla svagatezza del personaggio, un pizzico di poesia non priva di una certa autoderisione. E immensa è Giulia Lazzarini. Che grande attrice! Come riesce ad appropriarsi delle minuziose civetterie del ruolo: si direbbe una servetta, anche se costruita dall’autore con dovizia di particolari; ma quale intelligente e raffinata immedesimazione, al limite di leziosità sempre controllate e mai eccessive, di una freschezza inesauribile, e continuamente calibrate con tocchi d’ironia soffusi e discretamente trasognati. Signori, chapeau! (fn)

venerdì 1 ottobre 2010

Ancora sul principe della jettatura



La STORIA






Innominato da Dumas, scopriamo chi era

(II parte)



Avevamo lasciato il nostro jettatore a bordo di una imbarcazione francese veleggiando verso Tolone, rattristato per la morte del fratello ucciso in duello per causa sua, e per la dipartita del padre stroncato dal dolore. Alessandro Dumas dedica un intero capitolo del Corricolo al viaggio del principe di *** verso lidi lontani – ma noi, non avendo la sua penna, lo riassumeremo in poche parole per non cadere in stucchevoli ripetizioni – tragitto durante il quale il capitano del vascello, non avendo tenuto in seria considerazione le maldicenze sul conto del suo ospite (prima di salpare da Napoli un’anima pia s’affrettò a metterlo in guardia onde prepararlo a qualunque imprevisto) non fece a tempo a ricredersi che, dopo due giorni e mezzo di navigazione, all’altezza di Livorno, si vide costretto a virare bruscamente verso la Corsica per evitare l’attacco di due bastimenti inglesi. Il principe lo rincuorò appena intuì che il vento premiava l’alta velatura di bordo e la forma snella dello scafo, agile a scivolare leggero sulle acque. “Con il levante in poppa non li sentiremo più abbaiare”, disse pavoneggiandosi il capitano soddisfatto della distanza guadagnata sulle inseguitrici. E il principe di rincalzo esclamò mirando a est l’orizzonte: “Oh, durerà, eccome se durerà!”. E la voce del marinaio di vedetta si levò forte e allarmata: “Il vento salta da est a nord”. In pochi minuti il vascello fu raggiunto e bombardato da entrambi i lati. Nulla potettero i francesi: si arresero e furono tratti in ostaggio. Il povero capitano, rassicurato dai vincitori affinché il principe, rimasto naturalmente illeso, fosse preso in consegna su uno dei due bastimenti, chiese il permesso di andare a prendere effetti personali in cabina e si sparò. L’ammiraglio inglese, comprendendo che l’ospite fosse persona di stimabile levature, gli offrì i migliori servigi, riservando le celle più anguste alla ciurma dei prigionieri.
Quel che non riuscì alla potenza delle armi francesi, riuscì alla potenza del principe. Soddisfatti del bottino conquistato, i britannici spiegarono le vele e si diressero verso le Baleari certi che nessuno li avrebbe disturbati. Appena, però, scorsero le coste delle isole iberiche, un nuvolone nero si addensò su di loro e all’improvviso le acque si tinsero di un bianco funesto: una violentissima tempesta scatenata dal maestrale li investì a tribordo spezzando ben due dei tre alberi; le onde s’alzarono più alte dei torrioni di un castello e i marinai francesi, dapprima sbatacchiati, furono liberati. La nave fu scaraventata sugli scogli e soltanto alcune scialuppe furono in grado di raggiungere il porto di Minorca. Scrive Dumas: “Il principe di *** aveva sopportato la tempesta con la stessa buona sorte con cui eluse il combattimento navale ed era disceso a Mahon senza aver neanche sofferto il mal di mare”. Noblesse oblige!
Lontano da Napoli gli echi delle sue “virtù” si affievolirono. Viaggiò incessantemente per l’Europa alla ricerca di serenità. Soltanto il suo amministratore manteneva con lui rapporti per ovvii motivi e un giorno sparse la voce che finalmente il principe aveva preso moglie e presto sarebbe tornato nella città natia. Notizia dai più salutata con le mani in tasca alla ricerca di cornetti o altro.
Quando sbarcò, dopo cinque anni, la sua stella funesta era rimasta intatta: soltanto aveva aggiunto agli occhiali, la tabacchiera che, stando al codice della jettatura, avrebbe raddoppiato l’influsso maligno. Con lui scesero dalla nave la moglie e due bambini. Immediatamente i napoletani riconobbero nel maschietto l’erede potenziale del principe: stesse labbra, stesso sguardo, stessa camminata; la certezza fu immediata, il dono fatale era stato tramandato geneticamente. Ma dove c’è un carnefice c’è anche una vittima. E la prescelta era lei, la bambina, Elena, creatura deliziosa educata dalla madre con sani e severi principi. Fu naturale che crescendo, la bella Elena attirò su di sé le ammirazioni dei giovani aristocratici napoletani. Tra loro ce ne fu uno, il conte di ***, malvisto dal principe per via di certi trascorsi burrascosi da spudorato donnaiolo, e proprio di lui Elena s’innamorò. Dovette lottare oltre un anno contro i capricci del padre per arrivare a strappargli l’accordo. Finalmente, quando vide la figlia sull’orlo di una grave malattia a cui la medicina non poteva porre rimedio, il principe acconsentì alle nozze e, dopo il gran ballo dato per l’occasione, salutando gli sposi, dimenticando tutti i pregiudizi – proprio lui! – che aveva nutriti nei confronti del genero, disse con aria paternalistica: “Venite, cari figliuoli, a ricevere la mia benedizione!”. Pose i palmi delle mani sulle loro teste e pronunziò parole che si rivelarono un vero e proprio anatema: “Crescete e moltiplicatevi!”. Dopo sei mesi la figlia confessò di essere nelle stesse condizioni in cui si trovava prima del matrimonio.
Napoli si divise: gli uomini dalla parte di Elena, le donne (molte delle quali a ragion veduta) dalla parte del conte. Si ricorse prima alla prova del “Congresso carnale” (un’usanza medievale per provare se l’uomo fosse realmente incapace di adempiere ai suoi doveri) e infine alla decisione della Sacra Rota di annullare il matrimonio non essendo stato consumato. Trascorsero tre mesi ed Elena tornò all’altare per sposare un cavaliere, ma al momento del congedo dai genitori, quando il principe si apprestava a lanciare la sua benedizione, la figlia alzò le braccia inorridita gridando: “Padre, vi prego, non una parola di più”. Quando, tre giorni dopo, ritrovò i genitori, Elena profuse un sorriso così radioso e soddisfatto che i comprensibili timori materni immediatamente si dissiparono.
La nascita del nipote determinò una tregua inaspettata. Il piccolo divenne il beniamino del nonno al quale rendeva teneri sorrisi in cambio di affettuose coccole. Furono questi i motivi che resero il principe distratto – diciamo così – dal posare il suo occhio su altri. Innocuo sì, ma a tempo determinato! Fino a quando un giorno ebbe l’incarico di recarsi in Francia da Carlo X di Borbone per congratularsi, a nome del re di Napoli, per l’ultima impresa bellica: la presa di Algeri. Questa nuova incombenza diplomatica lo avrebbe, però, costretto a staccarsi per qualche tempo dall’amato nipotino e il fastidio lo rese di pessimo umore: giunse a Parigi il 24 luglio 1830, fu ricevuto due giorni dopo dal sovrano e l’indomani scoppiò la rivoluzione di luglio. Dieci giorni di tafferugli e il trono di Francia passò a Luigi Filippo d’Orleans, dopo 241 anni ininterrotti di reame borbonico.
Il principe riprese la strada di casa e approfittò per far tappa a Roma per ossequiare il Santo Padre. Pio VIII gli offerse la pantofola da baciare, poi l’anello e… tre giorni dopo volò tra le braccia Signore.

***

Fermiamoci qui, perché questi ultimi due eventi storici e sicuramente databili offrono all’attento lettore del Corricolo di Alessandro Dumas la possibilità di capire lo spirito con cui l’autore de I tre moschettieri e de Il conte di Montecristo riportò le impressioni del suo lungo soggiorno napoletano. E’ vero che molte delle sue opere sono annoverate tra quelle storiche ma è inconfondibile lo stile romanzesco, spesso ironico, a volte deliziosamente giocoso. Un’analisi delle date ci aiuta a comprendere che il Dumas (appunto giocando con argomenti disimpegnati e aperti al divertimento intellettuale, quale può essere questo della jettatura) abbia commesso qualche leggerezza storica. Dice infatti che il famoso jettatore giunse a Parigi il 24 luglio 1830 e in pochi giorni il trono di Francia cambiò casato: è vero, i riferimenti storici di questi avvenimenti sono esatti. Ma è riscontrabile anche la morte di Pio VIII (Papa Castiglioni): notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 1830. Dunque è poco credibile che il nostro protagonista, smanioso di riabbracciare il nipotino, abbia impiegato ben quattro mesi per ritornare a Napoli. Onore comunque al Dumas, il quale contribuì ad arricchire con il suo prezioso autografo un argomento così tipicamente partenopeo, ricostruendo senz’altro con qualche immaginazione l’esilarante personaggio del principe di ***.
Suvvia, possibile che a distanza di secoli non si possa ancora pronunciare il nome di costui? Lo storico Fausto Nicolini – che del firmatario di questi articoli fu il prozio – stretto collaboratore di Benedetto Croce, scoprì, tra gli archivi che andava quotidianamente sviscerando, l’arcano del principe. Si chiamava Cesare della Valle, duca di Ventignano, nacque a Napoli nel 1766 e morì nel 1860. Si dilettò con le lettere e scrisse, oltre a innumerevoli versi, anche alcune tragedie, tra cui lo stesso Croce ricorda una Medea. Negli archivi familiari Fausto Nicolini senior rintracciò la prova scritta dell’appendice giudiziaria che sortì dall’episodio della “benedizione paterna”: la figlia del duca, donna Olimpia (e non Elena, come scrive Dumas), era andata in sposa al duca di Parabito, don Giovanni Ferrari, e il loro matrimonio fu effettivamente annullato: avvocato di quella causa di separazione fu, infatti, Niccola Nicolini, ministro del re e bisnonno di quel Fausto.
Addirittura il più illustre don Benedetto, nei Quaderni della Critica (1945, n. 3, c. III) trovò tempo e diletto per dedicarsi alla jettatura, prendendo a pretesto la Cicalata del Valletta (che abbiamo introdotto nell’articolo precedente), e si domanda: “Perché mai a Napoli, negli ultimi decennii del settecento, si parlò e si scrisse tanto della jettatura, a segno che questa parola … diventò nota anche ai forestieri, come si vede nei libri di Dumas e Gautier?” Moda, suggestione, ozio? Alla base c’è senz’altro “un intimo piacere” – come sottolinea il Valletta – un gusto perverso di certa umanità nel voler trovare argomenti di conversazione poco impegnativi su cui si possa ridere e spettegolare. Non si creda quindi che la jettatura sia argomento restaurato (abbiamo già detto che nacque dai miti greci) dalla bassa plebe, piuttosto dalle “smorfiette delle vezzose dame – citiamo Croce – che davano o trasmettevano e diffondevano il tono del prescelto modo di artificiale aborrimento”. In altri termini: come potevano opporsi al tedio di certe noiose serate salottiere quelle dame senza troppi interessi intellettuali e con limitati argomenti di conversazione? Spettegolavano, attribuendo a questo o a quello il fascino di poteri malefici. E non va sottovalutata l’analogia storica: furono Venere e Giunone, due donne, a partorire il germe della jettatura e donne furono le restauratrici, a discapito degli uomini. Raramente, infatti, si è parlato al femminile nel mondo del malocchio!
Lo stesso Croce (notoriamente adepto al “Non ci credo, però…”) riporta un episodio che potrebbe illuminare un po’ di più. Tra il 1840 e il 1850 a Napoli si diffuse voce che un altro gentiluomo possedesse capacità catastrofiche. Costui, però, di temperamento assai focoso, prese la consuetudine a sfidare in duello chiunque sussurrasse il suo nome o prendesse precauzioni al suo passaggio. Accadde che giunse a Napoli un ignaro signore russo, il quale fu informato subito della pericolosità di tale gentiluomo, ma, fidandosi della sua educazione, non credette a una sola parola di quanto gli riferirono e quando a cena chiese chi fossero i commensali, udendo di nuovo quel nome, proferì appena un “Ah, quello!”. Il gentiluomo si avvicinò subito al russo per avvisarlo che l’indomani avrebbe dovuto rispondere dell’offesa. Il giorno dopo si fece il duello e al primo scontro lo straniero fu ferito alla fronte. Mentre si procedeva alla medicatura, la vittima cercò di scusarsi con l’avversario: “Signore, io sono russo, non credo alla jettatura; ma riconoscerete che è un caso ben strano che, appena giunto a Napoli, il primo nome che abbia appreso ieri sia stato il vostro, la sera stessa vi abbia incontrato di persona, e oggi mi capiti, da voi, una sciabolata sulla testa!”
Ancora Croce riferisce di un colloquio che ebbe con il suo amico e letterato tedesco Karl Vossler, studioso e amante delle nostrane meraviglie artistiche e naturali. Quando nel 1915 l’Italia s’apprestava a entrare in guerra contro la Germania, il Vossler corse a cercare conforto dall’amico per la sciagura che avrebbe potuto provocare il conflitto: maltrattamenti, distruzioni, incendi. Vossler a un certo punto scoppiò addirittura a piangere, imputando al suo popolo il possibile massacro di tanta bellezza; ma Croce lo rincuorò: “Al posto vostro, mio caro, non piangerei troppo sulla sorte dell’Italia. Vedete, noi siamo un poco jettatori: la storia ci insegna che chi prende le armi contro l’Italia finisce sempre male”.

***

Concludendo la nostra cicalata sulla jettatura, in due puntate, ci preme risolvere un naturale quesito. E’ risaputo che Napoli ha esportato nel mondo la pizza, e in qualunque parte del pianeta la parola “pizza” è associata all’immagine del Vesuvio o a quella di Pulcinella. La jettatura, a differenza della pizza, non è nata a Napoli, dunque perché anche questa è diventata emblema della napoletanità? La risposta è semplice. In qualunque altra civiltà le credenze sul malocchio si portano dietro risvolti cupi, tristi, angosciosi, maliziosi, decadenti e persino temibili; lo spirito del napoletano invece ha rivoltato il lato nero della faccenda e ne ha trovato uno colorato, frizzante, brioso, che ha divertito generazioni di aristocratici nullafacenti dediti alle facezie, che involontariamente hanno influenzato la curiosità di scrittori, poeti e romanzieri, che a loro volta hanno dato l’opportunità agli studiosi di ricercare origini storiche ed episodi. Così è nata una vera e propria letteratura, parola che soltanto a Napoli può far rima con jettatura.
E naturalmente, come tenne a precisare Peppino De Filippo, Non è vero… ma ci credo! (fn)


pubblicato sulla rivista Infofinax, maggio 2009