10 gennaio 2026

«Il gabbiano» di Anton Cechov (regia, F. Dini)

«Il gabbiano» di Anton Cechov (regia, F. Dini)

Roma, Teatro Argentina
9 gennaio 2026

PER FAVORE, SIGNORI REGISTI, NON «ALLIDIATEVI»

Sono convinto che una recensione debba cominciare col segnalare le caratteristiche più evidenti di uno spettacolo, quelle che maggiormente ne segnano stile e intenzioni di chi porta in scena un testo rilevante come Il gabbiano. Nelle note di regia Filippi Dini scrive che è la commedia «più contemporanea» di Anton Cechov, ed è vero. Anzi, aggiungerei che, per assurdo, oggi diventa anche la meno cechoviana tra quelle simboliche: si dice spesso, infatti, che nelle atmosfere delle sue ambientazioni, materiali e sentimentali, l’insostenibile peso del nulla determini i drammi, ma nella casa di campagna di Sorin, di fatti, invece, anche eclatanti, ne accadono molti, e infliggono ferite profondissime. Non c’è solo il gabbiano che «cade esamine al suolo, ma con lui precipita il destino» dell’intera umanità. Questa innovativa edizione, non priva di qualche incongruenza, pigia il pedale soprattutto sulla sovranità del trionfo della futilità; del cinguettio dei passeri – per dirla con le parole dell’autore – che volano «sopra un mucchio di letame». Cechov s’illudeva soltanto nel credere che l’uomo potesse diventare migliore «quando gli avremo mostrato com’è» attraverso il riflesso dell’arte «che non tollera la menzogna».

Purtroppo, l’uomo, per mera convenienza, s’è adattato a convivere con la menzogna e perfino con la cecità, a vantaggio della vanità dei selfie e di tutto il tempo che perdiamo con lo smartphone. E Dini lo ha capito e ce lo mostra in primis con il personaggio che egli stesso interpreta tra l’ironico e il grottesco: quel Trigorin, affermato scrittore, alla continua ricerca di affermazioni sentimentali che con una esagerata balbuzie (che talvolta sfiora l’eccedenza) dichiara le sue più intime insicurezze. Così diventa un personaggio privo di quella fascinazione che meglio giustifica l’amore di due donne, ma non per questo meno interessante: e se l’una ritrova in Boris l’arrendevolezza del figlio ribelle, l’altra potrebbe innamorarsi della reale labilità dell’uomo di successo. D’altronde anche Cechov non era lontano dall’essere tale. La conferma più sottile e dolorosa delle fragilità umane, tuttavia, giunge da Irina (Giuliana De Sio, brava, ma ancora non al meglio delle sue possibilità), attrice che vive, e gioisce soddisfatta, sull’onda effimera dell’entusiasmo di un applauso, mentre tra una sigaretta e l’altra alimenta e consuma la tragedia del figlio. E su Kostantin, gabbiano solitario, il regista rintraccia la chiave che squarcia e illumina la contemporaneità del personaggio: probabilmente la sua primaria idea di questo allestimento che poi, però, scivola in un azzardo eccessivo.

A parte la bravura dell’interprete – l’ottimo Giovanni Drago, fondamentale per la riuscita degli intenti – Filippo Dini trova la generosità e l’astuzia di affidare a un altro regista (quel Leonardo Manzan nel quale sono riposte le migliori aspettative del nostro teatro di prosa) la scena della recita organizzata da Kostia Treplev. Come in una simbiosi, Drago assimila bene le due direzioni, i due differenti mondi artistici (al contrario di Virginia Campolucci, che invece risulta piuttosto fragile e confusa nella parte di Nina), riuscendo a ricavarne un personaggio totalmente dissonante dal resto della compagnia. Questa soluzione gli consente di essere con evidenza quel gabbiano appartato nella sua infelicità. Una infelicità differente da quella degli altri, una infelicità senza menzogne, molto moderna, direi; la stessa che spesso, ahinoi, scorgiamo negli occhi dei ragazzi di oggi che si rintanano con la testa nello schermo del cellulare dove sperano di trovare quell’evasione dal mondo degli adulti che loro rinnegano.

Kostia affoga la sua inquietudine nel teatro, un teatro di protesta (contro le speranze deluse) più che d’innovazione, dov’è possibile ripudiare gli insegnamenti vecchi e stantii del passato: e a tal proposito alcune incalzanti battute spingono nella stessa direzione dalla ribalta alla platea. Così Manzan, per restituire potere al palco, si affida alla tecnologia, posizionando una telecamera in scena che riflette immediatamente l’anima degli infelici in cerca di «forme nuove», talvolta assurde (come la maschera antigas che Nina indossa come fosse uno sberleffo), ma efficaci in quella che è una trasfigurazione metateatrale. Rispetto all’ambientazione originale queste «stonature», create appositamente per la recita, resistono alle ricercatezze della regia, grazie soprattutto a un tendaggio bianco, calato al centro del palco come elemento di un teatro classico, lasciato lì a penzolare romanticamente per non dimenticare il tempo che fu, o per raffrontarsi con esso. Cechov assorbe bene anche la scelta inconsueta dei costumi tipici del tardo Novecento, ma non la banda gialla che sfreccia grottesca lungo il pantalone di Trigorin, il quale, più che un azzardo, indossa una sfida; più che uno scrittore sembra un dimesso finanziere.

Perfino l’uso improvvido del microfono si sposa con le novità apportate da Dini. Sono piuttosto le canzoni introdotte (troppe le interruzioni) che distolgono la concentrazione dall’equilibrio sentimentale centellinato dalla sensibilità poetica di Cechov in ciascun personaggio: appena parte la base musicale, il microfono si avvicina alle labbra dell’interprete e mai a quello del personaggio (ciò rende la canzone fuori contesto); l’amplificazione improvvisa fa saltare lo spettatore dalla monotonia della campagna direttamente al palco di Sanremo; e in platea si canticchia, com’è ovvio, il motivo portato al successo da Adele o dagli U2, lasciando l’autore nel dimenticatoio. Poi lo si ritrova naturalmente, ma quanta fatica per rientrare nel clima drammatico di Kostia. Anche perché le ironie che Dini semina insieme a momenti di vera comicità (che i personaggi trattengono da oltre un secolo e finalmente vogliono – devono – manifestare) non aiutano a riprendere immediatamente il filo delle inquietudini che sempre in loro sopravvivono e che li contraddistinguono.

In tema con la musica (che resta comunque una cornice che si distacca dal quadro), a un certo punto, sboccia il nome di Elvis Presley. Ahi, ahi! Vero che i costumi ricordano quegli anni, ma l’abbigliamento in scena ormai non sempre determina l’epoca; piuttosto, se in continuazione si parla e ci si azzuffa sul costo del mantenimento dei cavalli che tirano le carrozze, è evidente che ancora non è la stagione adatta per pensare al rock & roll! «La questione non sta nella scelta delle forme vecchie o nuove – dice Kostia a proposito del teatro coinvolgendo direttamente la platea – ma su quel che esce dall’anima dell’autore»: d’accordissimo, ma non possono essere queste le brillanti innovazioni, né le geniali riforme su cui gettare le fondamenta per un nuovo teatro. Certe discutibili scelte vanno lasciate al conformismo strabico di registi moderni ai quali sarebbe preferibile non «allidiarsi» mai.

Dini in scena è un superbo attore, con una presenza invidiabile, come Drago avvolto nel mantello nero dell’infelicità di un pipistrello, e come molto bravi sono anche Gennaro Di Biase e Edoardo Sorgente, spiritosi al punto giusto. Dispiace dover constatare che sul versante femminile ci siano le più evidenti incertezze recitative, ma non canore. Bella la soluzione del matrimonio di Mascia (interpretata con irriducibile veemenza da Enrica Cortese), anche se la pompetta che le gonfia la pancia è più una trovata da comici circensi che da scuola stanislavskiana. Convincente e densa di conturbante emozione, però, la scena tra madre e figlio che fanno la pace e si contendono lo scettro dell’amore incompreso. È il momento in cui Giuliana De Sio ritrova le caratteristiche che la contraddistinguono: femminilità, passione e un pizzico di strafottenza. È il momento in cui ho pensato che un bacio incestuoso potesse irrompere folgorante in questo tentativo di rinnovamento del teatro sempre troppo casto di Anton Cechov. (fn)
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Il gabbiano, di Anton Cechov, traduzione di Danilo Macrì. Dramaturg, Carlo Orlando. Regia di Filippo Dini. La scena dello spettacolo di Kostia è affidata alla regia di Leonardo Manzan. Con Giuliana De Sio (Irina N. Arkadina), Giovanni Drago (Kostantin G. Treplev), Valerio Mazzuccato (Petr N. Sorin), Virginia Campolucci (Nina), Gennaro Di Biase (Il’ja A. Samraev), Angelica Leo (Polina), Enrica Cortese (Mascia), Filippo Dini (Boris A. Trigorin), Fulvio Pepe (Evgeneij S. Dorn), Edoardo Sorgente (Semen S. Medvedenko). Scene, Laura Benzi. Costumi, Alessio Rosati. Musiche, Massimo Cordovani. Luci, Pasquale Mari. Produzione, Tsv (Teatro Nazionale); Teatro Stabile di Torino (Teatro Nazionale); Teatro di Roma (Teatro Nazionale); Teatro Stabile di Bolzano; Teatro di Napoli (Teatro Nazionale). Al teatro Argentina, fino al 18 gennaio

Con leggeri microfoni

Foto: Filippo Dini e Giuliana De Sio (© Serena Pea)

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