SCIOSCIAMMOCCA RIPASSATO AL VAGLIO DELLA LEGGE BASAGLIA
Ricostruire la distribuzione di un simile adattamento è impresa eroica: la locandina esposta nel foyer del teatro riporta, come al solito in maniera assai superficiale, soltanto un oscuro elenco di nomi, e cercare di associare i visi – e quindi poter individuare l’interprete – a personaggi che perlopiù sono stati modificati dal testo originale diventa un lavoro snervante. E questo non giova alla recensione, che inevitabilmente risente di un peso e di una responsabilità che non spetta al critico. Se i produttori completassero al meglio le loro fatiche anche gli scritturati sarebbero più contenti: ciascuno guadagnerebbe la propria identità e avrebbe gli applausi o i fischi che merita. Affidarsi alla sapienza dei critici non è mai troppo saggio!
Dunque, in occasione del centenario della morte di Eduardo Scarpetta (29 novembre 2025) giustamente si sente il bisogno di ricordarlo portando in scena una tra le sue opere più riuscite e famose; una di quelle rese immortali dalla versione cinematografica interpretata da Totò nel 1954. Il medico dei pazzi nasce come farsa nel 1908 riscuotendo immediatamente gran successo di pubblico, e regalando all’autore l’ennesima soddisfazione artistica e popolare, che riuscì, in parte, a rincuorarlo dopo le tormentose vicissitudini della lunga causa giudiziaria mossagli da Gabriele D’Annunzio: causa che proprio quell’anno si risolse a favore dell’artista napoletano.
Gianfelice Imparato veste egregiamente i panni di Felice Sciosciammoca, in versione benestante, divenuto cittadino benemerito di Roccasecca, il quale attingendo alle facoltose risorse della moglie, mantiene lo sfaccendato nipote Ciccillo in quel di Napoli a studiare – si fa per dire! – corsi di medicina all’università. Allarmato dalla imminente visita degli zii, Ciccillo, che nel frattempo non ha mai aperto un libro, pur avendo ricevuto regolarmente il denaro, tenta l’impossibile per convincere i parenti della sua ormai avviata carriera come medico in un manicomio per pazzi furiosi.
Ben ancorato ai precetti della tradizione, la genuina comicità di Imparato resiste, senza subire scossoni, all’incessante evoluzione delle epoche e delle nuove convenzioni teatrali. La sua espressione attonita, correlata ai tempi delle battute scandite con umorismo dal sapore antico, ma eterno, sono il punto di forza di quest’allestimento, che se seguisse l’impronta dell’autore e consegnasse integro il testimone al protagonista non avrebbe nulla da invidiare alle tante altre edizioni, pure eseguite da ottimi attori e attrici. Peccato che Leo Muscato, invece di dedicarsi con semplice devozione soltanto alla regia, abbia voluto rimettere mano al testo. Dico: se si prende in considerazione di voler allestire un capolavoro affermato della comicità popolare dialettale, quella che nasce da anni e anni di esperienza in palcoscenico, se a scrivere il copione è l’autore principe del teatro umoristico napoletano, che bisogno c’è di adattare la commedia, aggiungendoci un argomento che con lo spasso teatrale (che è finalità dell’opera, lo sottolinea anche Sciosciammocca alla fine) non c’entra nulla?
Perché voler strizzare l’occhio a un discorso meramente burocratico? Un discorso che abbassa il livello del divertimento perché diventa un pensiero aggiunto che porta lo spettatore a soffermarsi su una questione che la commedia non contiene. Il medico dei pazzi è una farsa, e tale deve rimanere: non può passare al vaglio della legislazione. La legge Basaglia (approvata nel 1978) che ha riformato l’assistenza psichiatrica, stabilendo la chiusura dei manicomi, non trova la culla adatta nel testo di Scarpetta, anzi disturba, perché obbliga i personaggi a un aggiornamento ambiguo. Seguendo la logica imposta da Muscato, si sarebbe dovuto cambiare anche il titolo, ma così nessun produttore avrebbe approvato il progetto. Quel che accadeva nella vivace pensione Stella nel 1908, non può accadere negli alberghetti della Ferrovia e dintorni nel 1978: negli anni Settanta quel genere di locande non esisteva più, o meglio erano diventati tutti luoghi per appuntamenti con caparra anticipata.
Di conseguenza, scene e costumi diventano parossistici, e spesso non si intonano alla comicità originale. Soprattutto i disegni, a righe orizzontali, delle pareti fisse, che restano uguali per i tre atti, sono fuorvianti: dovrebbero differire appena tra una scena e l’altra. Con questa visione, tutti gli ambienti sono abbelliti con la stessa carta da parati: non fa chic! Anche la recitazione di qualche attrice inciampa su pieghe baritonali inaccettabili all’umorismo leggero cesellato da Scarpetta: i toni bassi, in teatro, solitamente si addicono agli uomini (o, per rimanere in tema di scarpettiana, a qualche improvvido scambio di ruoli). Per fortuna, alcuni personaggi (come, per esempio, il musicista hippie di Francesco Maria Cordella) trovano opportuni e inediti aggiornamenti che giustificano l’adattamento. Infine, perdonate la sincerità: se il progetto nasce per onorare l’importante anniversario di cotanto autore, per quale motivo gli autori devono diventare due? Perché Muscato pretende di inserirsi con determinazione nel ricordo di Scarpetta e spegnere con lui cento candeline? Questa presunzione mi indispettisce più della mancata distribuzione in locandina.
Foto: Alessandra D’Ambrosio, Gianfelice Imparato e Giuseppe Brunetti (© ???)
