IL LATO OSCURO DEL MONDO A STELLE E STRISCE
Massimiliano Vado, per adeguarsi ai tempi, ha avuto un’ottima idea: invece di portare in scena un solo monologo – poiché in questa stagione abbondano in ogni teatro – ne offre, in un unico spettacolo, «appena» undici. Ma c’è da dire pure che Vado, per non perdere l’occasione di sollevare polemiche, ha avuto anche un’ottima intuizione: mostrarci in questo modo l’altra faccia dell’America trionfante a stelle e strisce, non quella «bianca» e spaccona di Trump e Rubio che minacciano di andare a caccia degli ultimi orsi polari, ma quella più oscura di Skid Row, un quartiere di Los Angeles tristemente noto per la miseria, il degrado, la droga e la criminalità. Soft white underbelly, che non ha nulla a che vedere con il colore bianco, è un’espressione americana, assai in voga tra le ultime generazioni, che vuole indicare il lato nascosto delle cose: letteralmente, portare alla luce (white) dolcemente (soft) la pancia degli animali (underbelly) che solitamente è visibile soltanto dal basso. Tuttavia, Soft white underbelly è anche il nome del canale Youtube di Mark Laita, un attempato fotografo che va in giro a filmare ciò che vede nel quartiere di Skid Row, intervistando prostitute, tossicodipendenti, schizofrenici, balordi gangster, insomma vagabondi disturbati da ogni sorta di infelicità. Les épaves, direbbe Baudelaire, i relitti di una società nascosta che vive ai margini della civiltà. Ed è facile immaginare che in queste inchieste non c’è traccia di soft. Tutt’altro!
Le registrazioni pubblicate da Laita sono centinaia, forse migliaia, e le interviste hanno un tempo illimitato: qualcuna più breve, fatta a personaggi taciturni e solitari, può arrivare alla mezz’ora; altre toccano le quattro ore di racconti dannatamente incredibili. Vado, sempre lui, si è sobbarcato di questo lavoro, e con un suo gruppo di giovani attori, è riuscito a estrapolare undici storie drammatiche fino all’esagerazione o forse fino all’esasperazione, tant’è che all’inizio una didascalia annuncia che tutto ciò che vien detto è autentico, anche se potrebbe apparire inverosimile. In circa 80 minuti le confessioni di James, Sabrina, Jerry, Lydia Kristina, Andrea, Steve, Marquette, Gabrielle, Corinne, Tracy e Oscar tengono il pubblico in un’angoscia crescente, costellata di violenze, di stupri, di droghe, di prostituzione a buon mercato, e soprattutto di quell’amore che per loro non c’è mai stato. Un’assenza che s’è tramutata in una congestione di amarezze, rancori e disprezzo. Ciò che comunque lega questi personaggi che brulicano sul viale del degrado è sempre una disperata ricerca di quel calore umano che li ha abbandonati sin da bambini. Urlano e piangono per elemosinare un briciolo di comprensione; da soli si torturano con le parole tra ricordi d’infanzia rubata e devastanti sollievi momentanei. Hanno dimenticato il senso della vita, tuttavia in loro resta viva la disperazione della solitudine. Ognuno porta con sé il dolore di un diavolo: l’odio di una mamma, l’abuso di un padre, il tradimento di un uomo, e quando non resta proprio nulla anche la fede in un dio spietato diventa motivo di afflizione.
Le testimonianze raccolte da Laita, che Massimiliano Vado ripropone in nuce, acquistano un’importanza giornalistica di grande impatto e denuncia. Da qualche tempo, infatti (non molto per la verità), alcuni finanziamenti sono arrivati da parte del governatore Gavin Newsom, per spostare i circa quattromila senzatetto, affinché – si dice – possano trasferirsi in alloggi migliori; e si parla anche di un tentativo di reintegrazione nel mondo del lavoro. Belle intenzioni sicuramente, di cui però già si sussurrano le reali conseguenze legate alla trasformazione della zona più degradata di Los Angeles, che attende di essere rivalutata, ripulita, riedificata e commercialmente produttiva. Quanto sia di primaria importanza, se portare in salvo la feccia dell’umanità o risanare l’ambiente, non è lecito saperlo.
Ma c’è anche la disperazione di James, che implora pietà per «quel che è successo», per le violenze subite in famiglia, a cui Ugo Caprarella dona una forza ribelle progressiva davvero commovente. C’è il viso sfigurato di Jerry di Leonardo Zarra che incita alla ricerca del bene malgrado voce e atteggiamenti ricordino piuttosto il contrario. C’è il dramma della giovane Andrea di Alessia Ferrero, confusa dal suo stato di ermafrodita, stordita dalla droga e ossessionata da una madre tossicodipendente. C’è la schizofrenia di Sabrina (Emanuela Panzarino) e la solitudine e il risentimento di Steve (Max Vado). C’è il lato oscuro dell’America, quello del quale le cronache estere preferiscono tacere: è un’America che non ha mai saputo cantare On the sunny side of the street, famoso brano felice degli anni Trenta, ma sussurra e grida Soft white underbelly: dieci, cento, mille tragedie umane. (fn)
Foto: da sin: Alessia Ferrero, Emanuela Panzarino, Leonardo Zarra, Elena Biagetti (a terra), Francesca Gregori e Ugo Caprarella (© Beniamino Finocchiaro)
