C’È ANCORA DEL MARCIO IN DANIMARCA,MA IN PLATEA È IL DELIRIO!
Di solito non leggo mai le recensioni di uno spettacolo prima di vederlo. Stavolta, nel cercare la fotografia che avrebbe corredato l’articolo, cliccando sull’immagine si è aperta una pagina scritta circa un anno fa. Una frase ha attirato la mia attenzione e l’occhio ha finito per cedere all’inganno. L’autore del pezzo, o ha assistito a uno spettacolo che io mi son perso, o s’è divertito a imbrogliare le carte. La critica, seriosa al punto da sfiorare la noia, ha accentuato il malinteso di base della messa in scena, un determinante vizio che nasce dal manifesto: è vero che il nome di Shakespeare non compare mai, ma (mi chiedo) è sufficiente un piccolo numero esponenziale, posto in alto a destra, dopo il nome di Amleto, principe, prima ancora che di Danimarca, della tragedia del teatro dell’era moderna, per giustificare un divertissement immaginato tra le atmosfere del varietà (teatrale e televisivo) e l’ambientazione circense? Non sto esagerando: in scena Amleto, o chi per esso, si trova dietro una gabbia, proprio come quella che, sotto il tendone, per anni ha protetto le belve feroci dalla stupidità del pubblico!
Filippo Timi ovviamente si deve difendere dall’idiozia di chi applaude e ride appena dall’altoparlante (le voci sono sparate come gli annunci alla stazione Termini) si sente nominare il re del patriarcato, nella sua forma più rozza e popolare, il cazzo; ma anche il retrostante culo riscuote invidiabile successo; il gesto dell’ombrello, ripetuto cinque o sei volte, provoca un delirio in sala. Ma la gente si lascia travolgere dalla più stolida felicità quando, per tre minuti abbondanti, dalla ribalta sibila una pernacchia che teatralmente sostituisce quell’altro rumore che di solito conclude una dolorosa fitta al ventre. Se sono questi i risultati più esilaranti, suppongo che in Danimarca ci sia ancora tanto marcio da consumare (ogni allusione alla Groenlandia è esclusa), tuttavia in platea la follia è alle stelle. Giustamente Timi ne approfitta, e provoca e gestisce le reazioni del pubblico, sospendendo la recitazione con qualche sberleffo di troppo, uscendo di continuo dal personaggio (che fa molto grande attore!), citando le domenicali lezioni di Mara Venier, le marachelle di Fabrizio Corona, alludendo a Pinocchio (che forse non tutti hanno recepito), ma anche a Piersilvio (questo, sì, è stato subito individuato), riproponendo l’ululato di Harry Belafonte, dichiarando la bisessualità di Tyrone Power, insomma tutti argomenti che con il principe di Elsinore ci stanno peggio del sale nel caffè. Ecco perché mi chiedo se quel numeretto in Amleto² sia sufficiente a proteggere l’azzardo di far della più classica tragedia, l’esagerazione di una buffonata.
Chiariamo: buffonata, teatralmente parlando, non è termine spregevole, ma è l’arte del buffone; ed è ammesso e comprensibile che si possa portare in scena uno spettacolo basato sui criteri degli antichi fool. Timi, più che Amleto, interpreta un buffone. Ma questo fine che resta nobile, ahimè, si nasconde dietro un titolo (un nome) talmente ingombrante che impedisce a chi conosce l’originale di non restar perplesso di fronte allo scambio dei personaggi. Timi avverte in principio che «nessuno è innocente» e che «il male è inattaccabile» e per non soccombere «bisogna fingere». La finzione comincia con Marilyn Monroe che appare davanti al sipario sulle note di Stormy weather in cerca di un parcheggio e quando lo trova raggiunge un orgasmo che l’aiuterà al finale a ritirare la statuetta dell’Oscar, grazie alla quale (ultima superstite della tragedia shakespeariana che si consuma per altri lidi), potrà finalmente suicidarsi. Finzione, realtà o cattivo gusto? Povera Marilyn! Bravissima, però, Marina Rocco che la ricorda con bellezza, ironia e leggerezza.
La frase che più mi ha suggestionato favorevolmente (perché contiene una certa arguzia intellettiva e una verità piuttosto sconveniente) la pronuncia Gertrude (Lucia Mascino), la regina, che sa di «vivere nel vizio per sentirsi diversa da quelli che, poveracci, lavorano», mentre sprezzante indica gli spettatori, i quali ovviamente ridono a crepapelle. «Lavoratori!» era il grido tronfio di Alberto Sordi in un film felliniano, grazie al quale abbiamo riso per decenni. Il pubblico si incanta ad ascoltare le sferzate che giungono dal palco, e dal palco il fool non si risparmia, protetto dalla gabbia. Non si sa mai!
Con microfoni, come alla stazione
