LA FIDUCIA FEMMINILE DIVENTA L’ARMA DELLA VENDETTA
Nel 1986 Mario Vargas Llosa scrive due atti per il teatro ispirandosi alle atmosfere del suo secondo romanzo «La casa verde», pubblicato nel 1966, ricavando da quel groviglio di personaggi, i cui destini sono destinati a incrociarsi dopo aver condotto esistenze molto differenti, una storia densa di torbida umanità, condita dalla più bieca ambizione della miseria, quella di trovare molto denaro con il minimo sforzo. Tema principale è il maschilismo, che qui si scontra con il ruvido muro dell’omosessualità femminile. C’è molta violenza nelle parole e negli atteggiamenti dell’uomo, ma ci sono anche due figure di donne ben differenti tra loro: una indurita dalla vita e, per difendersi, inaridita nel sentimento; l’altra romantica e remissiva, quindi condannata a diventare schiava del suo aguzzino.
Protagonista è una donna senza un’età precisa, La Chunga, nata nella Casa Verde, bordello di Piura, cittadina a nord ovest del Perù. Gestisce uno squallido bar, nel quale vive in un’attigua camera. È il locale dove ogni sera si ritrovano José, Scimmia, Josefino e Lituma per giocare a dadi e bere birra. Josefino, uno spocchioso magnaccia dal coltello facile, passa in un attimo da una grossa vincita a perdere tutto, così da essere obbligato a chiedere un prestito alla donna. In cambio può lasciarle soltanto Meche per una notte, la sua ultima conquista. Chunga, «la frocia», affascinata dalla bellezza della ragazza, finisce per accettare: ma all’alba Meche sparisce nel nulla. I quattro clienti abituali, continuando a frequentare il bar come se il destino della ragazza contasse davvero poco, distrattamente giocano e sempre chiedono che fine abbia fatto la bella Meche, ma soltanto per morbosa curiosità, e per il divertimento di accusarsi l’un l’altro.
Vargas, trovo scritto nelle note, ambienta la vicenda nel 1945: ma il film con Esther Williams e Ricardo Montalban (La matadora), di cui parla Meche nominando i tori, è del 1947 e dubito che sia stato immediatamente distribuito in Perù. Tuttavia, Carlo Sciaccaluga, che ne fa un atto unico, sembra posticipare questa data almeno di un decennio. La regia muove gli attori sia nel presente vissuto che nel passato raccontato. La scena si apre con il raduno dei quattro tangheri che invadono il bar e, tra canti goliardici e beceri atteggiamenti, fanno immediatamente capire che ci troviamo in un mondo dove il maschio, con il coltello e le minacce, con la forza e con la prepotenza, è il padrone assoluto. Si cominciano a lanciare i dadi e subito chiedono a Chunga di raccontare particolari incandescenti della notte che trascorse tempo addietro con la ragazza. Come in una dissolvenza, Meche entra nel locale e Josephino la presenta agli amici: dunque, è il giorno che precede la sua scomparsa. La regia prevede che tutti gli attori restino sempre in scena. Ciascuno, con movimenti rallentati o con opportuni decentramenti, uscirà dal dialogo, continuando a partecipare passivamente all’azione degli altri.
È questa la trovata che promuove lo spettacolo, innalzandolo da squallida storiaccia di borgata (così si potrebbe dire se fosse trasposta nella Roma pasoliniana), a vero e proprio thriller da palcoscenico. Passato e presente si alternano a varie fasi, prima con l’incontro tra le due donne e poi con varie versioni dei fatti narrati, che diventano supposizioni, accuse e intime confessioni, proprio come in un’indagine poliziesca. Ma Meche, fisicamente, è sempre lì, in mezzo a loro, partecipa alle sconcezze, restando sconcertata per quel che ascolta: sono le conferme degli avvertimenti della Chunga sulla cattiveria e l’inossidabile violenza dell’uomo. Meche scopre così un nuovo sentimento d’amore che nasce dalla dolcezza, qualcosa che non aveva mai provato prima: la complicità della carne. Nelle parole che le due donne si rivolgono alla fine, infatti, si concentra l’intesa di un compromesso basato sulla fiducia, l’unica arma con la quale Meche riuscirà a liberarsi del suo carnefice. Una vendetta silenziosa non soltanto sua, ma anche della Chunga e di tutte le donne sfruttate e sottomesse.
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La chunga, di Mario Vargas Llosa. Regia di Carlo Sciaccaluga. Con Debora Bernardi (La Chunga), Francesco Foti (Josefino), Giovanni Arezzo (Scimmia), Franz Cantalupo (Josè), Liborio Natali (Lituma), Francesca Osso (Meche). Scene, Anna Varaldo. Costumi, Anna Verde. Luci, Gaetano La Mela. Produzione, Teatro Stabile di Catania, Teatro di Roma (Teatro Nazionale). Al teatro India, fino al 18 gennaio
Con microfoni
Foto: Debora Bernardi e Francesco Foti (© Antonio Parrinello)
