18 ottobre 2022
«Un archivio fotografico per il teatro» di Paola Bertolone
15 ottobre 2022
«Il grande Grabski» di Vanacore-Rinaldi
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GRABSKI, IL GRANDE CIALTRONE
È risaputo che la psicanalisi talvolta non raggiunga i propri scopi. Succede pure che potrebbe aumentare i problemi dei pazienti, o addirittura creare veri e propri disastri psicologici. Tutto sta nella scelta del medico: Maurizio, malconsigliato dalla fidanzata, si rivolge a un luminare per la verità poco illuminato dalla scienza. In fondo si tratta di trovare la causa di una fastidiosa eiaculazione precoce che non riesce a spegnere la focosità di lei e mortifica lui. Ci penserà il grande Grabski, psichiatra tanto esoso quanto infarcito di concetti appresi, forse troppo superficialmente, da Freud, Lacan e Jung. Su tutti incombe la figura mitologica di Edipo, padre di tutti gli inconsci malati; poi c’è la grande madre, come archetipo femminile. E poi, per il nostro Maurizio, per fortuna, ci sono soprattutto le polpette di sua madre, che però non riusciranno a scardinare né le teorie né le pretese economiche di Grabski.
13 ottobre 2022
«La signorina Giulia» di Strindberg; regia, Leonardo Lidi
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| Giuliana Vigogna e Christian La Rosa |
Darwin nella stanza della signorina Giulia
Se il naturalismo letterario e artistico ha lo scopo di mantenere in scena un atteggiamento realistico; se il naturalismo invocato da Zola (1880) invita a rispettare sulla scena i dettagli dell’ambiente che sono determinanti per il comportamento dei personaggi; se è vero che Strindberg è considerato il capostipite del teatro naturalistico, La signorina Giulia, presentato dallo Stabile umbro, al Vascello di Roma fino al 16 ottobre, per l’adattamento e la regia di Leonardo Lidi, non ha nulla di tutto questo: recitazione, movimenti e soprattutto l’impianto scenografico fanno pensare piuttosto a un teatro decisamente astratto, quasi metaforico. Lidi, infatti, impianta la sua regia (che lo indirizza inevitabilmente a un adattamento del testo originale) partendo dall’idea dello spazio/tempo che soffoca le esigenze della nostra vita; un concetto che l’opera di August Strindberg certamente contiene, benché sviluppata in maniera molto diversa. Pertanto i tre personaggi del dramma, quando rispettano i loro ruoli, sono eretti, cioè, godono di una posizione che Darwin (che del naturalismo artistico fu l’ispiratore) definirebbe da homo erectus, mentre quando gli stessi ambiscono a liberarsi della loro posizione, a uscire dai propri confini sociali, eccoli costretti a una postura ricurva, molto simile a quella delle scimmie.
10 ottobre 2022
«Dante» un film di Pupi Avati
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| Alessandro Sperduti è Dante |
SOFFRE DI TROPPE OMISSIONI IL DANTE DI AVATI
Dante morì a soli 56 anni, giammai vecchio dunque; anzi a un’età che oggi non discosta molto dal mezzo del cammin di nostra vita: e l’intuizione pregevole di Pupi Avati è proprio quella di restituirci il fresco viso di un giovane che si potrebbe definire affettuosamente «uno sbarbatello» del tutto inatteso al grande pubblico, abituato da secoli a riconoscere il grande poeta fiorentino nell’arcigno profilo nasuto e un po’ musone. Invece il sorriso quasi ingenuo del bravo Alessandro Sperduti sorprende assai positivamente lo spettatore e regala al film un senso di leggerezza che altrimenti prenderebbe una piega eccessivamente solenne. Intrigante e ben studiato anche il percorso del racconto della vita di Dante, narrato da Giovanni Boccaccio (un ottimo Sergio Castellitto), incaricato dall’ingrato governo fiorentino di donare dieci fiorini d’oro come risarcimento tardivo e simbolico alla figlia del poeta, suora in un monastero di Ravenna.
15 marzo 2021
«’O ciardino nuosto», Effennedition 2021
09 febbraio 2017
«Peppino naturale e strafottente»
Raccolta degli articoli
di Giuseppe Patroni Griffi
a cura di Fausto Nicolini
con un ricordo di Antonio Ghirelli
una premessa di Raffaele La Capria
e una introduzione di Fausto Nicolini
In copertina, foto a colori di Bepi Caroli (2001)
pagg 556: con 60 fotografie in b/n
Editoriale Scientifica, Napoli, 2017
La memoria storica
diretta da Fulvio Tessitore
PEPPINO NATURALE E STRAFOTTENTE
«Per chi la notte non ha voglia di dormire»
Una selezione di 114 articoli di
GIUSEPPE PATRONI GRIFFI
scritti per il Messaggero e per il Corriere della Sera
07 dicembre 2015
«Fuje Filumena (degli eterni sospiri)» di Peppe Fonzo
AZZURRO IN UN GIALLO-NOIR COLOR FUXIA
Nella stagione in cui le attese degli aficionados sono puntate verso la più classica versione di «Filumena Marturano», interpretata dalla più improbabile icona delle sonorità melodiche partenopee, ecco che spunta inaspettata e silenziosa un’originale rivisitazione del personaggio eduardiano, scritta e riscritta da Peppe Fonzo, rappresentata in un teatro di nicchia (oltre che di provincia) con la regia dell’autore e l’interpretazione di Roberto Azzurro. Non passi inosservata al lettore quel «scritta e riscritta», in quanto lo spettacolo a cui abbiamo assistito è in pratica la traduzione al maschile di una precedente versione già realizzata (per sola voce femminile) dallo stesso Fonzo. Le due trasposizioni, femminile e maschile, prendono spunto dall’assassinio dei tre figli di un boss della camorra, del quale la protagonista ideata da Fonzo ne è l’amante giovanissima e segretissima: prostituta sì, ma non madre dei tre pargoli di Domenico Soriano, uomo già sposato, padre (stavolta) indiscusso dei suoi eredi, e capo di una cosca dedita alle attività criminali.
09 aprile 2013
«Linguanìa», La Vita Felice 2013
Venti poesie dedicate all’amore di Fausto Nicolini
(20 disegni dedicati all’amore)
con una prefazione di Vincenzo Mascolo
La Vita Felice, 2013
*
09 febbraio 2011
«Note d’amore (ma senza cuore)», Lietocolle 2011
«Solodieci POESIE» di Fausto Nicolini
con una nota dell'autore
Lietocolle, 2011
Libriccini da collezione
La caduta
25 novembre 2010
«Donna Rosita nubile» di Federico Garcìa Lorca
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| Gianfranco Dettori e Andrea Jonasson |
CON UN GRANDE CAST LA COMMOZIONE NON ARRIVA PER CASO
Da quanto tempo l’emozione non mi scuoteva!
Per una volta mi piace cominciare a scrivere d’istinto. Puro istinto. Perché, è vero, assistendo a Donna Rosita nubile il sentimento che mi lega al teatro – a una certa idea del teatro in cui sono cresciuto, quella che affonda le radici nell’educazione teatrale – ha subito il trauma del risveglio. Lo stesso che, paradossalmente, prova chi all’improvviso esce dal coma e d’incanto recepisce di nuovo le vibrazioni dell’esistenza. Che qui, tradotto in termini emotivi, si chiama nostalgia. È la nostalgia di vedere rappresentato il rigore, cioè l’etichetta scomparsa delle grandi rappresentazioni, l’omaggio a un Credo certamente acatollico ma ugualmente sacro. Una devozione rivolta non esclusivamente al cosa sì è visto (che pure ha la sua valenza), ma piuttosto al come è stato riproposto. Il teatro, si sa, è un gioco infinito durante il quale la Signora Finzione cerca di imitare la Signora Realtà; unica regola: guai a prenderne il posto, pena la catastrofe. Ma a catastrofi, ben peggiori, abbiamo assistito in questi anni: quando abbiamo visto la prima delle due madame andarsene da sola per la sua strada, senza alcuna meta, cioè senza alcun rigore, osservando esclusivamente la regola del pressappochismo, delle mezzecalzette: l’esempio di teatro che alla lunga accompagna lo spettatore affezionato verso un coma critico sempre più profondo, verso l’incapacità di giudizio critico: un letale anestetizzante.
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