09 marzo 2026

«Riccardo III» di Shakespeare (regia, Andrea Chiodi)

«Riccardo III» di Shakespeare (regia, Andrea Chiodi)

Roma, Teatro Argentina
8 marzo 2026

IL RE SOGNA (MA FORSE NO)

Soltanto al termine si delinea più chiaramente l’idea che Andrea Chiodi ha partorito per costruire su misura un Riccardo III per lasciar esprimere al meglio l’abilità recitativa di Maria Paiato, indiscussa regina della nostra scena. Un Duca di Gloucester, principe del male, dunque interpretato da una donna, da una voce luciferina, dalle movenze ambigue: tutte caratteristiche che rendono mefistofelico il personaggio più cattivo del panorama teatrale. Tuttavia, la realizzazione di quest’idea risente di alcune stonature che diventano vere e proprie trappole per il regista, il quale non può accontentarsi di una traduzione, seppur aggiornata, ma richiede l’intervento di Angela Dematté per adattare la tragedia di Shakespeare alle esigenze della nuova rappresentazione.

La regina madre, che nel testo originale appare soltanto al secondo atto, qui introduce il lamento del figlio storpio, che, ancora bambino, sulle note di «My way» cinguettate da un carillon a forma di giostra, si distende sul grande tavolo (illuminato da un metaforico lampadario a forma di bara), che riempie la scena, e le chiede: «Madre, come mi chiamerei io, se dovessi diventare re?». «Tu non diventerai re», decreta la mamma. Parrebbe quindi un sogno. È, in effetti, lo è. Vorrebbe esserlo, se non fosse che un attimo dopo il bambino si desta su due piedi e con voce minacciosa ripete l’antifona, diventando improvvisamente adulto. Il mondo onirico, in quel momento, ha tutta l’aria di crollare per lasciar spazio al dialogo spietato del futuro Riccardo III, che non parla più come un bambino, ma come quel seducente criminale che è. Dunque, si torna alla realtà: realtà teatrale! E i fatti si susseguono, così, come li conosciamo.

Maria Paiato si distingue immediatamente per il taglio vocale che dona al suo Riccardo: una cattiveria sempre affilata, sarcastica e affabulatoria, inesorabile e beffarda. La prima parte, però, sembra un assolo continuato, nel quale gli altri infilano a fatica le loro battute, talvolta anche fuori tempo, perché il protagonista raramente li degna di uno sguardo, preferendo ammiccare le arguzie maligne alla complicità della platea. In questo modo i rapporti con gli altri personaggi – ignorati – non riescono a trovare il necessario equilibrio. Paiato bravissima, ma Riccardo III non è un monologo. In questa esibizione, certamente autoreferenziale, si ha la percezione che tutti gli altri siano diventati l’impasto di un coro greco: anche un po’ trascurato anche dal regista. Sono ombre dal manto perso, sono fantasmi abbigliati con costumi che sfidano la maledizione del colore viola in ogni tonalità (eccetto Riccardo che è in nero e il ragazzo che è bianco), che s’abbina con le alte pareti che delimitano lo spazio scenico. Attorno al tavolo, una moltitudine di sedie.

Le sedie: titolo di una famosa farsa dell’assurdo. Quando il primo assassinio ai danni del Conte Rivers (interpretato da un poco comprensibile Tommaso Cardarelli) viene compiuto in ribalta, il corpo inerme stramazza al suolo. Immediatamente comincia la scena successiva e il cadavere, mentre gli altri dialogano, si alza, proprio come un fantasma, va verso il fondo, prende una sedia e se ne esce per la destra trascinandosi l’anima di Ionesco. La stessa assurdità si ripete poi con gli assassinii di Clarence e di Hestings: sedie che lasciano il campo portate via dai morti. Cadaveri ambulanti in palcoscenico se ne sono visti, eccome, ma senza sedie a strascico! A qualcuno, in platea, è scappato da sghignazzare: e come dargli torto? Prima del finale, per liberar la sala, Chiodi fa rientrare tutta la filastrocca de’ schertri, ciascuno con la propria testa sotto il braccio, a togliere le sedie rimanenti: be’, in vista delle lunghe attese che si prospettano nell’Aldilà, procurarsi una comodità per sedersi, potrebbe esser saggio. Non si sa mai!

Quel che mi son divertito a descrivere con una certa ironia, aiutandomi anche con i ricordi di un sonetto del Belli, è una scena tipica da teatro dell’assurdo (nulla di male) e, nel contesto del «Riccardo III, opera adattata per Maria Paiato» ritroverebbe senso soltanto se non si fosse mai avuta la percezione della fine del sogno iniziale. Nel sogno, lo sappiamo, ogni assurdità diventa lecita. Ma quel sogno, purtroppo, s’interrompe bruscamente, cosicché molti altri particolari, nel momento in cui si rappresentano, non tornano più: per esempio, non esiste il regno in questa tragedia, non esiste la vita di corte e il trono a cui il protagonista ambisce corrisponde a un potere occulto e mai a quello d’Inghilterra. C’è un tumulto familiare che assomiglia molto a una faida mafiosa, dove la vita procede nascosta e gli omicidi si consumano tutti in un luogo segreto, lontani dal mondo esterno. Ci si ritrova sempre nella stanza della tortura a subire le angherie di un despota, che, come un boss della malavita, agisce tramite sicari. Non si può arrivare alla fine della tragedia, quando una cascata di soldatini viene rovesciata sul tavolo dalla bara appesa al soffitto, per rendersi conto che stiamo ancora all’interno di quel sogno. Il regista ha il dovere di accompagnare lo spettatore lungo tutto il tempo del sogno seminando continuamente indizi onirici: abbandonarlo per poi riacciuffarlo in extremis, non aiuta alla comprensione.

L’intera compagine degli interpreti non m’è sembrata all’altezza: troppa differenza con la protagonista. L’unica che per eleganza di portamento, e la sola che sembra aver la coscienza di vivere a corte, è la regina madre di Giovanna Di Rauso, visibilmente troppo giovane per essere madre della protagonista. E sulla Paiato vorrei aggiungere ancora che, soprattutto nel secondo tempo, pigia a volte eccessivamente il pedale del sarcasmo, rischiando di scivolare nella parodia di Riccardo. Parodia che si dichiara quando pronuncia «Il mio regno per un cavallo»: con tutti quei soldatini sparsi in terra, diventa il grido di un bambino che gioca a fare il burattinaio con l’esercito di fanti ricevuti in dono per Natale. «Il mio regno per un cavallo», insiste Riccardo perdendo la corona. E muore. Signori miei, Ma Riccardo III muore in battaglia, ucciso per mano di Richmond. Qui sembra che muoia d’infarto. O forse dorme? Sogna (ma forse no). (fn)
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Riccardo III, di William Shakespeare. Riduzione e adattamento, Angela Dematté. Regia di Andrea Chiodi. Con Maria Paiato (Duca di Gloucester, futuro re Riccardo III), Giovanni Franzoni (Duca di Buckingham), Francesca Ciocchetti (Regina Elisabetta), Giovanna Di Rauso (Regina madre, Duchessa di York), Carlotta Viscovo (Regina Margherita), Emiliano Masala (Duca di Clarence), Igor Horvat (Re Edoardo IV), Tommaso Cardarelli (Conte Rivers), Riccardo Bocci (Lord Hastings), Ludovica D’Auria (Lady Anna), Cristiano Moioli (Primo assassino / Catesby / Ragazzo), Lorenzo Vio (Secondo assassino / Ratcliffe / Principe). Scene, Guido Buganza. Costumi, Ilaria Ariemme. Musiche, Daniele D’Angelo. Luci, Cesare Agoni. Produzione: Centro Teatrale Bresciano, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Biondo di Palermo, Teatro di Roma (Teatro Nazionale). Al Teatro Argentina, fino al 15 marzo

Con microfoni

Foto: Maria Paiato (© Laila Pozzo)

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