RARA MAGIA DEL TEATRO
Ormai è raro lasciare la platea a fine spettacolo completamente soddisfatti e convinti di aver visto qualcosa di «indimenticabile» (lo scrivo tra virgolette perché negli anni Ottanta si ripeteva spesso, ma oggi, ahinoi, non si pronuncia più!). Marcinelle è un vero e proprio evento teatrale dietro il quale non ci sono grosse produzioni, e questo è il segno più evidente che per far del buon teatro non occorrono tanti denari ma buone idee, non sono necessari i nomi famosi in cartellone ma capacità selettive di chi ha il palcoscenico nel sangue. Capita non più di un paio di volte a stagione di ammirare ancora prove di altissimo livello attoriale, di regie curate nei minimi dettagli: si apprezza l’opera compiuta nella sua interezza, oppure il testo, gli interpreti, o il regista, ma da anni – e la lunga mancanza di quest’emozione mi aveva convinto che difficilmente sarebbe potuto riaccadere – non mi succedeva di provare una simile emozione agli applausi finali. E insieme con me, il pubblico tutto: in piedi, entusiasta e commosso per aver seguito queste incredibili storie di minatori che possono entrare a far parte delle piccole grandi magie del teatro italiano. Ed è un peccato poterne annunciare soltanto l’ultima replica.
Attori bravi, sì, tutti e cinque certamente. Sarah Nicolucci, però, merita una lode: incantevole e sempre spiritosa nelle sue metamorfosi fisiche e dialettiche. Da rustica figlia della Maiella che munge Clementina e assiste il marito Cesidio che le prospetta un magnifico cambiamento con il nuovo impiego all’estero, alla moglie veneta di Giuseppe, che nel veronese già gusta i benefici del prossimo stipendio sicuro, dalla madre siciliana di Sestilio affranta dall’imminente partenza del figlio, mentre lui le promette in regalo un televisore, al capo brigata belga che, da un rudimentale pulpito, impartisce severi ordini in francese ai lavoratori appena giunti dal Belpaese, spiegando loro che le baracche dove soggiorneranno, per almeno cinque anni, furono prima quelle di un dismesso campo di concentramento per ebrei condannati e poi divennero celle per prigionieri tedeschi. Anche il testo è certamente ottimo: l’autore ha lavorato con impeccabile istinto da palcoscenico traendo dai volumi studiati (e dalle altre fonti che ha avuto a disposizione) materiali per raccontare la tragedia dei nostri minatori in Belgio nel 1956, cominciando dalle prime notizie che risalgono all’immediato dopoguerra, quando De Gasperi firmò l’accordo che prevedeva l’invio in Belgio di parecchie migliaia di lavoratori nelle miniere vicino a Charleroi, in cambio di carbone a prezzo vantaggioso. Da qui la tragedia in cui l’8 agosto 1956 persero la vita 262 minatori, 136 erano italiani. Quest’anno ricorre il 70° anniversario: per l’occasione, il 15 giugno prossimo, lo spettacolo sarà riproposto all’Istituto italiano di cultura di Bruxelles, per ricordare le vittime di Marcinelle.
Ma non è soltanto il fatto di cronaca ad aver acceso le emozioni del pubblico. Non è stata nemmeno la bravura degli attori e forse neanche la scrittura che ha reso la narrazione densa e comunicativa, capace con alcuni particolari storici di fotografare l’Italia consumata dalla guerra, ancora lontana dal boom economico, che si faceva incantare dal sinistro slogan: «Meglio il carbone che morire di fame». In teatro, che è uno strumento artigianale assai complesso perché racchiude in sé una moltitudine di arti, esiste un’alchimia artificiosa fatta di equilibri: e se ho apprezzato Ariele Vincenti come autore, e forse anche come ideatore del progetto, non mi stancherò mai di elogiarlo come regista di questo evento. Il merito è suo, del regista: è lui che ha saputo calibrare a perfezione i tempi delle battute con le sonorità delle parole, i rumori della miniera con i silenzi delle attese, gli entusiasmi dei minatori per le vittorie di Fausto Coppi, eroe nazionale, con le loro esplosioni di rabbia perché «In questo locale non possono entrare cani e italiani». È lui che con una semplice partita a scopa indovina il gesto e il suono secco e frusciante della «carta a denari» sciupata che chiama l’imprecazione tipica ascoltata tante volte nei piccoli bar dell’Appennino centrale. È lui che, con Alessandro Chiti, ha studiato una scenografia fatta di rudimentali cubi metallici che incastrandosi l’uno con l’altro, e riempiti da ripiani di legno, diventano vagone di treno, gabbia d’ascensore, impalcatura, ma anche metafora di fatica, pericolo, suggestione, cunicolo.
Su questa intelaiatura metallica si costruisce la trama della tragedia. Mentre, infatti, gli attori si sostituiscono ai macchinisti teatrali, fissando i ferri per modificare la scena, i minatori la vivono dal di dentro, la ispezionano, la manovrano con l’abilità di chi conosce i ferri del proprio mestiere e le loro voci son quelle che una volta animavano i cantieri degli anni Settanta, quando gli operai parlavano esclusivamente in dialetto. I nostri preziosi dialetti che comunicano tra loro anche se non usano lo stesso linguaggio: non è razzismo, è antropologia! Si parla l’abruzzese di Gessopalena e di Manoppello, il veneto del veronese, il siciliano di quella terra «dove finisce l’Italia» e dove cominciò la nostra civiltà. La stessa che fece scoprire ai nostri ignoranti minatori che, mentre loro indossavano le mutande sotto i pantaloni, i valloni ancora non sapevano cosa fosse quello strano indumento.
Foto: Giù in miniera (© Francesco Nannarelli)
