29 gennaio 2026

«KR70M16», scritto e diretto da Saverio La Ruina

«KR70M16» scritto e diretto da Saverio La Ruina

Roma, Teatro India
28 gennaio 2026

KARAMU, NAUFRAGO SENZA NOME IN CERCA DELLA MADRE

E se vai scavando nel regno dei morti, troverai che c’è anche una lotta sul diritto alla sofferenza, vedrai coloro che sgomitano per accaparrarsi un posto sul gradino più alto del podio per aver partecipato alla tragedia più commovente, e ascolterai che, anche nell’Aldilà, ci si può rinfacciare la palma della Memoria più solida tra la shoah e il genocidio dei Tutsi. Sulla morte, i morti, possono dire quel che vogliono, è la loro materia, ma sul ricordo della mamma esiste un solo tormento che unisce tutte le anime di ogni cimitero del pianeta. Ed è questo il pensiero che addolcisce la scrittura che Saverio La Ruina dedica ai tanti che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo. In particolare, alle 94 vittime della sciagura del 26 febbraio 2023, quando in 180, a bordo di un caicco proveniente dalla Turchia, naufragarono non lontano dalle coste calabresi. La corrente marina spinse i corpi sulla spiaggia di Cutro, in provincia di Crotone, sigla KR.

28 gennaio 2026

«Con la carabina» di Pauline Peyrade (regia, Licia Lanera)

«Con la Carabina», di Pauline Peyrade (regia, L. Lanera)

Roma, Spazio Diamante
27 gennaio 2026

LA MEMORIA DELLA CARNE NON PERDONA

Con la carabina racconta di cose che accaddero anni addietro. Cose non belle, anche se al momento potevano sembrare bellissime, almeno per lui. Cose che accaddero tra lui e lei quand’erano adolescenti (forse anche meno), e non furono premeditate, non ci fu cattiveria, non ci fu imposizione, non ci furono minacce e non ci fu nemmeno violenza. Eppure, di violenza si tratta. Della violenza più subdola. Quella che s’insinua sotto la pelle del carnefice, ancora inconsapevole di quel che la natura gli sta imponendo, e con grazia stucchevole diventa ferro arroventato per la vittima nella quale lascia il segno indelebile per tutta la vita. Non è un ragazzino sbandato lui e nemmeno malvagio, ma è uno come tanti che non sa trattenere i suoi impulsi, e a cui nessuno gli ha insegnato a ragionare sull’istinto sessuale. E soprattutto mai nessuno gli ha detto che quelle cose devono essere concluse con reciproco entusiasmo.

27 gennaio 2026

«La donna fatale e Don Ferdinando Russo», articolo di Francesco Cangiullo

La carrozzella di Cicciotto vista da Francesco Cangiullo

Roma, Momento Sera
martedì, 1° agosto 1950

QUANDO IL POETA PERSE LA TESTA PER LA BELLA MALIARDA

Ritrovo casualmente in un vecchio libro di Ferdinando Russo un ritaglio di giornale che si concentra su un ricordo del famoso poeta napoletano, firmato da Francesco Cangiullo, scrittore e pittore suo conterraneo, il quale sin da giovanissimo partecipò molto attivamente al movimento futurista del Marinetti. Tra Cangiullo e Russo, una ventina d’anni di differenza d’età (l’autore di Scetate, molto ammirato dal Carducci, nacque nel 1866, mentre il Cangiullo è del 1884) si instaurò, a cavallo dei secoli XIX e XX, una reciproca stimabile amicizia. In quel periodo, a Napoli, Russo era ancora considerato l’antagonista storico di Salvatore Di Giacomo, sostenuto dal Croce, tuttavia, il suo carattere ribelle e fumantino e la sua schietta vulcanicità lo rendevano un beniamino del popolo. Abitava nella parte alta del rione Stella – sotto Capodimonte – in una villa che subito dopo la prematura scomparsa fu reputata «sacra» sede di preziosi cimeli: oltre che per gli scritti autografi dell’insigne, anche per l’eccezionale collezione di dipinti napoletani dell’Ottocento.

26 gennaio 2026

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

«Finale di partita» di Samuel Beckett (regia, G. Russo)

Roma, Teatro India
25 gennaio 2026

UNA CLAUSURA SEMPRE MENO ASSURDA

Prima dello spettacolo, in attesa di accedere alla sala, mi sono soffermato ad ascoltare un professore che accompagnava una sparuta scolaresca. Ragazzi di 16/17 anni ascoltavano increduli una delle tante parabole sulle intenzioni intellettuali che Samuel Beckett avrebbe disseminato nel testo. Negli anni passati il teatro dello scrittore, premio Nobel, è stato analizzato da fior di sapientoni ossessionati dal voler disvelare l’assurdo che si nascondeva dietro i personaggi, pensati dall’autore per esporre la sua visione su un’umanità per la quale non riservava alcuna stima. Dieci anni dopo «Aspettando Godot» (che è del 1947), l’irlandese scriveva Finale di partita. Sono i due testi chiave della sua produzione teatrale: quelli più dibattuti dalla critica letteraria e non solo. Queste esasperanti dissertazioni, le stesse che hanno spinto il professore ad avventurarsi su scivolose erte, hanno contribuito a rimescolare ancor di più le idee, le supposizioni, le citazioni e i riferimenti, e naturalmente a confondere i significati celandoli anche dietro ipotetiche, e non so quanto costruttive, partite a scacchi.

24 gennaio 2026

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, T. Ostermeier)

«L’anitra selvatica» di Henrik Ibsen (regia, Thomas Ostermeier)

Roma, Teatro Argentina
18 gennaio 2026

IL BENE E IL MALE SULLA GIOSTRA DELLA FORTUNA

Non è la durata di circa tre ore che fa dell’Anitra selvatica di Ibsen, presentato all’Argentina, uno spettacolo pesante (tutt’altro, il tempo scorre con leggerezza e piacevolezza), piuttosto risulta assai faticoso leggere la traduzione simultanea dal tedesco, lassù, sopra l’inquadratura della scena. Ammetto che per seguire le battute, mi son perso molte sfumature interpretative e me ne dispiace: colpa mia che nel periodo scolastico mi sono applicato poco alle lezioni della lingua di Goethe. L’altra sera l’occhio saltava in continuazione da cielo in terra, e viceversa, per cercare di catturare quante più informazioni possibili, riuscendo soltanto nel finale a penetrare emotivamente la quarta parete per partecipare al dramma insieme con i protagonisti. Per la regia di Thomas Ostermeier c’era grande attesa che non è stata certamente delusa, ma nemmeno osannata. Il nome della Schaubühne è sinonimo di grande qualità, rispettata in pieno dalla prova attoriale. Tutti bravissimi, ma Marcel Kohler, nel ruolo di Gregers, il figlio del ricco proprietario, m’è parso il più raffinato e completo: un infelice ancora annebbiato dal dolore della morte della madre ingannata dal marito, che trova riscatto nel sollecitare ovunque e comunque la verità, tanto che sembrerebbe giunto, dopo anni di assenza, non dal distretto minerario dove lavorava nell’azienda paterna, ma da un seminario, pronto ormai a intraprendere una folgorante carriera da prelato.

23 gennaio 2026

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

«Lisistrata» di Aristofane (regia, E. Miscio)

Roma, Teatro Antigone
22 gennaio 2026

IL SESSO SIA CON NOI: ANDIAMO IN PACE!

Un invito a teatro per andare a vedere Lisistrata, di questi tempi, non si può rifiutare. L’idea di ritrovarsi di fronte a un gruppo di donne ben predisposte ai piaceri del talamo nuziale che, per la pace nel mondo, sono disposte ad affrontare un lungo periodo di astinenza sessuale è una pensata che avrebbe fatto arrossire finanche le belle corsare della Flotilla. Ed Emilia Miscio affronta l’adattamento del testo con l’arguzia e la determinazione di far sentire il peso del potere femminile rivolto al bene, quelle possibilità materiali che madre natura ha loro donato per ottenere qualunque cosa dall’uomo, perfino di smettere di «giocare» a far la guerra, dimostrando quanto Aristofane sia molto più moderno di noi. «Finiamola col distenderci a letto tutte profumate e truccate ad attendere i nostri uomini, indossando vestiti trasparenti – grida la protagonista alle sue seguaci – La salvezza della Grecia dipende da noi: dobbiamo rinunciare al sesso». In verità, la proposta non solleva immediati clamori. Le focose ateniesi rigettano il piano di castità: evidentemente non fa per loro. Invece, la bella spartana intuisce che dietro quel sacrificio c’è un’intenzione più grande: ottenere la pace nel mondo, sconfiggere la guerra. Ed è lei che convince le altre.

21 gennaio 2026

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

«Bubù Babà Bebé» di aa. vv. (regia, L. Lambertini)

Roma, Sala Umberto
20 gennaio 2026

«IL TEMPO MANGIA OGNI COSA!»

Ieri sera alla Sala Umberto ho assistito a due spettacoli: uno fatto da Bubù e l’altro fatto da Babà. Un po’ slegati tra loro – gli attori – a volte colti dall’incertezza nei tempi e anche nelle battute, ma entrambi, siccome figli di una solidissima tradizione teatrale, mai si lasciano sopraffare dal panico, mai si abbandonano al buio delle nebbie. Quando si inciampa (e pochi se ne accorgono) ci si rialza immediatamente. È il mestiere che soccorre chi batte il palcoscenico sin dalla nascita. La padronanza artistica di Bubù gli consente di riempire la scena con un sorriso, di tenere il pubblico col fiato sospeso anche con un silenzio un po’ più lungo, mentre cerca nella memoria una parola che fatica a raggiungere le labbra, mentre ritrova il respiro fiaccato. Dall’altra parte l’irrefrenabile energia di Babà riesce a supplire a qualunque cedevole esitazione dello stanco Bubù. Babà canta e recita, mantiene la brace accesa sotto le poltrone degli spettatori, suggerisce, rimedia, incolla all’istante i pezzi che si staccano a vista dal collage appena abbozzato su cui i due personaggi si muovono. È proprio lei che nell’incertezza della nebbia trova lo spirito d’arrembaggio che riscatta se stessa e il compagno di viaggio.

20 gennaio 2026

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

«Tà-Kài-Tà» di Enzo Moscato (regia, F. Faliero)

Roma, Teatro Studio E. Duse
17 gennaio 2026

UNA ESERCITAZIONE A «SIPARIO CHIUSO»

Nel 2012 Enzo Moscato scrive un disarticolato testo teatrale dedicato a Eduardo De Filippo, nel quale sono evocati i suoi pensieri, i suoi dolori, i suoi sentimenti, le sue parole sparse (quelle che più lo hanno rappresentato nella vita e sul palcoscenico), riflessioni critiche mai esposte, ma eduardiane doc. Moscato recupera frammenti nella sua memoria rovistando in quelle valigie che Eduardo si apprestava a preparare, quando l’estrema vecchiezza gli suggerì una commovente poesia sulle consistenze della vita che a un certo punto rifiuta le tante inutili fesserie. Al grande pubblico che oggi affolla le platee, il testo di Moscato resta sconosciuto (fu rappresentato dall’autore una sola volta con Isa Danieli, poi non so, non trovo traccia di altre edizioni). Nell’originale, malgrado Eduardo si racconti in prima persona, prende consistenza un fatto nascosto, che pochi conoscono: è la figura di un innominato Pierpaolo Pasolini che «suggerisce» all’autore di titolare l’opera Tà-Kài-Tà, che nella lingua di Platone significa «questo e quello» e rimanda al titolo del film che PPP stava scrivendo sulla vita di San Paolo, poco prima di essere «brutalmente massacrato». Di quel progetto Pasolini già ne aveva parlato con Eduardo, il quale avrebbe dovuto partecipare alle riprese. «Chillo ha penzato a te, pecché nun ce sta cchiù Totò».

19 gennaio 2026

«Trappola per topi» di Agatha Christie (regia, A. Masullo)

«Trappola per topi» di Agatha Christie (regia, A. Masullo)

Roma, Teatro Ciak
18 gennaio 2026

UN ALLESTIMENTO DOVE REGNA IL RISPETTO PER L’AUTORE

Semplicità e coerenza ripagano sempre. Anna Masullo porta in scena un testo nel quale, giustamente, ha piena fiducia e non sente la necessità di adattarlo, di stravolgerlo, di aggiornarlo, di «renderlo fluido» (come ho sentito dire giorni fa per un altro lavoro): si affida alle indicazioni in didascalia di Agatha Christie, alle battute scritte (tradotte da Edoardo Erba) che sono la partitura della regia, e si lascia consigliare esclusivamente dal buon senso teatrale. Ne esce uno spettacolo più che decoroso, misurato e, siccome è un giallo, anche assai intrigante. Non ci sono sfarzi. Non ci sono colori azzardati (la scena, sobria, è di Michele Montemagno). Non ci sono toni eccessivamente imprudenti. Si avverte (con gioia) un’aria di competente rigore. I caratteri dei personaggi sono contenuti e ben identificabili. In ogni ambito regna il rispetto per l’autrice e per quell’allestimento che, a Londra, è in cartellone – ininterrottamente – dal 6 ottobre 1952, giorno del debutto. Soltanto il Covid è riuscito a interrompere le repliche dell’inossidabile The Mousetrap, Trappola per topi, capolavoro del genere poliziesco.

18 gennaio 2026

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

«Le volpi» di Franchi/Ricci (regia, L. Ricci)

Roma, Sala Umberto
17 gennaio 2026

SI ATTENDE LA PROSSIMA PUNTATA!

Che i microfoni siano i peggiori nemici della recitazione è una mia convinzione (e chi mi legge se ne dovrà fare una ragione) e durante la rappresentazione dello spettacolo, visto alla penultima replica, di Lucia Franchi e Luca Ricci, ne ho avuto la prova. Quando anche qualcun altro si convincerà che un attore risulta più bravo, senza gli aiuti dell’amplificazione, perché la sua voce sarà senza dubbio più calda e pulita, allora si tornerà ad apprezzare certe sfumature quasi dimenticate. All’apertura del sipario, mentre sulla sinistra si nota una grande tenda bianca che ripara tre sedie e un tavolino (la scena è dello stesso Ricci che ha curato anche la regia), sulla destra, i tre protagonisti siedono su una panca rivolti verso la quinta opposta, in un atteggiamento che ancora non dichiara la loro presenza da personaggi.

Pour vous