Tra i più divertenti scritti raccolti ne «Il Croce minore» (Ricciardi 1963) leggo questo affettuoso ricordo del Nicolini sull’amico Salvatore Di Giacomo, di cui pubblico solo la prima parte (di tre). I due si conobbero nel 1896, a Santa Maria Capua Vetere, dove l’avo Niccola (bisnonno del Sr.) acquistò un palazzo ai tempi del suo mandato in Terra di Lavoro come Procuratore regio del Tribunale criminale. All’epoca Fausto aveva appena 17 anni, mentre il poeta, che colà aveva alcuni parenti, ne contava già 36. In quel periodo i miei bisnonni (genitori di Fausto e di mio nonno Luigi), preferivano vivere nell’antica Capua, anziché a Napoli, soprattutto per motivi legati al più facile controllo e amministrazione delle terre e dei fittavoli. (fn)
Napoli, 1962 cc.
ANCORA D’UN AMICO FRATERNO DEL CROCE
Salvatore Di Giacomo
Salvatore Di Giacomo è stato il primo letterato napoletano che, nella mia ormai più che decilustre [1] vita di letterato, io abbia conosciuto (naturalmente, nei riguardi di lui, adopero la parola «letterato» nel significato di, come si direbbe oggi, «lavoratore della penna», o, come diceva Ferdinando II, «pennaiuolo»: ché, incarnazione quasi perfetta dell’artista puro, il Di Giacomo era proprio il contrario di ciò che s’intende comunemente per «letterato»). S’era nel 1896, quando egli, che amava, con civetteria muliebre, togliersi alcuni anni, se ne dava una trentina, pure essendo giunto già oltre il mezzo del cammin di nostra vita. E s’era in quel di Santa Maria Capua Vetere, ove allora io, diciassettenne, dimoravo, e ov’egli veniva di quando in quando, ospite, se non rammento male, di suoi parenti lontani, ch’io frequentavo. E l’ho davanti agli occhi, come se fosse ieri, nell’atto in cui in una luminosissima serata estiva, sdraiato su una stuoia fuori una terrazza o, come diciamo a Napoli, «loggia», e circondato da una decina di più o meno venuste [2] rappresentanti del sesso gentile, diceva com’egli solo sapeva dirle, qualcuna delle sue liriche più belle.