Quando Fausto Nicolini raccolse gli scritti che andavano componendo il volume intitolato «Il Croce minore» (Ricciardi, 1963) era il 1962, l’anno degli scioperi. Sin dall’estate del 1960 ci furono aspri conflitti sociali e politici con manifestazioni operaie e popolari che si uniscono alla lotta antifascista contro il governo Tambroni. Il 1962 vide una vera e propria ondata di scioperi, non solo tra i metalmeccanici della Fiat, ma di tutta la classe operaia che picchettarono i cancelli delle grandi fabbriche del Nord. Tuttavia, nessuna organizzazione sindacale dell’epoca avrebbe mai pensato a proporre uno sciopero del clero. Impensabile! Eppure, nel 1711, a Napoli, sotto il regno di Filippo V di Borbone, ci fu una serrata delle chiese per un litigio per i diritti per le onoranze funebri. Un evento davvero unico nella storia della Chiesa e della nostra Europa. (fn)
UNO SCIOPERO DI PRETI
I nostri organizzatori di scioperi a ripetizione non han pensato ancora a regalarci uno sciopero di preti. Vero è che, se vi pensassero, non credo riuscirebbero nell’intento, giacché nel clero napoletano, via via che esso, assottigliandosi di numero, è migliorato di qualità, ha percorso molto cammino l’idea che un ministro di Dio, il quale, per questioni economiche, ricusi l’opera propria, commette peccato gravissimo, che potrebbe quasi rientrare in quello di simonia.
Diversamente si pensava a Napoli circa duecentocinquanta anni fa, quando, dei cinquecentomila monaci di tutta Italia, il due per cento, ossia diecimila, dimorava a Napoli, la quale, calcolando altresì il clero secolare, i cosiddetti «diaconi selvaggi», chiamati anche «abati di mezza sottana», altre sorte di chierici non tonsurati, cioè i «cursori» e «attuari» (uscieri e birri) dei tribunali della curia arcivescovile, della nunziatura apostolica e della fabbrica di San Pietro, i laici o laiche addetti a chiese, conventi e tribunali ecclesiastici, e finalmente le tante «monache di casa» o «bizzoche», veniva a contare una popolazione ecclesiastica di circa ventimila persone. Numero tanto più esorbitante in quanto, non essendo la popolazione totale della città, decimata dalla peste del 1656, risalita ancora a duecentomila anime, corrisponde a una percentuale aggirantesi tra il dieci e il quindici per cento.





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